Intervista / Il pianoforte “politico” di Claudio Cojaniz
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Il mio Blues tra fuoco e algebra ... ai margini del mondo

Il pianista friulano esplora con passione, profondità, ironia, il suo essere “contadino prestato al jazz”, la ricchezza del proprio isolamento creativo nella Natura. Lontano anni luce da quella che definisce “la borghesia del jazz”, …da una musica che percorre la via impolitica e debole dello spettacolo…. ci parla d’ Amore, Eros, Politica, Monk, il Vino, l’Uomo Totale…

Friuli terra di vino, idee, jazz

Il Sarà l’armonia con la natura, il vino, le storie di migrazione, il multilinguismo, le tradizioni folcloriche, le tracce pasoliniane, o chissà cos’altro ma il Friuli ha rappresentato negli ultimi anni una realtà musicale (e non solo) viva e pulsante che nella rilettura della musica afroamericana sforna tutt’oggi idee, progetti, produzioni, generazioni di musicisti ad alto tasso creativo. Di questo scenario il pianista Claudio Cojaniz (1952 – Palmanova) rappresenta sicuramente un perno centrale, punto di riferimento indiscutibile, non solo sul piano della ricerca ma anche su quello progettuale, organizzativo, un vero agitatore politico-culturale. Nel presentare il suo ultimo lavoro in solo Never Forever” – CMC 2005 (“Never Forever” – CMC 2005) Cojaniz ci parla di… una fase della vita in cui la solitudine è una conquista e non una condizione… come per riaffermare un proprio codice di priorità che pone al primo posto una specie di stanzialità creativa, un isolamento, non macchiato da atteggiamenti intellettualistici, che lo tiene lontano da riflettori (che poi illuminano sempre i soliti 15/20 musicisti) ma gli garantisce di curare al meglio un percorso personale nei tempi dettati dalla natura. Il pianismo di Cojaniz è essenziale, libero da inutili orpelli, pieno di spazi meditativi, denso, scuro, corposo, intriso di blues, blues come formula magica per tradurre passioni, impegno, ricerca e inquietudini in un linguaggio moderno (che comprende anche lo stride) in una accezione ampia lontana da mode o atteggiamenti conformisti. In questo percorso Monk rappresenta per il pianista friulano una speciale cartina tornasole per verificare, arricchire, sviluppare, mettere in discussione tutte le architetture costruite sulla tastiera. Dalle giovanili esperienze con il gruppo D.K. Blues, agli ensemble di ottoni provenienti dalle bande di Marano e di Terzo d’Aquilea, dall’ottetto Tarahumura Unit (progetto su poesie friulane) alla composizione di musiche per spettacoli teatrali, Cojaniz non smarrisce mai quell’ideale filo rosso che lo lega ai canzonieri popolari, alla scoperta della politica nella musica popolare. Negli anni novanta le prime collaborazioni con due splendidi musicisti della stessa terra : il contrabbassista Giovanni Maier e il batterista U.T. Gandhi ( “<Due” CMC ’92 – “Hasta Siempre”CMC ’93). Rigore, sapori contemporanei, spericolate escursioni in “Les Illuminations” (SplascH –’96) diciotto improvvisazioni su liriche di Arthur Rimbaud, un faccia a faccia esplosivo con il giovane collega e conterraneo Giorgio Pacorig. La discografia di Cojaniz non è estesa, ma ben equilibrata, il pianista friulano non si fa prendere dalle schizofrenie produttive di certi suoi colleghi che per dimostrare di esistere sfornano dischi in quantità industriale. Cojnaiz registra quando ha qualcosa da dire, se tutti usassero questo metro il panorama discografico italiano sarebbe meno affollato e molto più interessante. Da non perdere assolutamente due veri capolavori (“Blue Demon”- SplascH ’99) dove il pianista conferma di avere nel proprio dna la lezione di Monk come di saperla rileggere come pochi oggi, e “War Orphans” (Caligola – 2004) che lo vede costruire insieme al trombonista Giancarlo Schiaffini un affresco dai colori forti e taglienti, lettura personale, spregiudicata di composizioni di Ornette Coleman. In partenza il nuovo progetto “Cam & Bob” con Massimo Barbiero (batt), Marc Abrams (cb) e Rossella Cangini (voce) mentre è in arrivo il cd con il nuovo trio (Danilo Gallo/cb e Zeno De Rossi / batt.). (tutto questo e altro su www.euritmica.it).


L'INTERVISTA

Claudio Cojaniz
Jazz Convention Sin dalle registrazioni degli anni novanta fino ai più recenti concerti dal vivo ho sempre percepito nel tuo approccio pianistico una valenza politica, un valore extramusicale ( molto dentro la musica ) che apre problematiche oltre i canoni estetici e il puro piacere dell’ascolto.

Claudio Cojaniz Spero e lavoro perchè si torni a fare veramente politica. La Bestia si è addormentata, bisognerà risvegliarla. Questo sarà un atto d'amore che non prevede alcuna moderazione, parola ipocrita che significa solo assuefazione. Se ogni gesto creativo, come io credo, è una storia d’amore allora il fallimento dell’amore coincide con il fallimento del pensiero. La perdita dell’eros (leggi blues) sta producendo danni enormi: è la perdita del desiderio cosmico ridotto a genitalità (tecnica e razionalismo integrale). Ancora una volta alla crisi l’uomo risponde rifugiandosi nelle religioni o nella mistica consumistica, new age. Ho letto recentemente lo scritto di Ratzinger, sostanzialmente dice che la legge Naturale custodisce l’ontologia umana, mentre quella Positiva (laica) manipola con l’artificio razionale: creazionismo opposto a darwinismo. Questo è uno dei pilastri portanti dell’ideologia capitalista; è evidente la contrapposizione ricco-povero. Esisterebbero quindi individui illuminati dalla Verità (ricchi) ed esecutori di questa verità (poveri). Se questi ultimi non disturbano, si riproducono a dismisura, pentendosi di essere al mondo staranno meglio.

