Il Soffio Vitale Della Musica - Metastasio Jazz 2007 - Teatro Metastasio – Prato
Foto: da internet no copyright



Lunedì 5 febbraio
Out to Lunch: gli strumenti di Eric Dolphy

James Newton & Toscana Jazz Ensemble
James Newton: flauto
Mirko Guerrini: sax alto
Mirco Mariottini: clar. basso
Alessandro Di Puccio: vibrafono
Guido Zorn: contrabbasso
Andrea Melani: batteria

Il soffio vitale della musica è l’affascinante quanto stimolante tema scelto dal direttore artistico Stefano Zenni per la dodicesima edizione di Metastasio Jazz che, oltre agli appuntamenti serali del lunedì con i concerti aperitivo e le conferenze tematiche della domenica mattina, si conferma una delle programmazioni più originali e vitali. L’apertura è dedicata ad un omaggio ad Eric Dolphy con una formazione di musicisti toscani guidata dal grande flautista compositore James Newton. Dolphy, sassofonista, clarinettista, flautista e compositore morto nel 1964 a soli 36 anni è un personaggio unico nella storia del jazz moderno. Sfuggendo ad ogni classificazione possibile, dilatò infatti la lezione bop ma non è assimilabile al movimento free anche se partecipò allo storico Free Jazz di Coleman (1960), Dolphy in un percorso artistico purtroppo breve ha lasciato una traccia forte e personalissima. Nel multistrumentismo e nella composizione ha costruito, demolito e ricostruito una trama musicale che si esplicita in sfaccettature, una in contrapposizione all’altra, giocate su un lavoro di alterazione di linee melodiche ora semplici, lineari, ora improvvisamente complesse, ironiche, tormentate. Sicuramente un punto fermo che ritroviamo in molte delle diverse forme e strade sviluppatesi nel jazz contemporaneo. Newton sa benissimo che rileggere Dolphy oggi non può significare riproporre scolasticamente i suoi pur ricchi spartiti, quindi facendo riferimento quasi esclusivamente ai brani contenuti nel disco capolavoro “Out To Lunch” (1964) cerca di entrare nelle trame, nelle architetture mentali del musicista di Los Angeles. In questo viaggio mette in gioco quella sua straordinaria vitalità espressiva che riesce a raggiungere come pochi al flauto con suono e fraseggio che passano senza problemi dai sapori arcaici ai più contemporanei (il senso del doppio di Dolphy ?), esponendo anche un profondo e vitale senso del blues. La formazione intorno a lui si dimostra all’altezza della situazione contribuendo con creatività alla lettura delle trame che il leader mette loro a disposizione. Ottima l’elastica ritmica di Zorn e Melani, altrettanto pregevoli i contributi di Guerrini e Di Puccio, ma probabilmente è Mirco Mariottini con il suo clarinetto basso trasognato e introverso il musicista più dolphyano sul palco.


Lunedì 12 febbraio
Traiettorie liriche

Diana Torto – John Taylor
Diana Torto: voce
John Taylor: pianoforte

Concerto di grande impatto emotivo quello del duo Torto-Taylor. La cantante abruzzese mette in mostra una maturità espressiva notevole, una guizzante intelligenza creativa, una buona presenza scenica. Taylor conferma l’eleganza del suo pianoforte orchestra, il tocco sofisticato, l’uso creativo dei livelli, il maniacale controllo del timbro e dei silenzi. Proprio l’incontro di queste due personalità così congeniali fa sì che sul palco non ci siano solo due musicisti ma molti di più e non ci sia annoia mai. La Torto nella sua vulcanica strumentalizzazione della voce, da vera cantante jazz, improvvisa, rischia nella ricerca di soluzioni anche estreme, dal sapore contemporaneo, per questo più affascinanti. Non frequenta volentieri lo standard che parrebbe la destinazione più logica della sua impostazione vocale. Fa riferimento ad altri materiali, anche popolari ma soprattutto al repertorio di quel finissimo compositore, oltre che ottimo trombettista, che è Kenny Wheeler . Musicista con il quale la cantante ha collaborato a lungo e che probabilmente le ha permesso di crescere ed esprimere al meglio le proprie capacità interpretative ed emotive. Con le pagine eleganti ed aperte del musicista canadese anche Taylor è a suo completo agio. Crea tessiture complesse, rispetta con i giusti tempi e livelli le parti vocali, le sostiene, rilancia e risponde con equilibrio. Quando rimane solo mette in mostra un pianismo estremamente agile, che accumula nel percorso improvvisativo cellule e citazioni che poi rimonta in un senso sinfonico e moderno. Rimane solo un dubbio sulle potenzialità reali del duo, come se la Torto esprimesse a tratti un timore riverenziale verso Taylor, se venisse superato questo frammento le loro invenzioni potrebbero puntare ancora più in alto.


