Musicus Concentus - Tradizione in Movimento - Firenze, Sala Vanni, Autunno 2007
Venerdì 19 ottobre
Gianluca Petrella
Bread and Tomato
Gianluca Petrella: trombone, elettronica
Michele Papadia: organo Hammond, tastiere, elettronica
Fabio Accardi: batteria, percussioni
Delusione. Il concerto del gruppo “Bread and Tomato” del trombonista Gianluca Petrella sul palco del Musicus per l’apertura autunnale di Tradizione in Movimento, si è rivelato fragile, confuso, pretenzioso. Petrella, riconosciuto a pieno merito tra i migliori trombonisti a livello internazionale, ha esposto tutte le proprie capacità tecniche ed energetiche dimostrando però limiti sul piano progettuale e creativo. Non si riesce a capire bene cosa leghi questa formazione, quale idea la percorra. Uno scenario sonoro pesante, monotono, hammond, tastiere varie, elettronica, batteria, sul quale il musicista barese traccia con il suo strumento parti improvvisate, spesso troppo lunghe, libere, a volte estreme più nel senso della tecnica strumentale che del linguaggio, ma anche inconcludenti, che dimostrano come alla quantità non corrisponda sempre la qualità. La sensazione è quella di un gruppo che ha scelto una strada intermedia tra improvvisazione post-free e certe ambientazioni elettroniche che piacciono a molti strati giovanili, non accontentando però nessuno. La formazione risulta anche molto sbilanciata sul piano dei valori musicali. Allo strapotere del leader si contrappone un modesto contributo dei compagni di viaggio che rimangono sempre dietro, mai mettono in gioco un’idea o un guizzo creativo, il trombonista lascia loro qualche spazio che rimane però musicalmente vuoto. Lo scarto qualitativo percepito tra questo gruppo , altri suoi progetti come le collaborazioni d’alto livello fornite da Petrella in formazioni altrui dimostra probabilmente che lo stesso deve lavorare un po’ di più per farci capire cosa siano i “Bread and Tomato”.
Mercoledì 31 ottobre
Wayne Horvitz Gravitas Quartet
Wayne Horvitz: pianoforte
Peggy Lee: violoncello
Ron Miles: tromba
Sarah Schoenbeck:fagotto
Un vero piacere ascoltare l’ultima formazione di Horvitz. Il pianista americano sin dagli anni ottanta esplora le connessioni possibili tra le “musiche”e lo fa sempre con una profonda visione d’insieme, un ricercatore sopraffino da annoverare tra i più stimolanti del panorama contemporaneo. In qualunque confezione presenti la sua musica, dalle formazioni più sperimentali al cameristico Gravitas Quartet proposto a Firenze, Horvitz trasmette sempre un’alta idea compositiva in un originale impasto di suoni e dinamiche. Nel quartetto è proprio il suono il primo elemento che sorprende. Il fagotto di Sarah Schoenbeck si insinua elegante tra la tromba quasi sussurrata di Miles e le miriadi di figure creative della Lee, ne viene fuori un tappeto sonoro inusuale, originale, che il pianista “gestisce” con leggerezza anche quando mette le mani ed oggetti sulle corde del suo strumento per esplorare sempre più in là. Brani relativamente brevi che vanno a costruire una suite, un insieme di quadri staccati dei quali si può anche dare una lettura complessiva, forse più corretta per gustare fino in fondo la ricchezza delle coordinate che Horvitz compositore espone attingendo enciclopedicamente ma con vivace personalità dalla musica del novecento. Ci stanno dentro le esperienze dei maggiori compositori americani ( da Gershwin a Barber, da Copland a Ellington, come le prime esperienze minimaliste di Glass) ma ad un attento ascolto anche i colori della scala di blues che nella forma, nelle dinamiche ed equilibri di un quartetto così concepito assumono un sapore del tutto inatteso. Tutti i musicisti danno un contributo pregevole, fuori da ogni logica accademica ma rigorosamente dentro lo spazio creativo costruito da Horvitz, dimostrando quanto ancora innumerevoli e affascinanti siano le strade da battere nella ricerca contemporanea.
Venerdì 9 novembre
Elliot Sharp: chitarra
Sharp incontra Monk, sarebbe meglio dire Sharp nasconde Monk. Nella scarna, essenziale ambientazione della Sala Vanni, il chitarrista di Cleveland illumina con la sua esecuzione acustica tutto, compresi i preziosi e severi affreschi alle pareti. Un incontro travolgente. Nelle armonie taglienti, negli spigoli creativi, Sharp va a nozze, li scompone, li tritura, li ricompone a modo suo, gli ridona una veste nuova in un linguaggio estremo, visionario, lontano solo apparentemente dalla partiture monkiane. La musica danza, si ferma, riprende, decolla, rotola, un’architettura musicale instabile, stupendamente imperfetta, unica. Come Monk, Sharp rifiuta la forma, la considera solo una necessità di principio, non è importante avere una struttura nella quale organizzare un pezzo di musica dalla prima all’ultima nota, può rappresentare un limite. In questa logica gli spazi da percorrere diventano infiniti. Lo strumento di Sharp pare tutto meno che una chitarra. E’ora un vibrafono, violino, organo, balafon, percussione, forse è chitarra quando il musicista americano vuol lasciare il segno indelebile del blues rurale. Dentro questo magma sta Monk, basta cercarlo. Sharp in solo sorprende anche nel bis dove proponendo un breve e vibrante “Misterioso”, questa volta quasi del tutto leggibile, esposto nella sua leggera eleganza vuol come affermare un marchio di appartenenza che supera un immediato aspetto musicale e guarda più in là. Ascoltando alcuni commenti a fine concerto riguardo ad un presunto limite tecnico strumentale di Sharp, oltre che provocare qualche inevitabile sorriso, ci porta ad affermare che in qualche modo la storia si ripete. Anche Monk fu infatti spesso definito da certa critica illuminata pianista tecnicamente modesto. Domanderei a questi signori, ma quando ammirate un’opera di Pollock, o una pagina di Joyce discutete sulla loro “tecnica” ? Perché non usare la stesso metro con la musica?
