Intervista a Luigi Cinque
Foto: Fabio Ciminiera



Luigi Cinque "Ogni disco è un punto di arrivo, anche da un punto di vista temporale. In Passaggi avviene un percorso che parte dalle mie vecchie frequentazioni - da una parte la musica contemporanea, dall'altra le collaborazioni con grandi musicisti etnici e jazz - e giunge ad una forma più compiuta, definita e narrativa. Anche nei miei lavori precedenti erano presenti, grandi jazzisti, però si intuiva il tentativo di collocarli o di ricollocarli. In Passaggi ogni elemento trova un suo posto, in modo molto più naturale. Danilo Rea, Gianluigi Trovesi, Salvatore Bonafede sono perfettamente inseriti in un contesto di musica "transgenica", come la definisco io, in cui ci sono contemporaneamente molti livelli: c'è il jazz, ma c'è anche l'etnico, c'è anche il classico, in alcuni momenti c'è la canzone. Questo forse è il merito di Passaggi: aprire il ponte al Terzo Millennio. Ovviamente è un percorso che io compio con estrema umiltà, senza pensare di avere una Bibbia in mano.

Jazz Convention. Ascoltando le tue parole e i brani di Passaggi, si avverte come il tessuto musicale sia intrecciato con fili di diversa provenienza che vanno a confluire in un'unica dimensione... una maniera, se vuoi, di porsi nei confronti della contaminazione, non come obiettivo finale, ma come dato di fatto, come dato scontato di partenza.

Luigi Cinque Passo per essere uno che, da tanto tempo, si occupa di contaminazioni. Fondamentalmente è vero: abbiamo cominciato a farlo prima dei venti anni e, adesso che ne ho cinquanta, ci troviamo ad aver fatto tutto un percorso dal periodo in cui la contaminazione era importante anche perché era in antitesi, era antagonista, era politicamente corretta, in un'Italietta monocolore, in cui non esistevano le altre culture, e abbiamo attraversato, soprattutto negli ultimi due decenni, un periodo caratterizzato dall'omologazione, dal villaggio globale, dal pianeta dei mercati, siamo tutti ormai mischiati in una specie di frullatore. In Europa ci sono duecento milioni di cittadini che rappresentano tantissime culture diverse: siamo entrati nella fase della post-contaminazione. cominciamo a ragionare su quello che è bello o brutto, su quello che ci emoziona o no, indipendente se questo lo fa il giallo, il rosso o il verde, indipendentemente dal fatto che quella cosa si prenda dalla Mongolia, dall'India, dal jazz, dal rock o dalla musica contemporanea... questa secondo me è la nuova frontiera. A mio avviso, è molto importante sottolineare premesse storiche e musicali importanti, come ad esempio la fusion e, ancor prima, tutta l'esperienza davisiana, con la svolta modale di Kind of Blue e quella elettrica di Bitches Brew. Sono state esperienze caratterizzate dal mettere insieme animali musicali diversi per ottenere nuovi risultati. L'utilizzo dei modi, ad esempio, provenienti da altre culture, per dar vita al jazz modale. Il jazz è riuscito ad elaborare e metabolizzare l'incontro con le altre culture molto meglio di quanto abbia fatto la musica colta europea contemporanea. Questo da il senso di quanto il jazz abbia un'anima vitale e contemporanea, di quanto il jazz sia in grado di cogliere meglio gli stimoli del nostro presente rispetto alla musica classica che è diventata spesso autoreferenziale o alla canzone che subisce la grande influenza del mercato.

JC. Tornando a Passaggi, qual è stato il lavoro che hai effettuato sulla composizione per dare voce a tutte le esigenze linguistiche e narrative presenti nel disco.

