NETWORKSONORO - Jazz & New Music in Toscana - Primavera 2007
Venerdì 16.2.07 - Teatro Aurora – Scandicci (Fi)
Paolo Fresu & Uri Caine
Paolo Fresu: tromba, flicorno, elettronica
Uri Caine: pianoforte, piano elettrico
Fresu – Caine : la forza del moderatismo
Si esce dal concerto di Fresu e Caine alquanto frastornati. Confusi dalla percezione della frattura, dello scarto tra il calore, il sincero trasporto emotivo del numeroso pubblico e il modesto valore della proposta musicale. Paolo Fresu si è conquistato nei lunghi anni del proprio percorso artistico, aperto a trecentosessanta gradi verso le direzioni più disparate, jazzistiche, popolari, etniche, classiche e così via, un consenso internazionale molto ampio. Su questo dato indiscutibile di fatto sicuramente influiscono, oltre la statura dell’interprete, anche valori o atteggiamenti extramusicali, senza dubbio un’ accurata gestione dell’immagine come il fascino del mito dell’”uomo che suona la tromba”. Aggiungerei a questa una ulteriore riflessione, non secondaria, che riguarda l’aspetto puramente comunicativo: Paolo Fresu è un artista comunque rassicurante. Una carta vincente soprattutto per chi percepisce alcuni aspetti evolutivi post-free, la ricerca e certo radicalismo improvvisativo della musica afroamericana, come elementi disturbanti e inquietanti (spesso lo sono, ma sta proprio lì il loro fascino). Se sommiamo a questo le miriadi di contesti, progetti, collaborazioni cui il trombettista sardo contribuisce a vario titolo si comprendono i teatri affollati come i pubblici traversali. Una manna dal cielo per gli organizzatori, la presenza di Fresu è una vera garanzia (in questi giorni a Firenze anche in una rassegna di musica sacra). Il moderatismo di Fresu piace molto ed è plasmabile. Chi, al Teatro Aurora di Scandicci, si aspettava che Caine, pianista che conosce e frequenta avanguardie e linguaggi contemporanei, potesse spostare gli equilibri sul palco è rimasto ampiamente deluso. Il musicista americano si adegua. Ne viene fuori una elegante melassa appiccicosa sia che il repertorio passi dagli standard, alla canzone, a Monteverdi, e nemmeno l’elettronica, usata da Fresu più come intenzione che come linguaggio, strumento creativo capace di ribaltare contesti, riesce a mutare la direzione della musica.
Sabato 17.3.07 - Teatro Giotto – Vicchio (Fi)
Joe Zawinul & The Zawinul Syndicate
Joe Zawinul: tastiere, voce
Alegre Correa: chitarra
Linley Marthe: basso
Paco Sery: batteria
Sabine Kabongo: voce
Jorge Bezerra: percussioni
Aziz Sahamaoui: voce, percussioni
L’alchimista sonoro.