Venerdì 16 novembre
Jamie Saft: pianoforte
Della performance in solo di Jamie Saft, concerto d’apertura del suo tour europeo, si può dare una doppia lettura, una convincente e per certi lati affascinante, cioè quella che riguarda il progetto stesso, l’idea di accomunare, leggere, interpretare vari aspetti della musica americana del ‘900, colta, pop(olare), jazz (ma lasciamo stare le etichette che non ci aiutano certo a capire) in uno scenario, un corpus unico. In questa direzione il pianista americano nell’introduzione al concerto si sbilancia anche “politicamente” affermando candidamente che con l’esecuzione di queste pagine musicali vuol presentare la faccia più valida e pulita del suo paese il quale non sta dando una buona immagine di se nella politica nazionale ed internazionale degli ultimi anni. Con un look nuovo, lunga e corposa barba da santone, guru, con la quale un po’ camuffa la giovane età (è nato a New York nel 1971), Saft mette in fila Monk, Ives, Bill Evans, Springsteen, Bob Dylan, Jimi Hendrix affermando con questa ampia scelta di repertori che il termine “musica contemporanea “ va ridiscusso, esteso necessariamente anche ad opere di derivazione non colta, esigenza pienamente condivisibile ma che trova ancora molte resistenze. A questo punto però a parte i buoni propositi progettuali la lettura del concerto lascia qualche perplessità. Abbiamo apprezzato negli ultimi anni la fresca vena creativa di Saft impegnato alle tastiere nei progetti e formazioni dei maggiori musicisti della nuova scena americana da Dave Douglas, Bobby Previte agli Electric Masada di John Zorn. Ma il pianoforte solo è un mondo a parte, delicato contesto che presuppone una profondo processo di autoanalisi, una maturità interpretativa alla quale si giunge con un maniacale lavoro di scomposizione, ricomposizione, interiorizzazione delle partiture analizzate. Non abbiamo sentito questo percorso nel concerto di Saft alla Sala Vanni, abbiamo ascoltato un’apprezzabile unità interpretativa superare l’ eterogeneità dei materiali affrontati ma non di più. Anzi spesso l’ eccessiva enfatizzazione degli stessi come un ridondante stile “sinfonico” appesantiscono uno scenario sonoro che probabilmente necessita di un processo di sintesi e sottrazione.
Venerdì 23 novembre
Houdini’s Cage
Francesco Bigoni sax tenore
Enrico Terragnoli chitarra el.
Greg Cohen contrabbasso
Zeno De Rossi batteria
Andate tranquilli, quando sul palco si esibiscono artisti legati all’etichetta “El Gallo Rojo” non ci si annoia mai, garantito. Un circuito di giovani musicisti che da anni espone, senza remore e scorciatoie, una ricerca a trecentosessanta gradi, in uno scenario progettuale meditato e originale. Musicisti che rischiano, si mettono in gioco, specie quasi in estinzione. Artisti che nel periodico coinvolgere nelle loro formazioni ospiti di livello internazionale dichiarano con forza che attraverso lo scambio di esperienze e conoscenze si cresce e con la con la mente più aperta. Questa volta sul palco c’è il grande contrabbassista Greg Cohen , musicista che da anni frequenta da protagonista gli ambienti dell’avanguardia statunitense. Vederlo interagire con i musicisti italiani è un vero segnale positivo. Gli stimoli, le idee, provengono da ambiti i più disparati. Questa volta De Rossi e compagni si ispirano ad un personaggio singolare quanto unico: Harry Houdini , mago, illusionista, maestro dell’arte dell’evasione, famoso agli inizi del ‘900 per le sue fughe da situazioni al limite del possibile riuscendo a liberarsi da manette, catene, corde, camicie di forza e lucchetti in pochi minuti. Una vita avventurosa e spericolata. Sull’esempio di Houdini i musicisti a loro volta tentano di spezzare corde e catene che li legano agli schemi e le convenzioni della tradizione. Lo fanno in un set frizzante, mutevole, che mischia musica da circo dal gusto retrò, canzoni e musica da ballo dozzinale e sbilenca, tanghi struggenti e l’ingenuità del jazz delle origini, il tutto riletto in un’ottica, in un percorso che butta via gli orpelli inutili salvando spirito, vitalità, guardando avanti. Una musica moderna e coinvolgente, piacevole quanto rigorosa, tanto lontana da stucchevoli revival quanto proiettata nella contemporaneità. Per portare a fondo un’idea del genere ci vogliono i musicisti giusti e sul palco della Sala Vanni ci sono e come. Il sax di Francesco Bigoni, con sempre maggiore personalità, traccia suoni e fraseggi astratti, la chitarra di Enrico Terragnoli (confermatosi anche ottimo compositore) ora graffia ora declama garantendo una continua e ricca tensione, il drumming di Zeno De Rossi è sempre straordinariamente espressivo e sintetico, dal canto suo Cohen con suono e cavata inimitabile stende una continua tela ritmica nella quale ognuno trova i propri spazi creativi.