Terniinjazzfest #5 - Terni, 25-26 giugno 2005
Foto: Fabio Ciminiera



Pensieri minimi, in libertà, connessi al festival di Terni e alle persone incontrate, alle immagini e ai suoni. Il primo accenno è per i Triossido, che si sono esibiti al Caffè Pazzagli: giovani musicisti fiorentini che hanno ripagato, con estrema generosità, l'occasione data loro dal Festival di Terni e, in particolare da Antonio Vanni, di potersi esprimere in corso Tacito. Generosità, mai parola spesa meglio: sotto il sole e a tarda ora, costantemente, mentre ternani, turisti e l'ameno mondo del festival, passava, mangiava, sorbiva un caffè, il piacere di ascoltare le versioni, personali nella tradizione, di standard e canzoni celebri del repertorio jazz. Una colonna sonora costante, piacevole.
Il passaggio è breve. La capacità del Terniinjazzfest, di Luciano Vanni e del suo staff, di catalizzare l'attenzione della città, dei negozi, degli Istituti e delle Istituzioni, da una parte; dall'altra la spiccata predisposizione nel richiamare addetti ai lavori e operatori del settore. Concerti in biblioteca e nei musei, nei caffè e per il Corso. Big Band e Street parade in piazza. Ogni negozio, ogni vetrina, ornata di cappellini, magliette, programmi e quant'altro potesse richiamare il festival. L'ameno mondo del festival, a sua volta, agghindato con cappellini e magliette, di pass e giornali, felice di potersi incontrare finalmente de visu e non soltanto via e-mail. Il ricordo del meeting dello scorso anno e la predisposizione a discutere e a lanciare idee nuove per le prossime stagioni.
Il desiderio di creare un programma in cui si osa e si afferma, in cui si seguono strade diverse perchè vario è il mondo del jazz di oggi, sempre che ne esista uno solo. Con buona pace del fatto che poi magari a qualcuno non piacciano certi concerti o non piacciano certe impostazioni e certe scelte. Con la presenza, come è ovvio e giusto, di nomi celebri, ma anche di produzioni originali e di esperimenti, e, soprattutto, con l'idea che un festival, per essere tale, deve creare situazioni e deve distinguersi dall'essere una semplice collezione di concerti.
La distanza tra pubblico e palco. La differenza tra il comportamento sul palco di W.A.R.M. (Workman, akLaff, Rivers, Mitchell) e i Tangheri. Distaccato, rivolto alla coscienza di sé, implosivo, il primo. Colorato, discorsivo, vario e divertente, il secondo. Tra questi due estremi (peraltro presenti, uno di seguito all'altro, sul palco dell'Anfiteatro Fausto, nella serata di sabato) il resto dei concerti. La comunicazione globale del Pierino e il Lupo, con i musicisti, la voce recitante, l'instant painting proiettato sul fondo della scena; l'essenzialità della musica e la timida voce di Roberto Taufic nel presentare i brani eseguiti in duo con Giancarlo Maurino; lo spostarsi con il musicista, nelle sale del Palazzo Primavera, alla ricerca, tra i quadri di Arturo Carmassi, delle ispirazioni per la performance; le angolazioni e i colori e le posture dei componenti del gruppo di Wallace Rooney, nel ripercorrere il cammino davisiano nello scorrere del concerto.
Wallace Rooney. Un clone? Un'imitazione? Una ispirazione? Un omaggio? Quanto Davis si porta sul palco il trombettista americano! Giacche, occhiali e abbigliamento in genere scelto dalle immagini del Trombettista. Un suono di tromba di chiara matrice e una scelta di brani che ne ha ripercorso stili e motivazioni, dalla canzone (Let's stay together di Al Green, presente anche nella colonna sonora di Pulp Fiction) alle atmosfere del Davis elettrico e dei quintetti, all'insinuarsi della citazione di Voodoo Chile di Jimi Hendrix; l'inserimento delle tastiere e del DJ-set, che avvicinano ulteriormente alle intuizioni di Miles Davis. Per altro gli interventi 'tecnologici' hanno sostenuto il discorso generale di un quintetto classico nella formazione e nelle intenzioni e hanno dato vita a una mistura sicuramente interessante. Quanto Davis si sente nei vari dischi e si insinua nelle note, negli atteggiamenti, nella ricerca degli ascoltatori di un confronto, di un passaggio, di una testimonianza. Che Miles sia uno dei fondamenti del jazz è indubbio, che sia connaturato con l'idea stessa di jazz e ne rappresenti, sostanzialmente, una trasfigurazione viene alla luce in ogni maniera possibile.