LC. Da una parte c'è stato un grosso lavoro di scrittura e di editing perché siamo rimasti in sala un tempo anche superiore al necessario: abbiamo liberato le energie, dato spazio a diversi modi di suonare i soli e così via. Ma nello stesso tempo, c'è stata l'assoluta libertà emotiva di accostare strumenti, di scrivere contemporaneamente per bandoneon e per sassofono, per le voci etniche, elettroniche e liriche. È successo così per molti brani: se ascolti Baires African Impressions, li hai il senso preciso del percorso del disco. Innanzitutto perché è un brano registrato tra Roma e Buenos Aires: ero a Buenos Aires per lavoro e ho incontrato Walter Rios, un grande bandoneonista e con lui abbiamo registrato, anche in maniera un po' rocambolesca con il mio studio portatile, le tracce che poi sono andate a far parte del disco. Questo ti da anche il senso della trasmigrazione delle idee, delle ipotesi e degli attraversamenti. Inoltre mi sono preso la libertà, che prima non mi concedevo e che penso di essermi conquistato, di parlare contemporaneamentedi tango, di oriente, di jazz raffinato, di piano fox-trot, come in un film, e dare a tutto questo una forma che, per fortuna, è venuta... io ci ho messo del mio, ma la fortuna poi aiuta...

JC. Effettivamente c'è in Passaggi uno sguardo cinematografico, una narrazione visiva fatta attraverso i suoni...

LC. Esatto, c'è un tipo di economia compositiva tipica del cinema; d'altra parte musica, cinema e pittura si influenzano tra loro, a vicenda. Le dissolvenze e le apparizioni dei personaggi sono pensate come se fosse un film: in questo senso è un disco narrativo ed è un disco che ha molto rispetto dell'ascoltatore. Passaggi è stato pensato tenendo presente il punto di vista dell'ascoltatore e non come un prodotto autoreferenziale: raccontare una storia presuppone che qualcuno la capisca - magari a suo modo, magari negandola, perché non gli piace. Il punto centrale di un discorso narrativo è ragionare tenendo presente un ascoltatore. I ritmi sono cinematografici: ci sono due brani, Dissolvenza Treno 104 e Dissolvenza Treno 109, in cui si parta da un luogo in cui c'è quasi un minuetto e si arriva ai ritmi africani, come se si fosse in un treno immaginario che parte da Venezia e arriva a Bamako, la capitale del Mali, attraversando gli ambienti con i principi della dissolvenza cinematografica. Stai ascoltando un determinato tipo di musica, il treno corre, entra in una galleria e, all'uscita, c'è tutt'un altro paesaggio. In questo senso Passaggi è senz'altro cinematografico.

JC. Se vuoi, il rispetto dell'ascoltatore, l'inserimento di voci di diversa provenienza, sono elementi che permettono al materiale del disco di rimanere vivo oltre il punto di arrivo del disco stesso.

LC. Un disco vive se rispetta ed è rispettato da chi l'ascolta. I dischi, in realtà, hanno la funzione di essere ascoltati o, come diceva Frank Zappa, di spostare le molecole d'aria nelle stanze degli ascoltatori. Passaggi mi interessa per questo: ha un umile e sacrosanto rispetto della persona che lo ascolta, una o mille o diecimila che siano.

JC. C'è sempre una forte progettualità nei tuoi lavori, una progettualita che va oltre la musica e coinvolge anche aspetti visivi e multidisciplinari. Credo che sia un discorso che nasce anche dai tuoi interessi e dai tuoi obiettivi artistici.

LC. Assolutamente e già a partire dalla formazione con cui giriamo. Ora ci siamo muovendo in quartetto - con Salvatore Bonafede, Andrea Biondi e Badara Seck - e con l'ausilio del live electronics. Poi, la prossima estate, si trasformerà in un ensemble più ampio e rivolto in modo più specifico al jazz, con Danilo Rea, Maurizio Giammarco e Michael Gross, l'ex tromba di Frank Zappa, nonché jazzista di straordinaria intensità. Inoltre c'è la HypertexO'rchestra, una band con una dimensione di trascinamento quasi futuribile. Nello stesso tempo, stiamo lavorando, sempre in collaborazione con la Fandango, alla realizzazione di un DVD che si chiamerà Trans Europa Hotel, un film vero e proprio, nel quale si racconterà la storia di tutti questi attraversamenti, degli incontri con questi musicisti straordinari: cerchiamo di raccontare il nostro punto di vista sulla contemporaneità, sulla quotidianità, il nostro piccolo punto di vista di musicisti che girano per il mondo. Passaggi è in grado di diventare tante cose contemporaneamente e rappresenta molto bene il modo che mi appartiene di vivere e condividere l'incontro diretto di tante discipline diverse. Inoltre, ci sono molte tracce video di Passaggi: non sono sul disco ma, presto, saranno disponibili in rete, pubblicate dal mio sito e inserite su You Tube, anche come progetto di comunicazione con la gente che ci vuole contattare.