Può un musicista rimanere fedele alla propria idea musicale per oltre quaranta anni, e risultare ancora credibile, anzi di più, rivitalizzarsi continuamente ? Sembrerebbe proprio di si ascoltando l’ultima formazione dello Zawinul Syndicate nel piccolo e caratteristico Teatro Giotto di Vicchio. In mezzo a sei talentuosi e scatenati musicisti provenienti da varie etnie, con l’ immancabile variopinto copricapo, l’aria apparentemente distaccata di fronte alle sue tastiere, pedaliere, in mezzo ad un gran groviglio di cavi, Zawinul sembra proprio un alchimista che mescola e sforna formule magiche. Probabilmente la stessa sensazione la ebbe Miles Davis negli anni sessanta quando introdusse le invenzioni del tastierista viennese nelle proprie formazioni che esploravano in quegli anni le possibili interconnessioni tra jazz, soul, blues e rock. Insieme hanno scritto pagine indimenticabili. Oggi Zawinul, settantacinque anni ben portati, fa più riferimento esplicito all’esperienza dei Weather Report con Shorter. Un tappeto sonoro percussivo incandescente continuo sul quale il pianista variando toni e livelli, lancia lunghi suoni trasognati, paesaggi sonori che si deformano scontrandosi con i colori forti e i sapori piccanti della formazione. Anche l’uso del vocoder che ritorna spesso e in mano ad altri potrebbe risultare un po’ demodé, con Zawinul risulta componente, elemento creativo in linea nel complesso caleidoscopio della ricerca timbrica. L’idea di fondo che passa attraverso lo Zawinul Syndicate, cioè quella di una proposta musicale fondamentalmente “semplice” nella sua esposizione, potrebbe portare a giudizi un po’ affrettati e superficiali. Si possono fare più letture del progetto di Zawinul , oltre quello di “pelle” istintivamente legato alla pulsione ritmica che ti fa saltare sulla sedia e battere le mani, esiste un percorso più sotterraneo che indaga sulle matrici etniche di musiche lontane geograficamente culturalmente e le coniuga i un linguaggio unico, quindi un disegno più sofisticato se proviamo a grattare la superficie dell’apparire. Altro elemento fondante e necessario per la progettualità del tastierista viennese è sicuramente l’alto livello dei musicisti coinvolti, “costretti” ad un vero e proprio tour de force creativo/interpretativo. Oltre alla straordinaria musicalità della chitarra di Alegre Correa, alla pirotecnica tecnica di Paco Sery, alla sinuosa voce di Sabine Kabongo, tutti artisti già presenti in registrazioni storiche del Syndicate questa volta Zawinul ci presenta un giovane bassista, Linley Marthe, che ne fa di tutti i colori garantendo sostegno su tempi al limite del possibile, permettendosi anche pregevoli uscite in solo. E che dire di Jorge Bezerra percussionista eccellente, ma anche divertente saltimbanco.
Sabato 31.3.07 - Teatro della Limonaia – Sesto Fiorentino (Fi)
Franco D’Andrea: piano solo
Franco D’Andrea: piano
Monk nel dna
Il concerto in solo assume per le sue peculiari caratteristiche comunicative una valenza tutta speciale nel rapporto tra il musicista, lo spazio e il pubblico. Quest’ultimo assume necessariamente, superando la sola logica della fruizione, il ruolo di “strumento creativo” con il quale l’esecutore dialoga, se questo non avviene, se le due parti rimangono separate o sorde, l’evento musicale perde gran parte del proprio interesse. Non si può dialogare da soli. In questa logica di lettura la capacità del musicista di aprire la comunicazione nella direzione appena espressa diventa vitale. Un maestro assoluto di questo processo è sicuramente il pianista Franco D’Andrea . Appena mette le mani sulla tastiera si scioglie nello spazio, un raccolto e familiare teatro con poco più di cento posti, uno speciale fluido che coinvolge. D’Andrea , un vero colosso del pianismo europeo, frequenta da molti anni l’esperienza del piano solo, le sue prime esecuzioni in questa forma sono degli anni settanta, quindi possiede l’esperienza, la sensibilità comunicativa, la percezione della partecipazione attiva del pubblico con la conseguenza di sapere fin dove spingersi. Sicuramente il pubblico della Limonaia ha ben collaborato perché il concerto è stato di alto livello. Negli ultimi anni D’Andrea ha come dilatato il proprio linguaggio, se vogliamo estremizzandolo, nel senso che le riletture (ma non lo sono più) di standard o classici sono appena accenni, cunei conficcati in un fantasmagorico processo di autoanalisi che passa dalla tastiera. Un continuo scavare, inventare soluzioni nuove e rischiose. Come in un turbine di scatole cinesi questo processo creativo svela ciclicamente scenari nuovi, improvvisi, a volte schizzati appena, a volte espressi con pennellate luminose, ampie, ariose, a volte caratterizzati da una maniacale ricerca del dettaglio, del suono, del silenzio cangiante. I piani obliqui, gli spigoli monkiani sono certamente le punte di iceberg più evidenti e costanti nella costruzione esecutiva , così come il colore è quello di Ellington, il blues pulsante irrinunciabile traccia mingusiana e la sinistra dal tocco stride occhio costante alla tradizione. Ma oramai Franco D’Andrea è lontano dai miti, il suo linguaggio ha assunto una tale autonomia interpretativa, una personalizzazione riconoscibile al primo ascolto, che nei suoi concerti si percepiscono, con grande emozione, contemporaneamente storia, attualità e futuro del piano jazz.
