Jack DeJohnette & The Ripple Effect with John Surman - "Hybrids" al Teatro Manzoni, Milano 11.11.07
Foto: Roberta Guzzetti


Jack DeJohnette: voce e batteria
John Surman: sassofoni
Jerome Harris: voce, chitarra e basso elettrico
Marlui Miranda: voce e percussioni
Ben Surman: elettronica, voce

DeJohnette è tornato alla carica del pubblico degli "Aperitivi in concerto" organizzati dal Teatro Manzoni di Milano, dopo l’eccellente performance che l'anno scorso lo aveva visto protagonista, sia dietro le pelli della batteria, sia ai tasti bianchi e neri del pianoforte, di un progetto legato alla tradizione musicale africana: una contaminazione riuscitissima con la musica dei griot, i cantastorie africani, anche grazie alla kora di Foday Musa Suso. In qualche modo, il progetto con cui è arrivato quest'anno si configura come una ideale prosecuzione di quello precedente. Fa da trait d'union non solo la presenza dell'inscancabile Jerome Harris, perfettamente a suo agio tanto nell'uno quanto nell'altro caso, ma anche il concetto di "ibridazione" musicale che ha dato il titolo al concerto di quest'anno. Se, infatti, con Musa Suso l'ibridazione era tra jazz e musica africana, questa volta si può dire che l'ibridazione è stata totale.
L'eccezionale apporto dell'elettronica curata da Ben Surman ha a tratti contribuito a portare la musica nella direzione di una sorta di chill-out jazzy, un po' sulla scia di molti progetti analoghi che stanno interessando sia i musicisti jazz, sia quelli provenienti dall'ambito della musica elettronica - basti citare Amon Tobin o Four-tet - ma naturalmente con un taglio tutto personale. D'altra parte, al contrario, il suono dei sassofoni di John Surman, che non ci sembra inopportuno affiancare a quello etereo di Jan Garbarek, non solo ha contribuito a rimanere nell'ambito del jazz, ma sicuramente non ha mancato di dare, in combutta col batterismo sempre versatile dello stesso DeJohnette, un taglio più funky. Sempre per quanto riguarda John Surman, assolutamente eccezionale l'assolo di sax soprano in "Freedom & Justice", ultimo brano del concerto, che ha permesso alla liricità tipica del musicista anglosassone di emergere in tutta la sua purezza.
Il concerto si è disteso in tre suite di oltre mezz'ora l'una, sempre con una struttura simile, ma aprendosi di volta in volta ad influenze diverse: nella seconda, si è addirittura arrivati a strizzare l'occhio all'hip-hop (impossibile non ritornare al disco "Doo-Bop" di Miles Davis) e al reggae. Tutto rimane comunque profondamente allucinato, anche grazie alle metriche composte della batteria e all'uso dell'elettronica, a tratti quasi psichedelica, nonché alla voce profonda e avvolgente di Marlui Miranda.

Diego D'Angelo - Jazz Convention year 2008