Pescara Jazz 2007 - 10-15 luglio 2007. Pescara
Un cartellone ampio e importante e il ritorno di Jazz in Città hanno caratterizzato la trentacinquesima edizione di Pescara Jazz.
Il programma del palco principale ha spaziato dall'omaggio a Lars Gullin, proposto dall'ottetto di Lars Sjøsten, all'incontro musicale tra Pat Metheny e Brad Mehldau, dal quintetto di Ornette Coleman alla Charles Tolliver Big Band, dalle interpretazioni monkiane del SFJazz Collective all'apertura sugli standard e le canzoni di Natalie Cole.
La sezione Jazz in Città si è svolta in tre diverse location - Piazza Salotto, la piscina dello Sporting Hotel Villa Maria e il Marni Jazz Club. Tre situazioni differenti per accogliere atteggiamenti musicali differenti: l'impatto sonoro e l'energia di quattro quartetti sul palco allestito in Piazza Salotto; una ambientazione suggestiva, lirica, immersa nel verde per le due serate al Villa Maria; infine al Marni, l'atmosfera tipica del jazz club, nelle jam session guidate dal trio di Tony Pancella.![]()
E, nella serata di sabato 14 luglio, la sorpresa più grande: al termine del lungo concerto al Teatro D'Annunzio, Pat Metheny, Brad Mehldau, Larry Grenadier e Jeff Ballard hanno suonato per mezz'ora al Marni Jazz Club: tre standard eseguiti con rilassata eleganza, tra un pubblico incredulo e divertito.
Uno sguardo divergente alle diverse tradizioni, il filo conduttore dei concerti del Teatro D'Annunzio, il palcoscenico dedicato, come di consueto, alle esibizioni dei grandi ospiti internazionali del festival. Prospettive musicali rivolte in maniera, di volta in volta, diversa al confronto con le tradizioni. Dialoghi, omaggi, riflessioni e percorsi già affrontati.
Il quintetto di Ornette Coleman e il quartetto guidato da Pat Metheny e Brad Mehldau affrontano il palco in modo simile: entrambi partono dai punti fermi delle rispettive carriere, esperienze che hanno segnato, peraltro, una parte importante nella storia del jazz e delle musiche di improvvisazione.
I concerti si avvantaggiano, come è ovvio, dell'affetto del pubblico, della grande esperienza e della carica - ieratica in un caso, melodica nell'altro - propria dei musicisti. Ornette Coleman utilizza in modo orizzontale il supporto dei tre bassisti: Charnett Moffett nel ruolo più tipico per lo strumento, Tony Falanga con il suo lavoro sulle note più alte del basso elettrico, con riff e frasi, e Al McDowell a creare tappeti sonori con l'archetto, interpolano le proprie linee in modo da lasciare gli spazi liberi necessari alle evoluzioni melodiche del sassofonista. Le note spinte fuori con forza dal sassofono da Coleman restano sospese - interrogative, angosciate - sulle atmosfere ossessive create dalla ritmica. Il concerto di Pat Metheny e Brad Mehldau si apre con una lunga esibizione in duo: suoni delicati, linee melodiche parallele si intrecciano, si tengono distanti, creano contrappunti e assonanze. In assoluta evidenza la capacità di giocare e gestire la costruzione in modo puro, facendo quasi a meno di armonia e ritmiche. I due vengono raggiunti da Jeff Ballard e Larry Grenadier dopo quaranta minuti: il quartetto ricalca forme meno originali e, pur dando dimostrazione delle capacità tecnica dei quattro, rilegge, senza particolari sorprese, il suono e le motivazioni dei lavori dei due leader.
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Natalie Cole ha aperto il festival con un concerto che ha attraversato le diverse fasi della sua carriera, dal repertorio degli standard eseguiti da Nat King Cole, alle cover presenti in Leavin', suo lavoro più recente, alle canzoni del bis conclusivo, Life di Des'ree e When love comes to town degli U2. La Big Band di Charles Tolliver è una big band aggressiva ed esplosiva. Le sezioni fiati sottolineano con forza le esibizioni dei solisti, ne incalzano con decisione le frasi. Il suono è quello dell'hard bop, amplificato, moltiplicato dalla potenza di fuoco delle linee sonore, sostenuto da una ritmica di estrema classe ed esperienza: George Cables al pianoforte, Cecil Mc Bee al contrabbasso e Victor Lewis alla batteria.