Il palco principale e le giuste contestualizzazioni. Un ambiente raccolto, una luce chiara e l'essenza dell'emozione, della frase diretta, del rapporto immediato tra musica e interprete, tra musicista e pubblico. Il concerto di Giancarlo Maurino e Roberto Taufic ha goduto in modo pieno della precisa collocazione, delle atmosfere legate al tramonto, quella luce indefinita che mescola languore e malinconia, la fatica del giorno e la rilassatezza della sera, per rendere al meglio una musica che accomuna Brasile e jazz, strumenti delicati e bravura, emozione e partecipazione. I Tangheri hanno goduto del palco principale, ma questo, forse, ne ha penalizzato in un certo senso l'accostarsi alla performance. Certo lo spettacolo offerto dai musicisti pugliesi, con la presenza di Marc Ribot, ha portato sul palco una coppia di ballerini, un cantante, il trio, la fama di un ospite importante, ma... in qualche maniera se si fosse studiata una situazione più appropriata, tagliata alle misure della formazione...
Nuovi strumenti e diavolerie elettroniche: esperimenti, captatio benevolentiae, tentativo di coprire lacune compositive e realizzative, unica strada da poter correre per essere al passo con i tempi, naturale contatto tra espressioni musicali. Ricordiamoci di essere nel 2005: tutto è possibile, ma molto è stato già tentato, affrontato e digerito. Per questo tipo di intuizioni, e anche per i movimenti di rottura, la situazione è sempre in bilico tra la novità e la fuga in avanti, tra il già sentito e il risultato notevole. Confini labili, molto labili, che spesso vengono attraversati senza rendersene conto; confini sui quali l'equilibrio diviene sempre più arduo.
La disgregazione della struttura e la non-leggibilità della musica da parte di chi ascolta. Una sorta di crittografia, senza codice di decifrazione. W.A.R.M. segue una espressione musicale che vuole farsi e costruirsi senza il bisogno del pubblico, senza dare appigli per l'interpretazione, che vive, anzi, nella risposta che il palco da a sé stesso... il confine tra l'estasi e la noia, per citare Mario Venuti. La mia opinione è che un momento di rottura, vive della decomposizione ma anche di ciò che rompe e dei cocci che si riescono a mettere insieme in seguito... e a quarantasei anni da Free Jazz di Ornette Coleman e a quasi trenta da The great swindle of Rock'n'roll dei Sex Pistols cosa si può ancora sensatamente distruggere che non sia già stato distrutto? Questa è la domanda che mi pongo ogni volta che qualcuno si muove come W.A.R.M. Torniamo in un certo senso al discorso fatto in precedenza per gli interventi estremi sui suoni. A mio avviso, sono molto più interessanti, ad esempio, la rivisitazione di Karl Berger della musica di Don Cherry: libertà, strutture, abbandono e ripresa di temi, unisono e sovrapposizioni, ma tutto con il filo logico della composizione e della comunicazione con il pubblico, che deve stare attento ma è richiesto dalla performance, dai musicisti, e le esperienze di gruppi come Megatones o del Devil Quartet di Paolo Fresu, che giocano sui suoni, sugli effetti, sull'invenzione e sulla costruzione dei suoni per inserirli in un contesto di composizione ben definito.
