Intervista a Guido Mazzon
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Una tromba libera nel pantano del mainstream imperante

Guido Mazzoni” – CMC 2005 Quando pensai idealmente ad un possibile elenco di musicisti con i quali dialogare per La Sottile Linea d’Ombra, il trombettista Guido Mazzon ne occupava i primissimi posti, a mio parere possedeva e possiede le caratteristiche tipiche dell’artista cui la rubrica nei suoi presupposti fa riferimento. Penso di non aver sbagliato obiettivo, l’intervista che propongo di seguito ne è la prova inconfutabile. Mazzon, nonostante un percorso artistico che parte dalla fine degli anni sessanta, ricco di concerti, collaborazioni di rilievo e di una corposa discografia, è un musicista che “si nasconde”. Di fronte agli atteggiamenti spesso divistici di molti suoi colleghi, segnati da eclettismo, iperproduttività, elementi funzionali alla continua ricerca di visibilità come segnale d’esistenza, il trombettista milanese preferisce percorrere un rigoroso spazio creativo dove oppone al rumore, alle scorciatoie, alle nevrosi degli altri il proprio concetto di silenzio. Cresciuto musicalmente accanto ai grandi improvvisatori europei e americani (Alex Von Sclippenbach, Misha Mengelberg, Cecil Taylor, Radu Malfatti, Peter Kowald, Evan Parker, Lester Bowie……) proprio nell’approfondimento della relazione composizione/improvvisazione e nelle tematiche della composizione istantanea costruisce una propria poetica che si sviluppa nel rapporto tra suono-gesto, suono-silenzio e suono-parola. Lavora con coreografi, danzatori, attori, poeti e artisti visivi per affermare nella performance, una libertà creativa che esula, rifugge la statica figura del jazzista legato a vecchi feticci e costretto a repliche infinite, trasportando la musica afroamericana nella contemporaneità (e viceversa). Anche nell’esperienza con l’Italian Instabile Orchestra, Mazzon trova tra le file di almeno tre generazioni di straordinari improvvisatori la sintesi ideale tra il valore del collettivo, come vitale interscambio di esperienze e sensibilità, e la forza della propria voce che nei soli e nelle partiture offerte agli altri delinea una irriducibile necessità di comunicare.


L'INTERVISTA

 Jazz Convention Sembra oramai prassi consolidata: quando si dialoga con trombettisti di qualunque generazione che fanno riferimento alla musica afroamericana, non si può prescindere da Miles Davis. Satchmo, Bix, Dizzy, tanto di cappello, tutti importanti, ma Miles è Miles. Vorrei almeno tentare di incrinare appena questa logica che ha indubbie e solide fondamenta. Mi chiedo prima di tutto, a quale Miles ci si riferisce, a quello di The Bird of The Cool , oppure di Kind of Blue, , Bitches Brew o Tutu ? Davis è un stato grande demolitore, tutto il suo percorso artistico è caratterizzato da un’unica poetica che si sviluppa e rivive in contesti diversi sulle macerie del “passato”, da Parker alle esperienze elettriche da pop star. Mi chiedo spesso, in particolare riferendomi a musicisti che come te si aprono ad una ricerca a largo spettro che va dalle avanguardie europee a contaminazioni trasversali con altre arti se è possibile recidere questo cordone ombelicale. In definitiva quanto un trombettista deve ancora a Davis e quanto se ne può allontanare?

Guido Mazzon Se un musicista (trombettista, pianista, o altro… ) ha seguito con attenzione , desiderio di apprendere, senso analitico e critico, l’evoluzione musicale di Davis deve accogliere e metabolizzare tutto ciò che il nostro ha “soffiato” da The Birth of the Cool a Tutu senza sofistiche e schizzinose eccezioni. Non ho mai sopportato coloro che distinguono tra il primo, il secondo, …e l’ultimo Davis vivisezionando un artista (un uomo) prescindendo dal rispetto dovuto alle sue idee e alla sua musica. Se si accetta un maestro lo si accoglie in “toto”. Quanto un trombettista contemporaneo deve ancora a Davis? Molto. Quanto se ne può allontanare? Dipende da quanto realmente ha capito del suo far musica e da quanto se lo può permettere. Quanto deve ancora un musicista a Bach, quanto se ne può allontanare? Io personalmente lo valuto ogni giorno quando prendo in mano la tromba, o mi metto a scrivere un brano con il terrore di imitare coloro che imitano quelli che hanno imitato…….I veri maestri sono inevitabilmente dei “demolitori” (nella musica come nell’arte in generale) che creano dalle macerie del passato o meglio dal portato culturale del passato. )... Comunque l'imprescindibile, il più grande, il più geniale a cui tutti dobbiamo qualcosa o tutto, rimane sempre lui, Louis Armstrong!
Torniamo un attimo a Miles : per quanto mi riguarda pochi musicisti sono riusciti come lui a comunicare il senso del blues anche non suonando un blues canonico, pochi hanno dato importanza al silenzio che vive tra un suono e l’altro, pochissimi sono riusciti a suonare uno standard lasciandone inalterato solo il titolo, come ha fatto lui….Personalmente penso che come tutti i grandi maestri Davis non abbia avuto allievi ma solo pletore di imbarazzanti imitatori…..
Negli anni ’70 e seguenti personalmente ero affascinato, divertito e ammaliato dal vituperato e spiazzante Davis “elettrico” che costringeva le anime belle del jazz a lunghe e noiose diatribe….
Anche oggi, a sessant’anni, devo confessare che sono più attratto dal Davis che fa musica per sottrazione, per allusione, per suggestione, per evocazione, come in quel capolavoro di improvvisazione che è Bitches Brew.