JC. In questo scenario di crisi cicliche, di integralismi, la musica quale ruolo può avere ?

CC. Bisogna vedere con l’udito. La voce è ascolto, essere suonati dal suono, ma l'arte attuale purtroppo è spettacolo e storia: non estrae l'extraumano ma vuole ingrandire nel sovraumano. Dovremmo smentire il virtuosismo, praticare la cessazione della volontà, lasciarsi parlare e fluire: è più importante ciò che ci accade che quello che vogliamo, quindi dobbiamo prepararci all’evento creativo. Ognuno è chiamato oggi ad essere totale nel mondo. Da tempo non rappresentiamo che noi stessi, ognuno cacciato nella sua solitudine: in definitiva siamo noi stessi dei prodotti e quindi la maggior parte dei musicisti in questa società contribuisce all'arredamento sonoro del mondo, numeri intercambiabili asserviti allo scopo di altri che decidono il tutto.

JC. Nonostante i tuoi studi accademici hai trovato nel jazz terreno fertile per comunicare. Cosa rappresenta il jazz oggi ?

CC. Quello che si indicava prima come jazz, poi come musica afroamericana, oggi si tende a definirla “musica improvvisata”. istant composer, colui che suona componendo: è in azione l’evento-uomo, mentre agisce… Accade. Il jazz è universale non più solamente afroamericano. E’ lingua dell’umanità. Dall’Africa arriva questo annuncio: la musica porta alla luce il fondo oscuro e irrazionale, esprime cioè il destino dell’uomo. La libertà diventa la ricerca tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere. La tecnica è un linguaggio che va dominato, usato per esprimersi, non per mascherarsi né per difendersi: il voler essere contro il poter essere. A volte sento l’inadeguatezza della storia di questa musica, proprio oggi che esprime l’incontro di tante esperienze così diverse: lo spazio ed il silenzio (Asia), la costruzione armonica (Europa), la pulsazione ritmica di un flusso continuo (Africa) un tempo distanti tra loro, nel secolo scorso hanno iniziato a contaminarsi; è da lì che è uscito il jazz…Ma il blues è ancora l’albero da cui partono i rami più disparati oppure la musica è il canto ultimo (dell’uomo totale)?

JC. Mi pare che i musicisti italiani, in questa situazione contraddittoria e mutevole, soffrano la sovraesposizione dei soliti e si muovano in direzioni diverse senza una visione chiara degli aspetti creativi,progettuali, più ansiosi di conquistare una fetta di un mercato alquanto asfittico.

CC. Da oltre vent’anni, come tutta la nostra società, il jazz percorre la via impolitica e debole dello spettacolo: è quindi imploso. Il disco è pura merce. L’edonismo è la negazione di ogni profonda educazione sentimentale. L’autocensura diviene quindi condizione tipica dell’artista-mostro-attore attuale che serve le mode imposte. Oggi chi pensa diversamente va spontaneamente in manicomio. Per Dostoevskij il delitto pretende il castigo, questo per rilanciare la possibilità di vita. Per Kafka l’uomo attuale commette il delitto proprio perché la vita gli risulta il castigo più grande. Questo ribaltamento di senso produce nell’uomo contemporaneo una tensione depressiva: da qui l’autocensura, vero masochismo attuale. Oggi la musica improvvisata non può che nascere da un Eros cosmico, è l’antidepressivo (antifascismo), l’unico nutrimento per la Bestia che pretende slancio e gioia. L’individuo, quindi, aspira ad una totalità che non potrà mai compiersi…

JC. L’isolamento creativo, il profondo legame con la natura e la tradizione della terra quanto incidono, per non rischiare di risultare elementi di una scelta puramente autoconsolatoria, sul tuo rapporto con il tempo e lo spazio musicale ?

CC. Contadino è terra, terra è tradizione: potrà sembrare un paradosso ma sono profondamente convinto che nessuno come chi cerca e spinge in avanti o in alto (un tempo si sarebbe detta avanguardia) ama la tradizione. E’il piedistallo, il fondamento, la forza dell’appoggio sicuro e solido, tale da poter spiccare i balzi più arditi. Lo stile lo troviamo nella vita , tra gli amici veri, le cose solide (prima di tutto la cultura del vino). E’ il cuore che deve controllare il cervello e usarlo, viceversa siamo disumani. Parlo dell’esasperazione della tecnica . Per questo la musica attuale (o contemporanea) tende ad invecchiare rapidamente (Adorno). Spesso è cronaca, moda: tende cioè ad arredare il mondo, non ad interpretarlo. Il sapere, la cultura, la musica, la giustizia (non la carità) la rendono degna di essere vissuta. Solo così si possono abbattere le barriere dello sfruttamento di pochi privilegiati su molti disgraziati e quelle del razzismo, figlio dell’ignoranza totale e del disamore. Il contadino sa stare in armonia con la natura, che è spesso carogna….cerca in essa le molte equazioni sparse per i campi, tra i boschi e in cielo. L’armonia è saperle trovare: ha carattere seriale e quindi logico-continuativo. Lo spazio tra loro è il “percorso”. Il “cluster” di Monk risuona in zone non frequentate della battuta, ma pratica il silenzio durante il fragore. Si muove in uno spazio sinistro ed imprevedibile, tenendo desto l’ascolto anche dei compagni di viaggio. Il mio blues si muove lì, tra fuoco ed algebra, ai margini del mondo (in campagna c’è più “tempo” per un ozio produttivo e salubre). 


Paolo Carradori - Jazz Convention year 2006