Domenica 1.4.07 - Teatro Regina Margherita – Marcialla (Fi)
Pareti – Negri – Guidi Trio con Karima Ammar
Raffaello Pareti: contrabbasso
Mauro Negri: clarinetto
Giovanni Guidi: pianoforte
Karima Ammar: voce
Il fiore di Billie tra i capelli di Karima
Il rapporto tra linguaggio jazz e musica leggera è risultato spesso alquanto ambiguo o comunque non metabolizzato fino in fondo. Molti musicisti negli ultimi anni si sono confrontati con la forma canzone con risultati discontinui, a volte pregevoli ma più spesso superficiali, progettualmente deboli. Come se il confine dei generi invece di venire letto come terreno di ricerca, spazio creativo, rappresentasse un limite e bastasse dosare, come nella realizzazione di un cocktail, alcuni ingredienti nelle giuste percentuali per ottenere un buon risultato. Naturalmente non è così e lo sa bene il contrabbassista Raffaello Pareti che con alle spalle una lunga collaborazione con un innamorato della canzone come Stefano Bollani e due recenti cd per l’Egea (“Il Circo” e “Maremma”) che della lettura melodica fanno il loro segno caratterizzante, si dimostra uno dei musicisti più apprezzati in questo ambito. Nel suo lavoro di arrangiamento sulle partiture Pareti riesce a salvaguardarne lo spirito, il cuore, rendendole come nuove, aperte a
contaminazioni ritmiche e all’improvvisazione dei singoli. Le canzoni di Modugno, De Andrè Tenco, assumono allora nuova vitalità, contenitori più ampi, spazi aperti dove il jazzista può lasciare il suo segno , il suo suono. A questa capacità il musicista toscano affianca anche una vena compositiva dal taglio poetico come il sapersi contornare da artisti che sanno garantirgli il giusto apporto creativo. La serata, in quel piccolo vero gioiello che è il teatro Regina Margherita di Marcialla, avvalora tutte queste tracce. Mauro Negri si conferma clarinettista di gran classe, sempre dentro gli equilibri del gruppo, improvvisa con grinta, con misura, in alcuni passaggi altera elettronicamente la voce del suo strumento per offrire colori ed atmosfere diverse. Giovanni Guidi sta compiendo passi da gigante nella personalizzazione del proprio linguaggio. Garantisce un supporto ritmico ricco e concreto, e negli spazi liberi si lascia andare ad ampie pagine improvvisative dove espone il suo amore per Jarret non solo nella ragnatela di accordi ma anche nella postura un po’ sghemba e nei mugugni di piacere. Ma la vera sorpresa della serata è rappresentata dalla voce di Karima Ammar. E’ veramente emozionante scoprire come la giovane cantante livornese esprima già una maturità interpretativa così spiccata e personale. Per lei cantare jazz sembra facile e naturale. A suo completo agio passa con disinvoltura da un delicato e intimo “Io proprio io” di Modugno ad un pulsante “Nostalgia in Time Square” di Mingus impreziosito da venature blues. Affronta con magico equilibrio espressivo “Averti tra le braccia” di Tenco e ci regala nel bis un “By By Blackbird” letto con l’esperienza e le sfumature di una grande interprete. Con un timbro fresco e affascinante, energia, solarità e ottima tenuta del palco, Karima Ammar con quel fiore tra i capelli, sicuro omaggio all’ indimenticabile Billie Holiday, è un vero talento tutto da scoprire.