Intervista polifonica: Standhard 3io e Silvia Donati.
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Quattro mutanti in continua (de)voluzione
Per un recensore costretto a confrontarsi spesso con un panorama discografico conformista avere sul tavolo le produzioni di un'etichetta come El Gallo Rojo (e poche altre) è garanzia di poter sfuggire per un po' da luoghi e sonorità comuni. All'interno di questo catalogo, espressione di un vitale collettivo di musicisti, si muovono idee diverse che hanno come comune denominatore la ricerca costante di linguaggi nuovi. Progetti che vanno verso l'affermazione di un ampliamento degli orizzonti del jazz, visto non come spazio chiuso e luogo di ritualità, ma vissuto come musica aperta ad ogni contaminazione, immersa nel caos della contemporaneità. In questa ottica rischiosa ma affascinante un recente lavoro dello Standhard 3io "Cocktail Saturno" con la voce di Silvia Donati, esempio paradigmatico di questa orientamento culturale, mi ha spinto ad approfondire con i suoi protagonisti alcune tematiche. In un dialogo polifonico Alfonso Santimone, Alessandro Fedrigo, Gianni Bertoncini e la stessa Donati mandano segnali importanti sul fronte di un impegno difficile e complesso ma che i quattro considerano vitale di una processo che nella "perdita di identità" della musica può aprire insospettabili scenari.
L'INTERVISTA
Jazz Convention Voi giocate con le parole, le camuffate, ma queste hanno il loro peso. Sia "standard" che "trio" nella storia del jazz hanno segnato e segnano tutt'oggi percorsi stilistici e creativi che ne rappresentano le architravi portanti. In "Cocktail Saturno" le provocazioni sonore, di linguaggio, con l'aggiunta della voce di Silvia Donati in un contributo di pura funzione strumentale, possiamo leggerle dentro un contesto evolutivo o come segnali di rottura ?
Alessandro Fedrigo Sicuramente all'inizio del trio (credo nel 97) c'era la necessità di rompere con alcune consuetudini, con alcuni atteggiamenti che sentivamo in qualche modo costrittivi e la nostra attitudine era un poco più "punk"... anche violenta e autodistruttiva. Poi, dalle ceneri dello sfascio prodotto, grazie anche a "madre" Silvia abbiamo cominciato a trovare dei pezzetti inceneriti, dei residui, dei mozziconi attraverso i quali costruire in qualche modo una nostra identità di singoli e di trio. A proposito del trio - appunto 3io - per molto tempo le nostre personalità sono rimaste bene divise, tanto che più che interplay sembrava che litigassimo (non solo sul piano sonoro). Ora mi sembra che molta della musica si svolga su un piano prettamente psicologico - idiosincrasie, paranoie, fantasie, idiozia: alla fine siamo tre (quattro) persone un poco "disturbate" che per riconoscersi nella musica che fanno hanno dovuto buttare a mare (anche forzatamente) molte delle convenzioni in uso.
Silvia Donati Credo sia tutta una questione di prospettive. Giocare con le parole crea nuove immagini tanto quanto "giocare" con i suoni , i testi o i panorami sonori di uno brano (già peraltro esplorato ampiamente come può esserlo Mood Indigo o Garota de Ipanema) sposta la prospettiva, mettendo in moto un processo di re-invenzione del brano stesso. Volontariamente spesso ci allontaniamo parecchio dal tracciato per addentrarci in qualcosa di cui non conosciamo la forma né dove si trovi esattamente, ma è proprio per questo che ci attira e ci diverte. L'insegnamento che ho tratto dai grandi musicisti è di continuare a cercare, se senti di volerlo fare, e di non fermarsi mai a ristagnare in acque sicure solo perché va di moda o paga o perché sei pigro. In questo senso quindi va il nostro percorso: niente di precotto e molta apertura verso quello che suona attorno, in modo da non dare mai niente per scontato.
Gianni Bertoncini Uno dei lavori di Standhard 3io si chiama "Virology" e probabilmente in questo titolo è riassunta la filosofia compositiva e di approccio alla musica del nostro gruppo : trame sonore intaccate da agenti destabilizzanti che mutano continuamente. Quindi evoluzione (o de-evoluzione)... il corpo sonoro si altera, si trasforma e si muove a volte guidato in percorsi preordinati a volte libero di condurre noi dove più gli piace.
