Questione... d’etichetta. Intervista a Marco Valente
Foto: Domenico Tattoli



Energia, rischio, convinzione e sorpresa: la filosofia Auand

Marco ValenteAccettando la logica dei grandi numeri all’interno del panorama discografico nazionale che fa riferimento al jazz ed alle musiche improvvisate l’etichetta AUAND, come altre decine di realtà simili, verrebbe spazzata via, cancellata. Per fortuna invece queste piccole realtà indipendenti resistono, si battono tra mille difficoltà in nome della diffusione di una musica di qualità, dell’autonomia progettuale e produttiva. Registrare due, tre dischi in un anno significa , oltre che dare valore vero al prodotto musicale, poter gestire, curare il progetto in tutti i suoi aspetti, da quello del rapporto con i musicisti, i repertori, le fasi registrazione e missaggio, gli aspetti di immagine e promozionali. Marco Valente gestisce la sua AUAND immerso in questa logica , pochi ma buoni. Ascolta, cerca, viaggia, scopre, organizza incontri tra musicisti, curioso operatore culturale che seleziona, scarta, centellina, per giungere ad una idea della musica dove la ricerca di nuovi suoni e percorsi smuova qualche coscienza un po’ assopita e lasci il segno. (www.auand.com)




L'INTERVISTA

 Jazz Convention Vorrei iniziare questo nostro dialogo con una riflessione generale sulla situazione della produzione discografica italiana in ambito jazzistico. Mi sono sentito affibbiare del cinico tutte le volte che ho affermato o scritto che il prodotto disco per la stragrande maggioranza dei musicisti italiani è luogo dove scaricare frustrazioni legate alla poca visibilità, alle scarse possibilità di suonare, presentare progetti. Ho sempre pensato invece che la realizzazione di un disco dovrebbe rappresentare un momento forte nella carriera artistica di un musicista, un punto di arrivo o di verifica di un proprio percorso. Si dovrebbe entrare in sala di registrazione quando si ha da dire qualcosa, non per dimostrare di esistere. Non vorrei essere troppo drastico ma con questa logica presumo che oltre il 70% della produzione jazz italiana risulti inutile. Cosa ne pensi?

Marco Valente Mi vengono diverse risposte... questo dipende dalla mia abitudine a guardare le cose da diversi punti di vista. Se guardo dal punto di vista dell'ascoltatore molti dischi sono inutili, certo... non li comprerei mai e i dati di vendita ne sono la conferma. Ma non possiamo neanche limitarci ai numeri... voglio dire, se un disco vende 20 copie e magari a quelle venti persone piace anche, perchè quel disco non dovrebbe vedere la luce? Come quando ai concerti ci sono 10 ascoltatori... I musicisti cosa dovrebbero fare? Rifiutarsi di suonare? No! Anche solo per 3 persone, anche solo per una suoni. Per i dischi però ci sono altri parametri... ad esempio non puoi stamparne meno di 500 copie. Poi è vero che (punto di vista del musicista) per essere considerato hai bisogno di fare un disco... di raccogliere recensioni... Altro problema è invece che le recensioni sono molto spesso positive. Magari con più stroncature se ne farebbero molto meno di dischi. Oddio! che ho detto/scritto... E qui il discorso si sposta su altri problemi. Chi decide se un disco è buono o meno e in base a quali parametri? E il rapporto tra rivista/editore ed etichetta? Discorsi fatti mille volte... Il sistema è in delicato equilibrio... Allora la soluzione dov'è? E' sempre nello stesso posto. Ovvero nella coscienza del musicista che, come hai detto tu, dovrebbe sentire il momento creativo con molta autocritica e nella coscienza del produttore che dovrebbe fare MOLTA selezione.

JC. Vedo con piacere che anche se hai tentato di analizzare il problema da diversi punti di vista poi sei giunto con me alla stessa conclusione... alla coscienza di musicisti e produttori. Tiri in ballo, a mio parere giustamente, anche la critica, altro tasto dolente. Trovo le riviste specializzate (anche sul web) generalmente noiose, autoreferenziali, raramente muovono veri casi critici, "sono il regno della prudenza e dell’amicizia" (per dirla con Nanni Balestrini che parlava anni fa di riviste culturali). A questo punto l’autonomia del recensore, i cui parametri di giudizio non possono risentire delle interferenze da parte di direttori, editori o etichette, diventa vitale. Se i ruoli sono trasparenti e ognuno fa la sua parte, il musicista deve accettare anche una stroncatura, ma se al contrario questa viene percepita come una forzatura dettata da logiche pregiudziali o di mercato, la sua frustrazione crescerà in modo esponenziale. Non so se vuoi puntualizzare ancora qualcosa su queste tematiche così delicate, altrimenti puoi raccontarci della tua scelta di produrre musica, forse proprio la tua esperienza personale ci può aiutare a capire certi meccanismi ed equilibri.