JC. Sei stato molto chiaro. Mi piace il riferimento al concetto di sottrazione, dove silenzio, il non detto assume valore comunicativo maggiore rispetto a ciò che viene esplicitato. Sicuramente Lacy ne è stato un grande maestro, ma anche tu su questo piano hai detto la tua con personalità. Per tornare a Davis, e poi lasciarlo, volevo dirti che sono stato sempre affascinato dal carattere estremo di Live At The Fillmore East (1970) che dilata ancora di più se possibile Bitches Brew . Registrazione che mi fa sempre riflettere sulla posizione critica di Davis rispetto all’esperienza free come al ruolo di Ornette Coleman. Ma quella è una musica di straordinaria visionarietà , libertà espressiva, magma sonoro incandescente…….

GM. Che ti posso dire..il carattere estremo di Davis nulla aveva a che vedere con i germi creativi del primo free. Cito Davis : "...c'erano un sacco di novità nel '60. Fra cui un sax alto nero di nome Ornette Coleman, che arrivò a New York e rivoluzionò tutta la scena del jazz. Arrivò e lo piantò nel culo a tutti quanti." e "......quella strana roba free che suonavano tipi come Shepp, Ayler, Taylor....". Davis è stato il culmine evolutivo di una storia che non poteva assolutamente intersecarsi con la "nuova" storia di Ornette, dell' Art Ensemble, Taylor, Dixon, Ayler, etc. ed in fin dei conti non gli interessava, (mi sembra legittimo!).
Potremmo fare una riflessione: come mai i musicisti d'a vanguardia, sperimentatori, creativi, improvvisatori radicali europei di mia conoscenza, e personaggi come il sottoscritto hanno sempre avuto un affettuoso rispetto della tradizione, e da essa hanno tratto più o meno dichiaratamente linfa creativa per nuovi percorsi musicali, mentre nella storia del jazz, (sono volutamente banale),i tradizionali detestano il bebop, i mainstream detestano il rock-jazz, tutti insieme detestano il free , e via di questo passo....? Torno a Davis e chiudo: Miles non poteva apprezzare il free di Ornette perchè non era capace di suonarlo, aveva altri gusti, e quindi lo detestava, punto.
Se mi permetti ora un piccolo aneddoto: Roma, Music Inn anni ''70, io e Antonello Salis suoniamo in duo, Chet Baker (mio idolo d'infanzia e responsabile di avermi invogliato ad imboccare una tromba) seduto di fronte a noi ci ascolta, poco dopo ci guarda perplesso e se ne va...., stavamo suonando free-jazz!

JC. Le tue riflessioni vanno in molte direzioni, tutte stimolanti e percorribili, preferisco però fissare la data che citi per il tuo aneddoto: gli anni ‘70. Se non vado errato sono gli anni del “Gruppo Contemporaneo”, formazione che con le esperienze di Mario Schiano (Gruppo Romano Free Jazz), Giorgio Gaslini ( con opere come Tempo e Relazione o Nuovi Sentimenti”) e il Modern Art Trio di Franco D’Andrea considero i capisaldi dell’avanguardia italiana. Parlaci della nascita di quel progetto, dei suoi componenti e dell’idea musicale che lo percorreva.

GM. Ero il più giovane dei musicisti che tu citi, dopo aver studiato la tromba da ragazzino con un maestro classico, aver ascoltato il classici del jazz e divorato quei pochi libri in circolazione sulla storia del jazz mi ponevo la domanda sul che fare. Complice l’ascolto del disco dell’Art Ensemble of Chicago “ People in sorrow” , qualche brano di Ornette, Don Cherry , Paul Bley, Cecil Taylor etc. decido che “quello” era l’ambito musicale in cui volevo muovermi.
Nel ’69 tramite un annuncio su Musica Jazz incontro Daniele Cavallanti (sax-alto), Filippo Monico (batteria), Marco Marilli (sax –ten) e costituisco il Gruppo Contemporaneo, che già nel nome voleva affrancarsi dal jazz revival e tuffarsi nella più agguerrita avanguardia. Alle prove portavo scarni temi che servivano come pretesto per torrenziali improvvisazioni collettive che duravano ore senza soluzione di continuità, (allora c’era il mito dell’improvvisazione collettiva….!) ; avevamo ben chiaro ciò che non si doveva suonare ed esploravamo con feroce inventiva ciò che volevamo
trovare. Più tardi si aggiunse a noi il giovane Gaetano Liguori su suggerimento del padre Lino, eccellente batterista, ed iniziò l’avventura. Io sostenevo la necessità di lavorare su idee tematiche derivanti dalla nostra cultura musicale europea e non scimmiottare le istanze dei nostri maestri afro-americani. Per cui fin dai primi concerti milanesi e in varie città italiane ci fu un inatteso consenso della critica. Le mie idee sulla musica si concretizzarono poi nel 73 con l’ uscita del mio primo disco “Gruppo Contemporaneo”( ed. PDU) con la presentazione di Franco Fayenz ; la formazione per i tempi era alquanto anomala: io tromba, pianoforte e composizione, Daniele Ruffa (18 anni) al contrabbasso, Giampiero Prina (16 anni) alla batteria.