Alfonso Santimone Credo che nella storia del jazz l'evoluzione del linguaggio sia un sentiero segnato da episodi di rottura. Molte volte l'apertura di nuove strade è stato un fatto "traumatico". In qualche modo la tradizione del jazz è una lunga sequenza di tradimenti. Tradizione/Tradimento...Yin/Yang? Mi sento anche di dire che il paradigma dell'innovazione non è un assillo per noi. Semplicemente, improvvisando senza inibizioni e con un'attitudine "oscenamente" punk, facciamo ricorso a una varietà di metodi e materiali che a volte può naturalmente portarci a esiti inauditi.
JC. Mi avete travolto con una valanga di tracce, alcune interessanti. Provo a sintetizzare affinché la polifonia divenga una voce unica anche se stratificata. Mi piace la lettura delle evoluzioni del linguaggio come "tradimento", inquietano un po' i virus, le persone disturbate, le attitudini oscenamente punk ma è chiaro che sono tutti elementi dei quali è impregnata la vostra musica. Madre Silvia è più concreta parla di ricerca continua, di prospettive e probabilmente vi tiene un po' con i piedi per terra. A questo punto mi incuriosisce il vostro metodo di lavoro, se esiste, chi decide il repertorio (?), chi lo elabora, provate molto, vivete insieme anche esperienze extramusicali ?
GB. La distanza geografica e la disponibilità oggettiva di tempo non ci permettono di avere frequenti incontri, anche perché ognuno di noi è impegnato anche in altre compagini musicali e buona parte della settimana se ne va per l'attività didattica. Devo dire che comunque questa è una formazione con la quale negli anni (ormai una decina) si è lavorato parecchio in fase progettuale, elaborando collettivamente idee su brani originali (la gran parte di Alfonso ed Alessandro) e su "cover" proposte un po' da tutti, mentre Silvia cura quasi sempre l'aspetto dei testi. A costo di sembrare retorico penso che la spontanea "alchimia" nata fra di noi ci permette di sopravvivere anche a periodi relativamente lunghi di "astinenza"; come dire... sai che comunque il gruppo esiste e sai che è una parte importante della tua vita musicale ( e non).
SD. Penso che il "metodo" sia in buona parte intuitivo, nel senso che ad ogni proposta segue un tempo in cui il brano viene metabolizzato direi quasi fisicamente dal singolo, per essere poi utilizzato con gli altri come un canovaccio su cui lasciarsi liberi di improvvisare, reagendo agli stimoli del momento. Si tenta di conciliare l'attimo con la consapevolezza in modo che conoscenza e freschezza possano coesistere nella musica, che parla per tutti. Sui brani originali il lavoro è un po' diverso e segue maggiormente le indicazioni dell'"autore", ma c'è sempre un margine di autonomia nel quale ognuno propone il suo punto di (s)vista. Purtroppo abitando lontani non ci si riesce a vedere spesso, ma quando ci si ritrova sugli anelli di saturno è sempre una festa...
AS. Il repertorio è una somma di proposte che vengono da ciascuno di noi sia che si tratti di brani originali, sia di brani altrui. Non proviamo molto e l'elaborazione del materiale è sempre legata ai percorsi dell'improvvisazione. Può avvenire che nel tempo alcune nostre consuetudini uetudini uetudini improvvisative definiscano un percorso di arrangiamento. Ma arrivati a quel punto tendiamo a mettere tutto di nuovo in discussione. In molti casi le varie take registrate in studio possono dare allo stesso brano volti ed espressioni molto diversi tra loro. L'attitudine punk, il tradimento, l'osceno, il disturbo, il virus, la ricerca ci...piacciono. Le madri e la terra. Madreterra.
AF. Tutti noi proponiamo dei pezzi (originali o non), se qualcuno non sente il pezzo lo dice ed automaticamente lo escludiamo dal repertorio, poi per un po' di tempo ci lavoriamo sopra e "il pezzo sceglie noi" cioè se sopravvive ad un paio di concerti resta nel repertorio. Non proviamo molto in realtà, il nostro gruppo è una sorta di mosaico che si è formato nel tempo, abbiamo un metodo di lavoro molto semplice e "vecchio stile", scelto il pezzo lo suoniamo e risuoniamo fino a che diventa un materiale flessibile all'attitudine del momento, oppure assume un mood preciso nel quale riusciamo a calarci ogni volta. Attraverso la musica siamo diventati amici e ci frequentiamo anche al di fuori della musica anche se non spesso, direi che siamo un gruppo quasi nel senso "rock" del termine, non potremmo sostituire nessuno di noi. Se qualcuno di noi se ne andrà la band finirà.