La politica del doppio concerto. Il pubblico che può usufruire con un unico biglietto di due concerti consecutivi. Qui svelo una mia antica indisposizione verso questa pratica e, meglio, verso il risultato più evidente di questa pratica. É sempre brutto vedere gente che arriva poco prima della fine del primo concerto o che va via poco dopo l'avvio del secondo. La curiosità si soddisfa in pochi minuti, se la cosa è troppo diversa, la gente si allontana. Le persone che acquistano il biglietto sono spesso interessate ad uno solo dei due eventi, e questo è più che giustificabile; l'idea del doppio concerto vorrebbe stimolarne la curiosità, ma in pratica si crea una parte di pubblico distratta in ciascuna delle due parti della serata.
Il duo Maurino-Taufic: l'essenza dell'emozione, senza fronzoli, per arrivare, attraverso le corde e i sassofoni, al pubblico. Musica brasiliana e Jazz, un connubio oggettivo; sassofono e chitarra acustica, la voce che sottolinea i passaggi, ritmici e armonici. La compiutezza e l'immediatezza della musica brasiliana, la sintesi nel far arrivare le emozioni, l'unione di melodie semplici e strutture molto più complesse di qualunque altra musica tradizionale e popolare. La bravura dei due musicisti al servizio, con umiltà e rispetto, della poesia delle composizioni di Antonio Carlos Jobim e di Henry Mancini, degli standard e dei brani di Guinga, l'inserimento di brani originali che completano e raccordano il discorso del concerto.
Le performance nel museo. L'iniziativa è bella perchè unisce modi espressivi differenti, mette il musicista di fronte ad una nuova ispirazione e, soprattutto nel caso di strumenti a fiato, riesce a dare una dimensione più completa alla performance solitaria, con lo sguardo che passa dai quadri al musicista, con l'ambientarsi in una nuova stanza del museo. Il lirismo del sassofono solitario in un ambiente dalla luce soffusa, il raccogliersi intorno al musicista, sedendo per terra (un'immagine che rimanda agli anni '70, dal gusto piacevolmente retrò...), il fluire di una melodia pura, senza il legame con strutture, con un ritmo definito.
L'idea di rivisitare Pierino e il Lupo: percorrere musica altra nel jazz, una delle molle che permette tutte le contaminazioni, le curiosità che i musicisti ci svelano nelle interviste e nei dischi. Buono il lavoro di arrangiamento e, tout court, l'idea in sè di affrontare il classico di Prokoviev, spostandone il campo musicale di riferimento; inoltre ben connessa con la suggestione della favola la proiezione delle figure realizzate nella sabbia sul fondo del palco. Mi ha entusiasmato un po' meno la necessità, se vogliamo, di inserire le improvvisazioni degli strumenti. Ma questo non stempera il respiro di un'opera che si compone di mille elementi, che vive di anime diverse che è possibile e, quasi, doveroso legare, le immagini del soundcheck del pomeriggio, con l'arrivo dei musicisti, le frasi dei sassofoni e della batteria, gli ultimi ritocchi, la voce di John De Leo accordarsi con gli strumenti.
E chiuderei con gli accenni alle atmosfere tarantiniane. La chitarra di Ribot nel concerto dei Tangheri, con il gioco sulla leva, con gli accordi trascinati, la versione di Let's stay together eseguita da Wallace Rooney. Aspetti di un fenomeno che trapassa da un genere all'altro, da un'arte all'altra e ci ricorda, laddove ce ne fosse bisogno, che nessun artista è veramente tale se slegato dal resto delle cose che avvengono intorno a lui, se non mescola, sporca, confonde, trae risultati da tutti gli stimoli e gli spunti a lui contemporanei. Di conseguenza, ogni sforzo di sintetizzare nuovi linguaggi e nuove espressioni dall'unione di jazz e rock (Bearzatti), jazz e musica classica (Pierino e il Lupo), jazz e matrici del jazz (Wallace Rooney), jazz e negoziazione delle forme (W.A.R.M.) diventa, a prescindere dal gusto e dalla comprensione, dal piacere e dai sentimenti, un passo avanti, un tentativo di trovare una strada personale e, soprattutto, è fondamentale che ci siano festival ed organizzazioni che abbiano la volontà e, in alcuni casi, il coraggio di promuovere questi progetti.

Fabio Ciminiera - Jazz Convention year 2005