Pat Martino a Offida - “Paesaggi Sonori” - Bitches Brew Jazz Club, 25.02.2007
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Sono passate da poco le 21.30 e finalmente eccolo: sul palco dell’intimo teatro “Serpente Aureo” di Offida, ridente e magnifica cittadina non lontana da Ascoli Piceno, sale Pat Martino. A vederlo lì, così minuto e signorile, a tracolla l’inseparabile Gibson nera che porta il suo nome, lo stato d’animo è un misto di ammirazione, simpatia e adrenalina. Quello che viene subito in mente è che questo signore, sessantadue anni e mezzo proprio oggi (è nato il 25 agosto del 1944), esattamente quarant’anni fa uscì con il suo primo disco da leader, “El Hombre”. “El Hombre” è un lavoro che ci mostra quanto Wes Montgomery ci fosse nell’allora poco più che ragazzo di Philadelphia: dal suono inconfondibile della Gibson L5 all’uso eccellente delle ottave, dalle frasi fluide e lunghe al meraviglioso senso ritmico… Wes c’era ancora, nel 1967, e fu uno di quelli che maggiormente caldeggiò l’ascesa del giovane astro. E così sembra che Pat Martino, dopo quarant’anni e tanti itinerari esplorati (dall’iniziale rhytm e blues quando era ancora teen ager al bop della seconda metà dei Sessanta, dalle contaminazioni funky e addirittura orientali di parte degli anni Settanta agli anni dell’assenza e poi del ritorno dalla seconda metà degli Ottanta), abbia voluto tracciare una sorta di parabola che parte da Wes e a lui torna: infatti “Remember”, il suo più recente CD, ha come sottotitolo “Tribute to Wes Montgomery”, e presenta brani di Wes o che da lui sono stati interpretati. Quindi, in compagnia di Rick Germanson al pianoforte, Craig Thomas al contrabbasso e Vic Stevens alla batteria, senza por tempo in mezzo, e ancora prima che sfumi l’applauso di benvenuto del non numerosissimo ma caloroso pubblico convenuto, attacca con “Four On Six”. A sentire quel timbro così riconoscibile, che ha attraversato i decenni intatto e che riesce a uscire anche da un Marshall (non tipicamente un ampli da jazz), l’emozione è grande. Dopo il tema, via all’improvvisazione: è lui, con quelle frasi infinite, così piene di semicrome, di arpeggi e di cromatismi, che chi ascolta Pat è abituato a sentire e ad amare. E’ in gran forma stasera: hard bop quanto basta e non un’incertezza lungo la tastiera. E’ strano vederlo così gentleman nell’aspetto e sentirlo così potente e aggressivo nelle frasi, ma tant’è: non fa una piega neanche sugli staccati da brivido, di quelli che dici “come farà a reggere un 280 di metronomo per cinque minuti suonando note una dietro l’altra come un trombettista della Cinquantaduesima?”. Dopo “Four On Six” ancora un assaggio montgomeriano: “Bock To Bock”, brano godibile e cantabilissimo che i fratelli Wes, Monk e Bud incisero in uno dei primi dischi del gigante di Indianapolis. Durante il concerto altri brani di Wes, come “Full House” o “Twisted Blues”, ma anche il suggestivo “Heart String” del grande Milt Jackson, che Pat ha inserito anche nel suo ultimo cd, o suoi originali, tra cui un brano che Martino dedica all’organista Jack McDuff, con cui iniziò tanti anni fa. La sezione ritmica è solida e coesa, perfetto sostegno ai soli del leader, che peraltro affida anche ampi spazi improvvisativi al bravo Germanson; ma certo la stella di Pat, davvero uno degli ultimi grandi rappresentanti della chitarra bop, lascia un po’ in ombra il talento dei suoi colleghi. Un’ora e mezza o poco più che vola, con il pubblico che ascolta in religioso silenzio e che quando Pat annuncia l’ultimo brano già prepara i palmi per l’applauso che significherà l’inevitabile bis. E così è: i quattro tornano sul palco e ci regalano l’intramontabile “Impressions”, riarrangiata in versione vagamente samba, con Pat che alla fine ci saluta con un timido sorriso e senza una goccia di sudore sul viso. Esco dal teatro canticchiando senza accorgermene un passaggio melodico del suo ultimo solo e penso: “un gigante”.

Fiorenza D'Aquino - Jazz Convention year 2007