Italian Instabile Orchestra & Antony Braxton – Bolzano - Teatro Studio 16.06.07
Antony Braxton, Carlo Actis Dato, Daniele Cavallanti, Eugenio Colombo, Gianluigi Trovesi, Emanuele Parrini, Paolo Damiani, Giovanni Maier, Alberto Mandarini, Martin Mayes, Guido Mazzon, Pino Minafra, Umberto Petrin, Lauro Rossi, Giancarlo Schiaffini, Sebi Tramontana, Vincenzo Mazzone, Tiziano Tononi
Braxton, il fascino del rivoluzionario globale.
Per riflettere sull’evento che ha chiuso la 25^ edizione del Sudtirol Jazz Festival Altoadige potrei aprire affermando che, come in una premonizione, ho sempre pensato che quello tra il musicista compositore di Chicago e l’Italian Instabile Orchestra era un appuntamento che prima o poi doveva avvenire, stava scritto da qualche parte, sicuramente nel dna del musicista afroamericano più vicino alla musica del novecento come in quello dell’orchestra europea più vicina alle esperienze dei linguaggi di ricerca post free. Ma nelle cose dell’arte non esiste una logica quindi merito ai responsabili della rassegna per questa coraggiosa proposta che spicca in un panorama festivaliero nazionale fondamentalmente conservatore. Il luminoso tragitto di Antony Braxton che prende le mosse dalla fine degli anni sessanta nell’ambito dell’AACM , associazione fondata dal pianista Muhal Richard Abrams per la tutela e la promozione dell’attività degli artisti d’avanguardia di Chicago, si pone in modo del tutto originale nelle vicende della musica del novecento. Originale e provocatoria nella misura in cui la ricerca di una musica “nuova”, universale, che superi i preconcetti sulle etichette “jazz” e “musica contemporanea”, prende le mosse da Parker, Coltrane, Dolphy, Coleman, all’asse Vàrese, Stockhausen, Cage, Xenakis, attraverso i miti bianchi Tristano, Desmond e Konitz. Il rigore di una musica scritta, complessa, che si apre alla sperimentazione, all’improvvisazione, in una strutturazione e destrutturazione ciclica che la rende vitale, indefinibile. Con queste premesse l’incontro con l’Instabile, orchestra che da diciassette anni (!) percorre, con riconoscimenti e visibilità internazionale, la strada della sperimentazione, della creatività collettiva, in una concezione che supera la tradizione della big band, dilatando, personalizzando la lezione del free statunitense e le esperienze anni settanta sviluppatesi in Olanda e Germania, non poteva che essere esaltante. Radicalità e improvvisazione dove coesistono, si incontrano, si scontrano attraverso le letture, le personalità di tre generazioni di musicisti, i linguaggi della musica popolare, contemporanea, la canzone, gli standard, il teatro sonoro, la musica barocca e così via. Consapevole di avere a disposizione e poter plasmare tutte questa ricchezza espressiva Braxton offre all’Instabile le proprie partiture. Sul palco del Teatro Studio di Bolzano si assiste ad un vero e proprio happening sonoro. Confermando la stessa procedura di conduzione messa in atto nel proprio sestetto, cioè comunicando all’orchestra con cartelli numerati le partiture da eseguire, Braxton per oltre un’ora, senza soluzione di continuità, costruisce una trama, una ragnatela di colori, sapori forti, silenzi e rumori. La musica rimane come sospesa, mobile in una struttura a mosaico che si compone e scompone, che si apre improvvisamente a tonalità struggenti o in brevi frammenti swing con il basso portante. La stridente opposizione tra la geometrizzazione di strutture rigorose, definite, analitiche e l’informalità del linguaggio, dove elementi puramente acustici liberano particelle melodiche, ritmiche e timbriche, trasmette una costante tensione emotiva. In questo flusso continuo coesistono forme modali, seriali, tonali e atonali, come un forte sapore blues, dove la fonicità della musica assume le forme di una poetica che possa contenere al suo interno tutto, anche l’impensabile, rivolta sonora e perfezione tecnica. Il gesto del musicista americano è ricco, comunicativo, antiaccademico. Un gesto per il collettivo, per le sezioni, un altro per il solista, uno per i volumi, le durate, per i colori, per le sfumature, uno che disegna nello spazio un piano “instabile” che spostandosi produce un effetto stereofonico, un’onda sonora che rotola ora a destra ora a sinistra. Braxton qualche volta siede compiaciuto e lascia l’orchestra sola, stanchezza ed emozione sono evidenti. Ha con se sax alto e sopranino ma li imbocca raramente, con parsimonia, dialoga con alcuni solisti lasciando nell’aria lirismo corrosivo e cantabilità logorroica. L’Instabile, vera e propria “macchina creativa”, in una palpabile tensione legata alla conduzione braxtoniana che non sai mai dove ti porterà, mette in gioco tutto il suo potenziale collettivo, quel suono unico e “imperfetto” che l’ha resa nota nel mondo, offrendo nei soli a turno le sue straordinarie voci. Perdendo un po’ la concezione temporale la performance si esaurisce nello stessa ambientazione sospesa che l’aveva aperta, Braxton legge la formazione coperto dagli applausi di un pubblico estraniato come lo sono tutti i musicisti, stanchi ma con negli occhi quella luce particolare di chi ha creato qualcosa di irripetibile. Una musica che non sia sa bene dove cominci ne dove finisca perché non comincia e non finisce mai.