Lunedì 19 febbraio
La logica del suono

Anthony Braxton sextet
Anthony Braxton: sax contralto, soprano, sopranino, clarinetti
Taylor Ho Bynum: ottoni
Jessica Pavone: viola, violino
Chris Dahlgren: contrabbasso
Jay Rozen: tuba, euphonium
Aaron Siegel: vibrafono, perc.

Lo dichiaro subito con forza: il concerto di Braxton a Prato è stato un vero evento musicale. Giudizio che va considerato scevro da condizionamenti, pur legittimi, sulla figura e la storia del musicista. Un’ ora e trentacinque minuti di musica senza soluzione di continuità si prendono o si buttano via, non esistono strade intermedie, ne sterili frazionamenti. Negli anni della sua direzione artistica le proposte di Stefano Zenni per Metastasio Jazz si sono sempre sviluppate in modo trasversale, aperto, soprattutto sottintendendo intelligentemente la domanda: cos’è il jazz oggi? In questo percorso ricco, spesso giustamente contraddittorio, il concerto di Braxton assume un carattere emblematico, una specie di punto di non ritorno. Cosa c’entra la musica afroamericana con l’Opera di Braxton ? Uso il termine accademico “Opera” non in un senso provocatorio ma proprio perché non ne ho altri e mi pare il più vicino a ciò che si è ascoltato. Tutto sul palco del Metastasio è antiaccademico. Il suono, il fraseggio, i soli, le tecniche, l’esecuzione, il concetto d’insieme, i comportamenti, l’abbigliamento, la comunicazione tra i musicisti, il rapporto con il pubblico. Pericolosamente accademici parrebbero gli ampi leggii, tutto è scritto. Ma anche l’uso delle partiture è unico. Braxton ne sceglie una ad una estraendola da una cartella stracolma e comunica il numero ai musicisti trascrivendolo su una lavagnetta. A sua volta la violinista Jessica Pavone ne estrae altre tra le sue adagiate sul leggio offrendole ai compagni. “Procedura” di scomposizione esecutiva che avviene in modo naturale, gestualità corale che non disturba la musica che scorre sempre imprevedibile. I concetti di improvvisazione, di feeling, di collettivo vengono capovolti a favore di una composizione astratta ma contemporaneamente compiuta e concreta. Anche l’idea di solo è completamente stravolta, il musicista non rimane mai solo in realtà, il contributo appare più un tratto in rilievo, spessore, grumo di colore sotto il quale la trama degli altri scorre senza sospensioni. Ne consegue un continuo accumularsi di materiali diversi, suoni, rumori, frasi, colori che cozzano tra loro, si fondono, si allontanano, in un work in progress travolgente e indecifrabile. Equilibrio instabile tra aleatorietà e rigida programmazione dell’evento musicale. La formazione non può che essere eccellente per un simile progetto, mi piace però sottolineare lo straordinario contributo creativo e d’insieme del contrabbasso di Chris Dahlgren, l’infinita varietà di suoni e sordine degli ottoni di Taylor Ho Bynum come il ruolo di raffinata ricerca espressionista e radicale di Jessica Pavone. Braxton da indicazioni, si gode l’ensemble, quando imbocca le ance esprime in un fraseggio mirabile, lirico, informale, quasi strozzato, una direzione della musica che ci fa capire quanto sia tempo perso cercare di ingabbiarla in formule, etichette, confini. Il suono dei suoi sax, la mancanza di riferimenti al blues come all’Africa, e quelli invece evidenti alla musica dotta occidentale e americana del Novecento, fanno pensare ad una sua collocazione lontana dalla strada madre del jazz; è vero ma Braxton è da anni intellettuale che ha scelto un percorso cosmopolita, chiamatelo pure post-jazz, che comunque arricchisce, dilata la storia musicale della comunità afroamericana.

Paolo Carradori - Jazz Convention year 2007