MV. Anche in questo cercherei di inquadrare dai vari punti di vista... il musicista si autoproduce (il più delle volte) e vorrebbe vedere il suo disco recensito dappertutto e ottimamente. Per di più da ciò dipende il suo immediato futuro (vendita del disco e quindi ritorno dell'investimento e numero di concerti, il vero sostentamento). Una stroncatura forte sarebbe fatale. D'altro canto, il recensore non è costretto ad apprezzare ogni disco, ci mancherebbe... Ma a questo punto mi vengono diversi pensieri. Quello stesso disco potrebbe essere stroncato da un giornalista e incensato da un'altro. Alla fine, essendo la qualità media abbastanza alta, è solo una questione soggettiva, no? E allora, chi recensirà il mio disco? Insomma, come dicevo prima, si tratta di un sistema in delicato equilibrio. Per quanto riguarda l’Auand so bene cosa cerco. Produrre un disco significa semplicemente decidere cosa vale la pena di documentare e lasciare ai posteri, questo è il mio unico metro di giudizio. Ricevo tanti demo e viaggio molto per ascoltare tanti live, c'è tanta buona musica in giro. Il livello è davvero molto alto, ma tra la musica buona e quella che vale la pena documentare c'è differenza, ci vuole quel qualcosa in più... quello che poi cito nello slogan di Auand... Energy, Risk, Conviction and the Unexpected (Energia, Rischio, Convinzione e Sorpresa)... E' questo quello che cerco e che difficilmente si trova, l'essere sorpresi... Questo è uno dei due motivi per cui produco solo un paio di dischi l'anno... l'altro motivo è ovviamente quello economico. Una volta scelto il prodotto (che deve essere anche tecnicamente di livello ottimo) si passa alla fase due ovvero quella della presentazione dello stesso. La cura della grafica è sempre stato un punto fondamentale. Avere un'immagine forte, riconoscibile è stato da principio una scelta voluta che credo abbia dato i suoi frutti. Alla fine però, com'è facilmente immaginabile, nonostante i grandi risultati di feedback e di critica, i dati di vendita non sono quasi mai stati confortanti. Infine voglio precisare che per una scelta politica Auand non è presente sul mercato dei download digitali. Non mi piace nulla del download. Non mi piace la qualità, non mi piace l'assenza del packiging al quale, appunto, dedico tanta attenzione, non mi piace neanche il fatto di scavalcare il negoziante che dovrebbe ancora avere quel ruolo di filtro che tanto ha fatto nei meccanismi del music business nei decenni passati.

JC. Sono d’accordo con la tua analisi. Tra l’altro se esistesse un mercato "normale" non saremmo costretti a dover assistere allo spettacolo poco edificante dei musicisti che a fine concerto vendono, come in un mercatino rionale, i propri cd. La confusione dei ruoli, pur in una realtà così piccola, è totale. I musicisti pensano di potersi gestire sotto tutti gli aspetti, questa miopia alla fine va ad incidere sulla qualità dei progetti e della musica. Gli uffici stampa, chi cura management e booking, gli aspetti promozionali o di immagine, ognuno deve fare il proprio lavoro, il musicista dovrebbe studiare, suonare, progettare. Per entrare nel merito della politica produttiva dell’Auand, penso che la scelta dei "pochi ma buoni" sia una scelta rigorosa e coraggiosa anche se i dati di vendita non ti soddisfano (ma chi soddisfano?...). Mi piacerebbe capire il tuo rapporto con i musicisti sul piano umano ma anche musicale. Cioè quanto entri nel merito della scelta dei repertori, del suono, dei soli...

