Jazz'n'Fall 2007 - Pescara, Auditorium Flaiano - 24/26 ottobre 2007
Quattro concerti. Tante visioni, anche divergenti, della stessa materia per un racconto attuale e vario nel jazz odierno. Quattro formazioni scelte per rappresentare le diverse correnti di pensiero e per darne conto ai massimi livelli.
Programma. Partiamo con il programma. Mercoledì 24 ottobre, la serata si è aperta con il duo composto da Jim Hall e Scott Colley e, a seguire, è salito sul palco Indigo 4, il quartetto guidato da Gianluca Petrella. Giovedì 25, è stata la volta del duo formato da Lee Konitz e Martial Solal. Infine, venerdì 26, il festival si è chiuso con il concerto di Carla Bley Lost Chords find Paolo Fresu.
Standard.
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Jazz'n'Fall 2007 ha proposto due visioni differenti dell'esecuzione degli standard. L'approccio di Jim Hall e Scott Colley rispettoso delle matrici e dei canoni; l'esibizione di Martial Solal e Lee Konitz si è sviluppata sulle variazioni e su una maggiore libertà espressiva.
Due percorsi diversi per mettere in luce quanto ancora è possibile dire attraverso gli standard. La classe di Jim Hall e Scott Colley esalta delle esecuzioni intense per partecipazione e precisione: l'intervento avviene tutto nell'ambito di piccole sfumature, nel rispetto di una materia imponente e della storia dei brani. Una esecuzione soprattutto lirica dei brani, una fusione sonora ricca di classe ed eleganza. Temi e improvvisazioni seguono il canone di una tradizione vissuta in primissima persona dal chitarrista, tra i protagonisti più cristallini della storia del jazz e tra i padri della chitarra moderna.
Lee Konitz e Martial Solal interpretano gli standard come spunto per una riflessione sonora istantanea. Improvvisazione e virtuosismo vengono diretti, grazie ad un interplay straordinario, verso soluzioni melodiche di notevole intensità. Il concerto pescarese dei due musicisti ottantenni ha proposto una musica incredibilmente fresca e gioiosa. Energia, sorprese, tecnica, ironia: una rincorsa continua di possibilità espressive e di spunti per sostenere e rilanciare la musica. E il pubblico presente all'Auditorium Flaiano ha richiamato sul palco ben quattro volte Konitz e Solal... Per riassumere il tutto, si possono riportare le parole di Stefano Zenni, nel presentare il concerto del giorno dopo: "Ritorno sul concerto di ieri sera, di Lee Konitz e Martial Solal, per dire, a chi non c'era: non sapete cosa vi siete persi!".
Composizione.
La composizione è antitetica agli standard? Tenendo in un angolo questa domanda, passiamo al concerto che ha concluso il festival: Carla Bley Lost Chords find Paolo Fresu. La composizione è presente nel lavoro di Carla Bley e affascina con la sua costruzione, rigorosa e leggera allo stesso tempo: si crea un filo conduttore immediato, un fattore riconoscibile che lascia spazio alle improvvisazioni dei solisti, all'ironia, agli scambi tra i musicisti, all'inserimento di elementi provenienti da altri generi. Un lavoro tanto importante quanto capace di "nascondersi", di apparire semplice, diretto e di gestire la presenza di cinque musicisti di alta caratura.
Il concerto del quintetto riassume in modo davvero preciso tante esperienze diverse del jazz moderno. Innanzitutto le storie e le esperienze dei cinque protagonisti e la loro apertura all'incontro. I temi composti da Carla Bley rappresentano un materiale prezioso per le improvvisazioni dei musicisti: Fresu, Sheppard, Drummond e Swallow sono, all stesso tempo, utilizzatori e fautori del percorso musicale, mandanti ed esecutori della scrittura della pianista. La costruzione generale del repertorio è coerente con tutti gli elementi coinvolti, con i brani scelti per completare la scaletta, con la visione estetica generale di Carla Bley. Il livello interpretativo di ciascuno, infine, completa il tutto: ciascun musicista dispone al suo meglio del materiale e si pone al servizio del risultato generale.
Il riff.
Gianluca Petrella Indigo 4. Trombone e sassofono a maneggiare standard e lanciare riff. Una attenzione costante alla costruzione dei suoni, dagli effetti usati sul trombone da Petrella al rullantino montato alla sinistra del charleston dal batterista Fabio Accardi, dal ruolo di pietra angolare assunto dal contrabbasso di Paolino Dalla Porta alla capacità di Francesco Bearzatti di modificare con piccoli espedienti il suono del sassofono, per finire con gli interventi elettronici inseriti da Petrella. Una dimensione ritmicamente sostenuta - con la batteria a segnare il tempo sulla battuta, inserendo accenni rock e drum'n'bass - porta il quartetto a muoversi tra assolo e temi quasi come se fosse un gruppo rock, applicando al sax e al trombone le movenze tipiche delle chitarre elettriche.
Suoni acustici ed elettronici.
Anche in questo caso la domanda si potrebbe porre di nuovo: i suoni elettronici sono l'antitesi dei suoni acustici? Sicuramente, Gianluca Petrella ha usato meno elettronica di quanto era possibile immaginare dal disco e, d'altro canto, Jim Hall nell'ultimo brano ha acceso un effetto sulla sua chitarra. Come dire che le due anime si fondono sempre di più e che, forse, finalmente, si è superato il dualismo tra suoni acustici ed elettronici, il sospetto sulla "musicalità" di questi ultimi. La risposta finale forse l'ha trovata Paolo Fresu, inserendo l'eco sulla sua tromba in uno scambio, a chiamata e risposta, tra lui e Andy Sheppard: una terza voce, uguale e spiazzante, intrufolatasi nella meccanica del dialogo tra i due, uno dei passaggi più divertenti del concerto finale del festival.
Ironia.
L'ironia è uno degli aspetti condivisi da tutti i concerti, in forme diverse, of course. Dalle presentazioni in italiano di Carla Bley allo scambio tra Fresu e Sheppard di cui si parlava in precedenza, dalle manipolazioni sugli standard di Indigo 4 ai tasti cercati da Martial Solal al termine della tastiera del pianoforte, dagli sguardi di Lee Konitz a un breve brano country eseguito da Scott Colley e Jim Hall durante il soundcheck. Tanti piccoli episodi, studiati o spontanei, a rendere umano ciò che avviene sul palco e che dimostrano come il jazz, nelle sue mille accezioni odierne, resti comunque una musica in grado di muovere fuori dai territori consueti, di come improvvisazione e divertimento, sia nel senso comune del termine che nel senso etimologico, siano davvero espressioni molto vicine tra loro.
Epilogo.
In conclusione, per rispondere alle domande disseminate nel corso del testo, le possibilità antitetiche e contraddittorie dimostrano la natura ancora vivida e brillante di una musica nata come incontro e capace ancor oggi di accogliere stimoli differenti, di trasformare e di trasformarsi in continuazione, di mantenere sempre alta la creatività e la voglia di ricerca dei musicisti e la voglia di ascoltare cose diverse del pubblico.