JC. Il tuo sito presenta già diversi livelli di lettura e molti spunti per partire con nuove riflessioni... e, anche il sito, se vogliamo, diventa una nuova forma espressiva, magari diversa, più funzionale, con cui tentare nuove strade...

LC. Senz'altro. Di sicuro, oggi, essere in rete è una necessità assoluta per chi fa il nostro lavoro: non essere in rete praticamente vuol dire non esistere, anche se uno si vuole opporre, perché magari una parte della nostra anima è più rivolta al passato e vede l'aspetto spersonalizzante. Ma d'altronde il presente è questo e così si riescono a fare tante cose che fino a pochi anni fa erano semplicemente impensabili. Io sono assolutamente a favore della modernità, del futuro e del terzo millennio. Ho riflettuto molto a riguardo: il novecento è finito, mettiamocelo in testa. A prescindere dalle nostre valutazioni, dal fatto se sia stato bello o brutto, dai fatti terribili che sono accaduti e dalle opere eccelse che sono state prodotte, il novecento è finito, ora siamo nel terzo millennio e dobbiamo vivere il nostro presente con le potenzialità che ci offre. Essere in rete è fondamentale, sia essere su internet che essere in rete con le altre persone con cui si collabora.

JC. Per chiudere parliamo di Makina. Raccontiamo come funziona e quali sono state le motivazioni che lo hanno prodotto.

LC. Makina è una commissione che mi ha fatto la CGIL in occasione del suo centenario, l'anno scorso. Io ho raccolto una sporca dozzina di musicisti - Maurizio Giammarco, Antonello Salis, Raiz, Lucia Galeazzi, una delle voci più belle del Mediterraneo, percussionisti, diversi DJ - e, partendo dalle mie indicazioni e dalle mie partiture, abbiamo elaborato un progetto sul lavoro. Makina è un film, verrà presentato il 19 dicembre all'Auditorium qui a Roma e avremo con noi anche il Balanescu Quartet. Gli spettatori si troveranno di fronte ad una riflessione sul lavoro fatta da questa sporca dozzina, in cui si passerà da musiche di altissimo livello pianistico (grazie alla presenza e alla reciproca integrazione di due artisti come Salis e Bonafede), ad alcune delle più belle canzoni del mondo popolare (Amore mio non piangere, Bella Ciao, i canti delle mondine), fino ad arrivare agli interventi hip-hop di Raiz e alla rappresentazione dell'immigrazione interpretata dalla voce del griot Badara Seck. Tutto questo diventa una vera e propria opera, con l'ausilio di video scenografie e con l'intervento di poeti importanti come Nanni Balestrini, Aldo Nove, Lello Voce ed Elisa Biagini, poeti di diverse generazioni e molto impegnati sul lato politico e sociale. È una miscellanea tra generi e linguaggi per dare un'emozione sul mondo del lavoro e sul suo doppio, cioè il precariato, la mancanza di lavoro, la mancanza di sicurezza. Siamo davvero molto orgogliosi di presentare, a Roma e all'Auditorium, in pieno periodo natalizio, un progetto che parla di questo terribile momento del lavoro, anche in contrasto con il consumismo sfrenato dei giorni di festa e l'uscita dei film di Natale. La musica non deve dimenticare tutto quello che accade intorno, come la tremenda vicenda degli operai morti a Torino la settimana scorsa, e deve interpretare in pieno il suo ruolo sociale.

Fabio Ciminiera - Jazz Convention year 2008