Due Donne, una voce, un piano - Teatro di Varese, 31.05.2007
Rita Marcotulli: pianoforte
Karin Schmidt: voce
Paolo Alderighi: pianoforte
Roberto Piccolo: contrabbasso
Massimo Caracca: batteria
Una serata unica, quella a cui il purtroppo poco numeroso pubblico Varesino ha potuto assistere lo scorso giovedì 31 maggio: un incontro, giammai uno scontro, di due forti personalità femminili, profondamente distanti l’una dall’altra tanto quanto accumunate dalla stessa voglia di ricercare una musicalità propria, da una parte con una scrittura interamente personale, dall’altra recuperando, rivisitando, modernizzando.
Rita Marcotulli, una delle più interessanti pianiste italiane, ha condensato la sua personalissima visione dello strumento in mezz’ora di intensissimo “piano solo”. A parte pochi standard, per il resto era tutto scritto dalla sua penna: a cominciare dal brano di apertura, “La strada invisibile”, evidentemente riecheggiante di un certo Keith Jarrett, ma con una melodia suonata in modo estremamente fluido, senza strappi, senza effetti sonori se non quelli della pura suggestione armonica. La voglia di sperimentare si fa sentire anche mediante l’ausilio di pianoforti preparati a là Cage, ma naturalmente senza mai perdere di vista il proprio lirismo: “Koinè” – già il titolo è esplicativo – è effettivamente proprio una fusione degli esperimenti della musica contemporanea con l’improvvisazione più propriamente jazz mainstream, grazie al posizionamento di una collana tra le corde dello strumento, così da ottenere un suono a metà strada – o forse meglio di nuovo la fusione dei due – tra pianoforte e clavicembalo.
Ci sono altre due influenze che non si possono non notare assistendo a un concerto della Marcotulli: da un lato, infatti, i suoi precoci interessi verso i ritmi sudamericani l’hanno portata a una rilettura in quel senso – sempre, naturalmente, estremamente raffinata – di “Over the Rainbow” (Anche qui, forse, memore della chiusura del jarrettiano concerto alla Scala di Milano); dall’altro, invece, il legame con il cinema e le arti visive.
Quasi sul versante opposto, invece, si è mossa la voce di Karin Schmidt: Franco Fayenz, presentatore d’eccezione della serata, ha giustamente detto che siamo davanti a una musicista “totale” nel senso gasliniano del termine. In effetti, la Schimdt è uno scoppiettante pout-pourri di musica lirica (ambito in cui tutt’ora lavora), il jazz “nero e bianco” di musicisti come Duke Ellington o Gorge Gershwin (riletti quasi in modo rigorosamente filologico) e un impatto scenico da cabaret, che non possono non far tornare alla mente l’Angelo Azzurro.
La voce della Schimdt ha un suono, una limpidezza e una profondità davvero straordinari, riuscendo a coniugare quel tibro e quel modo di approcciarsi alla linea melodica tipica del canto lirico a canzoni “leggere”. L’improvvisazione è stata totalmente delegata ai musicisti: eccellentemente puntuali gli assoli di Paolo Alderighi, anch’esso dotato di un mood fantastico che ben s’accorda con la voce di Karin Schimdt.