L’INTERVISTA
Dopo l’incontro dell’Italian Instabile Orchestra con Antony Braxton ho scambiato alcune brevi riflessioni su questa esperienza con il sassofonista Daniele Cavallanti, musicista presente nelle file dell’orchestra dalla sua costituzione nel 1990 e tra i maggiore esponenti dell’avanguardia italiana
J.C. - Ti chiederei subito a caldo di sintetizzarmi l’esperienza con Braxton sia dal punto di vista umano che musicale.
Daniele Cavallanti – Braxton è veramente una persona splendida. Simpatico e gentile. Noi siamo arrivati a Bolzano mercoledì sera, lui era già qua, abbiamo fraternizzato subito, chiacchierato insieme tutta la sera con l’aiuto di qualche bicchiere di buon vino. E’ stato come rivedere un amico che conosci da venti anni. E’ poi un grande musicista, ottimo organizzatore di progetti, band leader. Sin dai quartetti storici con Holland, Lewis e Altschul che con la Creative Orchestra ha scritto un pezzo di storia della nostra musica. Tra i grandi viventi che hanno rappresentato l’avanguardia della musica afroamericana, metterei lui con Taylor, Coleman e Mitchell.
J.C. – Vorrei sapere come avete vissuto il metodo di conduzione di Braxton, il suo continuo comporre e scomporre la musica ma anche le varie sezioni dell’orchestra.
D.C. – Ci siamo trovati benissimo. Per prima cosa perché non è un metodo nuovo ma soprattutto perché l’Instabile è un’orchestra i cui componenti, chi più chi meno, hanno frequentato nelle proprie carriere queste situazioni. Suoniamo insieme da diciassette anni , abbiamo un’esperienza tale che ci permette di poter affrontare contesti diversi. Rispetto all’incontro con Cecil Taylor, nel 2000 a Ruvo di Puglia e nel 2003 a Parigi, anche se l’approccio di fondo era diverso, simile era però il modo di lavorare con una grossa formazione.
J.C. – Hai citato Taylor, ero presente a Ruvo e senza rischiare inutili confronti direi che nella grandezza di entrambe le esperienze, ho trovato il concerto di Braxton più pregnante, invece più contemplativo quello di Taylor. Sei d’accordo ?
D.C. – Direi di si. Taylor ha un approccio più criptico, con lui è importante capire che non c’è molto da capire ma lavorare in modo aperto su masse e flussi sonori, e poi lui non dirige, suona con noi. Diciamo che quello di Braxton è un approccio più “ convenzionale”, nel senso che la musica è scritta, quindi facile o complessa che sia la studi, la interpreti. Sicuramente è un modo più vicino alla cultura e alla pratica dell’orchestra di questi anni, cioè l’interazione tra la scrittura , i soli, la free conduction e la libera improvvisazione orchestrale. Braxton poi dirigendo mette a disposizione dei musicisti più materiali creativi.
J.C. – Rispetto alle parti scritte, Braxton quante libertà si prende nel modificare l’andamento delle partiture, nella scelta dei solisti …..?
D.C. – Molte. Il lavoro va visto per fasi. Il primo giorno abbiamo studiato le parti , alcune abbastanza difficili. In una seconda fase abbiamo cominciato a costruire insieme un percorso, per esempio suonare una sezione di una composizione fino ad un certo punto, lasciarla per far aprire la musica ad uno o più solisti, oppure ad un momento aperto di improvvisazione più o meno collettiva, più o meno guidata da Braxton, per poi entrare in una sezione di un’altra composizione sviluppare quella per poi eventualmente tornare ad una parte non affrontata della prima partitura dalla quale eravamo partiti. Si crea così un percorso di massima che però durante il concerto può essere a sua volta modificato.
J.C. – Spesso da parte della critica si è commesso l’errore di voler in qualche modo smembrare la musica di Braxton, sia compositore che strumentista, per dimostrare che è lontano dall’estetica jazz e più vicino alla musica occidentale del ‘900 o viceversa. Vorrei sapere da te, cioè da chi la musica la vive dall’interno, se questi elementi sono presenti e come coesistono.
D.C. – Rischiando di risultare banale ti posso dire che le due cose si equilibrano. E’ indubbio il suo fare riferimento alla musica contemporanea, alla musica del ‘900, è altrettanto indubbio che Braxton è un nero americano di 62 anni, di Chicago, cresciuto all’interno dell’AACM, andava a lezione di sax all’età di undici anni e da quel momento si è sempre mosso in quello scenario, nel jazz d’avanguardia. Una cosa originale da sottolineare è il suo fare riferimento, essere affascinato, nell’ambito jazzistico, dal suono e l’improvvisazione di musicisti bianchi come Paul Desmond, Lee Konitz, Warne Marsh. Si può dire che, per esempio, rispetto a suoi coetanei come Roscoe Mitchell e Henry Threadgill , Braxton ha una apertura più evidente verso la musica contemporanea.
J.C. - Al termine del concerto Braxton era particolarmente emozionato e felice…..
D.C. – E’ vero, ci ha ringraziato tutti con molto affetto e comunicato subito al proprio manager di essere disponibile per altri incontri con l’orchestra anche negli Stati Uniti. Per l’Instabile un segnale molto positivo che ci fa guardare al futuro con molta fiducia.