JC. Ricordo bene l’aria che tirava in quegli anni, ribolliva un sano quanto caotico ricercare, sperimentare. Ricordo bene anche gli stressanti dibattiti su politica e musica che, invece di dare risposte culturalmente aderenti alla straordinaria stagione che si stava vivendo (il ’68, i movimenti, il femminismo, la Cina…) finì per sintetizzarsi in un arido quanto stupido …..chi suona tradizionale è di destra, chi suona free è di sinistra. Tutta l’arte, quale atto creativo che analizza e legge una data realtà sociale, è comunque necessariamente politica al di là dei parametri estetici e degli strumenti di comunicazione che vengono usati per esprimerla.

GM. Hai ragione! Era un mondo che voleva a tutti i costi appropriarsi dell’arte e farne un mezzo di comunicazione, ben al di là della sua estetica e della sua forma. Ma c’è un aspetto della musica che richiede attenzione per essere compreso e delicatezza per essere spiegato: la creatività, essenza archetipica del jazz, “conditio sine qua non”. Aspetto che ancora oggi andrebbe analizzato con pacatezza e profondità soprattutto se , come nel mio caso, dell’improvvisazione si è fatta una scelta “di vita”, non solo nel suo esplicitarsi in un assolo di tromba su un giro di accordi, ma perfino nel modo di pensare la musica, il rapporto con gli altri musicisti, e con la cultura jazzistica dominante. Ti confesso a volte il mio imbarazzo (delusione?) nell’ascoltare oggi molti giovani jazzmen che suonano benissimo una musica che suona a me, (vecchio?), come una paccottiglia di vecchi patterns. Ma andiamo oltre che ci sono ancora un sacco di note nuove e necessarie da soffiare….!

JC. Meno male…….mi aggancio per finire proprio a questo tuo positivo guardare avanti nonostante tutto; in particolare al tuo imbarazzo, che condivido, verso certa paccottiglia come al rapporto con quella che chiami con un termine forte e chiaro cultura jazzistica dominante. Mi riferisco e non poteva essere altrimenti alla straordinaria esperienza dell’Italian Instabile Orchestra che dal 1990 (!) sta dando risposte concrete alle tematiche affrontate. Ricordo che pochi mesi dopo la nascita dell’Instabile proprio ad un rappresentante della cultura jazzistica dominante scappò un frase del tipo….quest’orchestra è una specie di cimitero degli elefanti…non si illudano gli irriducibili tra qualche tempo non se ne parlerà più. Dopo diciassette anni di grande vitalità creativa come di altrettanta visibilità internazionale, tu, che fai parte sin dalla nascita di questa storia unica e forse irripetibile, come la puoi sintetizzare.

GM. LA proposito di cimitero degli elefanti mi sovviene la frase di un musicista-musicologo milanese dalla “bocca dorata”, che parlando con un mio amico disse: “ah! Mazzon, un sopravvissuto….”. (a che?). Parlando dell’Instabile, ti posso dire che uscirà a breve un cd “Live in London” registrato nel 2005 dalla BBC e per il prossimo anno ci sono in cantiere collaborazioni con musicisti di indiscusso rilievo internazionale.Gli irriducibili dell’Instabile hanno la pelle dura, sono fantasiosi, hanno fatto della creatività il loro collante, la loro forza ; sono spiriti liberi che non subiscono il condizionamento delle mode imperanti , hanno mobilità di pensiero e un grande cuore.
Per quanto riguarda il mio ambito di interesse ed i progetti attuali ti posso dire che suono e compongo per sottrazione e per silenzi; non ho necessità di dimostrare o esibire, metto tra una frase e l’altra un verso di un poeta che mi piace. E’ l’unico modo, da passatista d’avanguardia quale sono, per reagire alla noia del mainstream imperante in cui mi pare siano impantanati musicisti dalla tecnica impressionante e che solo dalla tecnica possono scovare qualcosa di personale usando un linguaggio codificato e perfezionato in cento modi da altrettanti musicisti.
Ho ultimato la stesura di un libro che titola “La tromba a cilindri” in cui parlo di musica, poesia ed improvvisazione nel jazz , anche per reagire al parossismo a cui siamo oggi giunti ; mi dicono che
Miles a volte scroccasse, Chet pure, Don non parliamone…, Monk non era certo un virtuoso del piano, e anche Bird si lasciava scappare qualche fischio…. Ma di che stiamo parlando?
Che l’amico Lester Bowie mi assista da lassù!


Paolo Carradori - Jazz Convention year 2007