Due Tenori Per John Coltrane – “Metasax” - Auditorium di Roma 4->14.11.2007
Giunto alla sua trentunesima edizione, il Roma Jazz Festival quest’anno ha voluto dedicare la rassegna, come si evince fin dal titolo “Metasax”, interamente al sassofono e ai suoi grandi interpreti. La manifestazione si è svolta all’Auditorium di Roma dal 4 al 14 novembre in dieci coinvolgenti serate che hanno visto la partecipazione di grandi personalità della scena nazionale e internazionale abbracciando più stili e generi, aventi comunque sempre lo strumento ad ancia in primo piano.
Dopo un’anteprima che ha avuto per protagonista il polistrumentista newyorkese John Zorn per tre serate, il fitto calendario ha proposto le sonorità africane del camerunese Manu Dibango con la sua fedele Suol Makossa Gang, il quartetto di Stefano Di Battista, il trio di Joshua Redman, l’omaggio a Monk di Rosario Giuliani accompagnato dal piano di Enrico Pierannunzi, il free jazz d’avanguardia di Dadiv S. Ware , il funk di Marceo Parker e in chiusura il Lee Konitz New Nonet. A impreziosire la già interessantissima programmazione, sabato 10 novembre il Roma Jazz Festival ha vissuto la serata più significativa e attesa: a dividersi il palco infatti c’erano due mostri sacri del sax tenore che hanno fatto la storia contribuendo in maniera determinante alle rivoluzioni stilistiche che il jazz ha affrontato in sessant’anni di sviluppo: Benny Golson e Johnny Griffin. Classe 1929 il primo, di un anno più grande il secondo, i due giganti hanno voluto dedicare il loro concerto, dall’emblematico sottotitolo “We remember John Coltrane”, al grande sassofonista del North Carolina. Accompagnati dagli ottimi Kirk Lightsey al pianoforte, Reggie Johnson al contrabbasso e Douglas Sides alla batteria, in realtà di riferimenti alla musica di Trane non se ne sono quasi mai registrati se non per l’iniziale blues Mr PC, composta in onore del contrabbassista Paul Chambers. Più che altro è sembrato di assistere, sia per lo stile incessante tipicamente Hard Bop che per le movenze spettacolari e i suoni spiccatamente brillanti, ad un omaggio ai Jazz Messenger di Art Blakey, di cui entrambi hanno fatto parte in formazioni diverse. La prima parte del concerto scorre stancamente senza lasciare spunti di interesse, il passare degli anni si fa sentire per entrambi e anche quando Griffin si cimenta in suoi classici come The Jampfs Are Coming dà l’impressione di aver perso parecchio smalto rispetto al solista che suonava nei tardi anni ’50 nel quartetto di Thelonious Monk, risultando alle volte quasi legato. L’acustica poi stranamente non ottimale, con i suoni più bassi che faticavano a venir fuori, non ha certamente aiutato facendo risultare i brani anonimi e piatti, nonostante la generosità e la voglia dei due vecchi leoni del jazz di coinvolgere il pubblico con simpatici duetti di scherno. A far crescere la serata con un contributo importante ci hanno così pensato i tre compagni di scena con una intensa versione in trio di Spring Is Here, con Kirk Lightsey mattatore con un solo essenziale quanto straordinariamente piacevole e supportato da un’altrettanto ispirata sezione ritmica. Tornati sul palco i due attori principali con una carica quasi insperata, il finale è stato un crescendo di emozioni dapprima con una coinvolgente Confirmation di Parkeriana memoria e poi con una strepitosa Take The “A” Train con cui i cinque si sono congedati dalla entusiasta platea. In definitiva è stata un’occasione più unica che rara di vedere sullo stesso palco due sassofoni che hanno davvero scritto in maniera indelebile la storia del jazz e dell’Hard Bop in particolare, anche se, ben consci dell’età, qualcosa in più forse era lecito attendersi, con in primis quella leggendaria I Remember Clifford che Benny Golson volle dedicare alla prematura scomparsa del trombettista Clifford Brown e che divenne ben presto uno degli standard più suonati e famosi.