...e ci piace parlarne !
(presentazione della rubrica)
 

Dalla sua nascita ad oggi, il jazz, inteso come evento mediatico, ha subito notevoli trasformazioni. Agli albori delle primitive forme di canti popolari, con ambientazione "rurale" (le worksongs ed i field holler, ad esempio) e connotazione religiosa (spirituals e affini), la dimensione oggettiva di questa musica era limitata, per lo più, alla vasta popolazione di schiavi di colore che lavorava (e moriva) sulle terre del Sud degli Stati Uniti nel XIX secolo.
Nei primi quarant'anni del secolo successivo, invece, l'evoluzione tecnico-stilistica dei vari generi (ragtime, dixieland, stile New Orleans , blues , etc.) ha determinato una decisiva modificazione dell'aspetto "funzionale" del jazz, ampliando il suo target ai più disparati ceti .
Dai ricchi bianchi, ospiti dei battelli che risalivano il Mississippi ad inizio secolo, agli assidui frequentatori (per lo più neri) dei bordelli di Storyville, il quartiere a luci rosse di New Orleans, fino ad arrivare, poi, ad assumere definite caratteristiche di musica da ballo. Si pensi, infatti, alla "swing era" di Duke Ellington o Benny Goodman, regina nei locali più "in" di Chicago, Kansas City e New York, affollati da eleganti gentiluomini, così come da facoltosi cialtroni e gangster dalle tasche sempre piene di denaro e pistole. E per quanto il rapporto causale appena delineato fra stile e funzione possa apparire, ad una attenta analisi, meno definito, e anzi decisamente intercambiabile, bisogna prendere atto che, a partire dalla rivoluzione del be-bop (anni '40,) il jazz si è inequivocabilmente trasformato in pura musica di ascolto. Aggressiva, difficile, ed innovativa. Oppure dolce e suadente, con il cool della West Coast. Poi di nuovo dura e impegnativa, con il ritorno del(l'hard-)bop. Ma è sempre il genere che va per la maggiore, almeno fino all'arrivo e alla consacrazione del rock. Siamo infatti agli anni '60, e l'episodio free aggiunge alla dimensione (già affermata) di rivendica sociale e razziale, una veste di erudizione culturale, elevando la performance musicale ad evento di ricerca e di sperimentazione quasi sacrale, con l'ingresso delle contaminazioni da altri linguaggi musicali ed i richiami alle origini tribali. Il resto è storia moderna: neo-bop, main stream, third stream, e altre definizioni che ancora, probabilmente, non hanno acquisito il crisma autoritario della vetustà, e che ancora stanno vivendo il loro momento (sebbene, magari, alcuni abbiano già cominciato la loro parabola discendente).
Purtuttavia oggi affrontiamo, nel nostro (relativamente) piccolo, un nuovo risvolto mediatico del jazz. Multimediale, per esser precisi. E ci avvarremo del nostro cyber-spazio per approfondire, analizzare, o semplicemente curiosare nel jazz e nei personaggi che ne hanno fatto la storia, tenendo sempre lo sguardo rivolto verso il presente, e cercando di "vivere" tutto ciò che sta dietro e al di là dell'imprescindibile ascolto. Come? Interrogando i protagonisti e raccontando gli eventi, interscambiando opinioni e conoscenze, alimentando ogni movimento che spontaneamente può sorgere attorno la proposta scritta/digitata .
Cercheremo di "subire", insomma, quanto più potremo, in maniera libera e, perché no, disordinata, improvvisando una cultura che, personalmente, non posseggo, anzi trafugo da testi monumentali come "Jazz" di Arrigo Polillo, o "Il Jazz - Le Origini" di Gunther Schuller, per citarne qualcuno, e da riviste come "Jazz e Dintorni" o "Musica Jazz", ed altri ancora .
Inutile aggiungere che qualsiasi critica , proposta , suggerimento o correzzzione sarà sempre ben accetta... Parliamone !

Carlo Costantin - Jazz Convention Year 2005