JC. Immaginavo più o meno questa direzione nelle risposte. In effetti la vostra musica ha un forte carattere di appartenenza culturale, in realtà voi "provate" anche quando non vi vedete per periodi più o meno lunghi. La preparazione mentale, la fase senza strumenti , nella prassi della musica improvvisata è forse più decisiva delle poche tracce scritte, delle prove. Ma vorrei chiudere con voi con una domanda solo apparentemente semplice. Vi sentite dei jazzisti ? Ve lo chiedo perché nella mia lunga esperienza di intervistatore sempre più spesso mi imbatto in musicisti che per timore di essere incasellati professionalmente rifiutano di definirsi tali. Considero questo atteggiamento preoccupante. Mi chiedo e vi chiedo, se il jazz è quella musica contemporanea libera, plurale, multidirezionale, inclusiva di tanti linguaggi, non è il posto migliore per viverci ?
GB. Assolutamente sì! Peccato che la gran parte dei jazzisti e di coloro che si occupano a vario titolo di questa musica si calino troppo spesso nel ruolo e diventi quasi insopportabile averci a che fare. Il nostro gruppo è un chiaro esempio di questa situazione: non siamo particolarmente inquadrabili musicalmente pur avendo a mio avviso un forte legame al "metodo" jazzistico e mi sembra che nella nostra proposta siano evidenti i segni di un approccio libero, plurale, multidirezionale come tu definisci le peculiarità del jazz. Alla fine però ci è difficile proporci proprio negli ambienti jazzistici perché spesso i nostri interlocutori non riescono a ravvisare nella nostra musica quello che nella e qui le cose si complicano un po'... In ogni caso penso che l'essere musicalmente onesti con se stessi, senza mimare questo o quello o abbandonarsi alla moda del momento aiuti molto a dare credibilità al proprio lavoro. Rispetto a questa formazione mi sento assolutamente a posto, jazzista o no, qui mi piace quello che succede e ci credo: i problemi di "schedatura" musicale li lascio a chi ci vorrebbe prendere le "impronte armonico-ritmico-melodiche" per una migliore identificazione, ma purtroppo siamo dei mutanti in continua (de)evoluzione
AF. Personalmente mi sento un musicista e basta, sicuramente sono stato influenzato molto da grandi jazzisti nella mia formazione (che continua) ma anche da altri musicisti, da altre musiche. Credo che un musicista oggi abbia il dovere di essere aperto a qualsiasi influenza artistica, e che la "perdita di identità" della musica, dei musicisti, del pubblico sia il problema reale con il quale dobbiamo confrontarci.
SD. La parola jazz la vivo più come attitudine che come definizione di un genere musicale e in effetti anche a me richiama alla mente qualcosa di libero, plurale e multidirezionale. Poi, che io stia navigando in uno standard o in un brano x di un compositore dell'isola di Pasqua poco importa, se lo vivo con un approccio di rispettosa curiosità e senza pregiudizi.
AS. Sono semplicemente un musicista. La mia formazione è essenzialmente quella di un musicista di jazz, e più in generale di improvvisatore. Ma sono onnivoro e mi nutro di ogni forma di espressione sonora che desti in me un qualche interesse o curiosità. Come Bill Evans penso che il jazz sia un insieme di processi e metodi per l'elaborazione di un'idea musicale più che una declinazione stilistica della musica o peggio ancora un insieme di canoni estetici. Non ho alcun timore di definirmi "anche" un jazzista. Ma se questo significa riconoscersi in un insieme ben definito di coordinate estetiche e soltanto in quelle...beh rifiuto la definizione di jazzista in quanto troppo riduttiva rispetto all'orizzonte creativo che ho davanti ogni giorno. Ci sono poi alcune implicazioni più generalmente culturali e antropologiche che mi spingono istintivamente a sfuggire alle definizioni. Mi sembra evidente che nel sentire comune la parola jazz abbia ormai assunto significati che a mio parere sono spesso diametralmente opposti alla sua natura intrinseca. In quella idea di jazz non mi riconosco affatto. Ma sono d'accordo sull'idea che nella sua espressione più "alta" e autentica il jazz sia il posto di cui parli.