MV. La scelta di autoprodursi e autogestirsi è quasi sempre una scelta obbligata. Solo una manciata di musicisti italiani può godere di un contratto discografico e/o di management ma come ben sai i musicisti di talento e di spessore sono molti di più (e di questo noi italiani dobbiamo andar fieri!!). Il mercato d'altro canto è piccolissimo e i numeri ancor più piccoli per cui investire in un ufficio stampa o altro diventa assolutamente proibitivo. Alla fine vendere i cd a fine concerto diventa strettamente necessario. Non solo, visto il mal funzionamento del sistema distributivo, è l'unico modo per arrivare direttamente al pubblico. Non la vedo affatto come uno spettacolo poco edificante. Cioè, sono d'accordo con te quando dici che il musicista dovrebbe solo pensare a studiare e scrivere buona musica, ma sono anche consapevole che ciò non può bastare per sopravvivere. E poi, il contatto del musicista con il pubblico è ciò che dà al jazz quel tocco di umanità che alcune musiche non possono dare (penso appunto all'impossibilità di approcciare una pop star a fine concerto). Per quanto riguarda il mio rapporto con i musicisti non c'è ovviamente nessuno schema. Il rapporto si fa in due. Con alcuni facciamo le vacanze insieme con altri non ho ancora avuto modo di prenderci un caffè. Molto dipende dalle distanze. Per quanto riguarda invece la produzione musicale non metto mai paletti. Faccio esprimere il musicista al 100%. Se il risultato mi piace entro nella fase di postproduzione e di promozione. Solo nel caso dei Sax Pistols di Bearzatti ho partecipato all'idea fin dall'inizio parlando molto con Francesco. Quello è un disco che non è stato capito. Molta critica storce il naso se un artista osa più del solito, ma quel disco e la band dal vivo sono la cosa più spiazzante prodotta da Auand (ci tenevo a precisarlo).

JC. Una precisazione legittima, è giusto che difenda le tue produzioni, in particolare quando un lavoro si pone in modo originale rispetto ad un panorama produttivo confuso che rischia poi di rendere poco visibili le cose veramente buone che ci stanno dentro. Bearzatti è poi uno dei musicisti più trasversali e innovativi dell’intero panorama nazionale, probabilmente anche europeo. Nella prima parte della tua risposta noto qualche divergenza, bene perché non amo molto le interviste che scorrono piatte, i punti di vista diversi non vanno considerati come problemi ma come elemento di ricchezza e di confronto. Vorrei chiudere spingendoti a parlarci su quale progetto stai lavorando in questo periodo, quale sarà la prossima novità della produzione Auand.

MV. Sono già disponibili il disco n. 15 co-prodotto con Giovanna Mascetti (il secondo dopo quello di Roberto Cecchetto) intitolato "Big Guns" nato in una notte/mattina romana unendo in uno studio tre "personaggi" quali Bobby Previte, Gianluca Petrella e Antonello Salis. Biso, e il n. 14 registrato l'estate scorsa a Sogliano Cavour (LE) da Gaetano Partipilo, Miles Okazaki e Dan Weiss. Entrambi i dischi rappresentano a pieno quello che è da sempre uno dei miei concetti di produzione, ovvero quello di mettere insieme musicisti italiani e stranieri e vedere cosa ne viene fuori, documentarne il confronto. Chiaro, nel primo caso si tratta di tre grossi nomi che non hanno bisogno di alcuna presentazione. Nel secondo invece ho caldeggiato l'incontro tra un giovane pugliese come me, da poco approdato alla EmArcy/Universal, con due dei musicisti americani di base a New York che più stanno spingendo "oltre" la musica improvvisata. Il lavoro che questi due ragazzi stanno svolgendo oltreoceano è assolutamente inimmaginabile. Per averne un'idea provate a scaricare dal sito di Miles (www.milesokazaki.com) le trascrizioni dei brani contenuti nel suo disco d'esordio, da me licenziato per l'Italia e allegato a Jazzit (n. 40 del 2007) per l'altra mia collana Jazz Engine Records. Ci sono altre cose in ballo per la fine dell'anno ma la vera sorpresa sarà la produzione di una giovanissima cantautrice dal talento immenso che mi impegna già da nove mesi e che non ha nulla a che fare con il jazz. Non si tratta, come potrebbe sembrare ovvio, di un'operazione commerciale. Sono stato semplicemente stregato dalla bellezza delle liriche e dal mondo di questa artista e mi sono sentito in dovere di tutelare la sua arte. Comunque una bella scommessa, anche perchè questo tipo di produzione non ha praticamente nulla in comune con quello che ho fatto fino ad oggi. A me piace rischiare e imparare sul campo.


Paolo Carradori - Jazz Convention year 2008