I due ottetti hanno dedicato i loro concerti alla musica di altri compositori. L'ottetto svedese di Lars Sjøsten ha offerto un omaggio rispettoso e delicato alla musica di Lars Gullin, in una realizzazione originale del festival. Ai musicisti svedesi si è unito sul palco anche Gianni Basso, che negli anni '50 aveva collaborato con Gullin e che, recentemente ha pubblicato un lavoro sulle musiche del musicista svedese. Lars Sjøsten è stato il pianista della formazione di Gullin, uno dei suoi collaboratori più stretti e tra i più attivi nel tramandare la sua musica. L'omaggio del pianista alla figura del sassofonista svedese riporta alle dinamiche iniziali dell'incontro tra la tradizione del jazz e le espressioni europee: l'estetica agganciata con decisione alle influenze di oltre oceano, attenta a cogliere il significato e le espressioni del nuovo linguaggio, gli accenti europei a fare capolino con timida e circostanziata prudenza.
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SF Jazz Collective è un ensemble di musicisti di grandissimo spessore - la definizione "all-star band" non metterebbe in risalto l'amalgama raggiunta dal gruppo - alle prese con composizioni e arrangiamenti in grado di porre l'accento su tutte le qualità di ciascun interprete e sulle possibilità espressive della musica di Monk. Un progetto realizzato in modo efficace, grazie alle capacità e alla disposizione dei musicisti, una testimonianza importante sulla musica di Thelonious Monk e sulle possibilità di costruire situazioni sonore nuove intorno alla musica di un grande del jazz. Un concerto ricco di momenti esaltanti e di spunti di riflessione, un concerto intelligente e divertente, allo stesso tempo.
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Otto musicisti in grado di condurre e sostenere la musica, autori e arrangiatori, a rotazione, dei brani presentati. Il concerto di Joe Lovano, Dave Douglas, Miguel Zenon, Stefon Harris, Andre Hayward, Renée Rosnes, Matt Penman ed Eric Harland (era giusto citare i nomi di tutti i musicisti) vive di una costante capacità di rilanciare la carica emozionale della musica, procede, istante dopo istante, grazie alla forza di leggere il senso del brano - la parte cerebrale e le parti più pulsanti - con grande visione corale.
Jazz in città ha proposto location diverse, come si diceva, con effetti diversi. L'atmosfera suggestiva, lirica dello Sporting Hotel Villa Maria è stata l'ambientazione perfetta per i concerti del duo composto da Marco Di Battista e Marcello Sebastiani e del Trio Mowgli. Due esibizioni dai toni riflessivi,giocati su colori delicati, come l'archetto e la voce di Marcello Sebastiani a doppiare gli assolo, le percussioni di Alessandro Blasi, il pianismo essenziale ed elegante di Marco Di Battista e Lorenzo Paesani, le linee di basso rotonde e nitide di Niccolò Faraci. Il piano trio di Tony Pancella (Marco Bardoscia al contrabbasso e Pietro Iodice alla batteria) si è inserito naturalmente nel contesto e nell'ambiente caldo del Marni Jazz Club ed ha condotto le jam session del festival alle quali hanno partecipato tra gli altri, Paolo Russo, Karin Hammar e Hans Akesson, dell'ottetto di Lars Sjøsten, Alf Wilhelm Ljundberg, giovane chitarrista norvegese, e alcuni giovani musicisti dell'area metropolitana.
Sul palco di Piazza Salotto si sono avvicendati quattro quartetti, con quattro proposte differenti tra loro. Giuseppe Continenza ha condotto il suo set attraverso una lettura, garbata e briosa, degli standard della tradizione chitarristica. Il Panjeazz Quartet ha espresso il suo percorso modale, educatamente aggressivo, tra brani originali e una scelta di standard che ha guardato soprattutto alla fine degli anni '60. Gli A24 hanno espresso un jazz più vicino alle inflessioni della scena newyorchese, Kurt Rosenwinkel e Mark Turner i riferimenti, e il repertorio di brani originali, proposto al pubblico pescarese, amplia il discorso intrapreso nel recente disco, omonimo, pubblicato dal quartetto. Speakin' 4 ha portato sul palco una scelta di brani originali dalle influenze diverse: un repertorio variegato e particolare, capace di unire, con naturale coerenza, l'anima elettrica e strumenti acustici, ritmi sincopati e distensione melodica.