NETWORKSONORO 2008 - Jazz & New Music in Toscana
Foto: Fabio Ciminiera


Sabato 09 febbraio
Teatro della Limonaia
Sesto Fiorentino (Fi)


Giovanni Guidi Quartet "Indian Summer"
Giovanni Guidi: pianoforte
Dan Kinzelman: sax tenore
Stefano Senni: contrabbasso
Joào Lobo: batteria

E’ veramente un piacere ascoltare un gruppo di giovani musicisti esporre una musica moderna e vitale. Questa è la prima positiva sensazione che si prova nell’accogliente teatro della Limonaia di Sesto Fiorentino di fronte al quartetto del pianista Giovanni Guidi. "Indian Summer", che prende il nome dal primo cd della formazione per CamJazz (dove però al contrabbasso c’e Francesco Ponticelli), possiede le caratteristiche di contenitore di passioni dove i musicisti, nella ricerca di un proprio e autonomo cammino artistico, si mettono in gioco. Risulta del tutto "normale" in una formazione giovane percepire tracce e riferimenti, questi sottintendono non solo la loro conoscenza della storia della musica afroamericana, merito non molto comune oggi, ma anche l’esigenza, la necessità culturale di rimanere comunque in questo alveo. Sin dal primo approccio emergono suono, costruzione ritmica che rimandano al quartetto americano anni ’70 di Keith Jarrett, da questa ricca esperienza, spesso dimenticata, i quattro traggono idee ed energia. Dal punto di vista della ricerca sonora, certe sospensioni e certi scenari riportano ad esperienze jazzistiche nord europee. Esplosiva la breve lettura di Ornette Coleman da taglio hard. Guidi è un poeta visionario, costruisce in mille rivoli creativi una ragnatela stratificata di onde sonore che si sovrappongono, si espandono, si moltiplicano, mantenendo al loro interno una tensione ritmica appena espressa, quasi sottintesa. In una postura sbilenca, instabile, Guidi fa corpo unico con il suo strumento, lo guida nei flutti astratti di un linguaggio a volte minimalista a volte sinfonico. Accanto a lui il basso di Stefano Senni e la batteria di Joào Lobo forniscono non solo un ricco tappeto ritmico e sonoro, ma a loro volta si aprono ad una completa interazione con gli altri. Dan Kinzelman, anche lui giovanissimo, è l’altra grossa personalità del gruppo, un mix originale tra il caldo sax di Dewey Redman e il fraseggio distaccato di Lee konitz. Tagliando qualche inutile prolissità e allontanandosi nel tempo da riferimenti e maestri questa è una formazione che potrà dire molte cose interessanti nel panorama del jazz nazionale.

Venerdì 22 febbraio
Concerto inaugurale Metastasio Jazz
Monash University - Prato


Musica presa alla lettera
Michele Rabbia: percussioni

"...Il silenzio è un elemento fondamentale del mio lavoro, vi ringrazio per aver suonato con me questa sera". Così Michele Rabbia saluta e ringrazia il pubblico che entusiasta per ben quattro volte lo richiama, terminata la performance, al centro dell’elegante salone della Monash University. Il pubblico percepito quindi, non nel ruolo di semplice e passivo gruppo di fruizione, ma componente decisiva, meccanismo attivo di un contesto creativo, di un teatro sonoro che il musicista torinese costruisce assemblando, sviluppando, manipolando le più svariate e fantasmagoriche possibilità sonore di strumenti, oggetti, del corpo. Non è facile raccontare Musica presa alla lettera perché si rischia, sezionandola o sintetizzandola, di banalizzarne il profondo percorso di ricerca sonora, di comunicazione emotiva e valenza orchestrale. Rabbia, esponendo questi elementi con naturalezza, leggerezza, semplicità e ironia, li camuffa, ne nasconde il reale e complesso spessore progettuale. Magie da prestigiatore e saltimbanco, passioni ludiche, sberleffi e provocazioni, amore per il teatro, gestualità e tensione drammatica. Il lavoro di Rabbia viene da lontano, dalle forme dissacranti del movimento dada dei primi del novecento, dalla pop-art dove l’aggetto quotidiano riscatta un proprio valore estetico autonomo, dall’action painting, dalla sacralità di suono, silenzio e casualità dell’opera di Cage. La performance del percussionista assorbe i riferimenti delle avanguardie ma ne va oltre, si libera da ogni legame ideologico, da ogni aspetto intellettualistico, per tornare ad una verginità del suono e dell’azione che garantisce poi quella naturalità, leggerezza e semplicità di cui si diceva prima. Proprio in questa capacità, in questo percorso sta la misura dell’artista, il suo allontanarsi da etichette e marchi, il buttarsi a capofitto con tutti i rischi connessi nel magma creativo. Il continuo ribaltamento di situazioni che offre Musica presa alla lettera, gli incastri con le parole di Carmelo Bene, Dino Campana ed altri testi poetici, la commossa dedica a Sacco e Vanzetti, fanno si che voce, corpo, suoni, rumori e silenzi si fondano in un linguaggio pulsante, unico e multicolore, che ora diverte, ora inquieta. Come la vita.

Domenica 24 febbraio
Teatro Giotto - Vicchio (Fi)


Joe Baron Killer Joey
Joey Baron: batteria
Steve Cardenas: chitarra
Brad Shepik: chitarra
Tony Scherr: contrabbasso

Penso che le performance di Joey Baron dovrebbero essere materia di studio per tutti gli aspiranti batteristi, ogni suo concerto assume infatti anche una valenza didattica. Una lezione su storia, stili e tecniche della batteria jazz dalle origini ad oggi espressa in un solo. Anche se il progetto Killer Joey predilige gli aspetti e le sonorità funky, non disegnando però anche atmosfere da ballad, Baron trova sempre il modo di presentarsi come un vero e proprio uomo-batteria-orchestra. Per capire questa ricchezza basta sbirciare la biografia del musicista americano, un percorso luminoso vicino ai più grandi del jazz contemporaneo e dell’avanguardia da Dizzy Gillespie a Stan Getz , da Chet Baker a Lee Konitz, da John Zorn a Tim Berne. Killer Joey è una formazione sbilanciata e originale, due chitarre elettriche, contrabbasso e batteria. Il repertorio in parte originale venato da pulsioni funky dove Baron fa esplodere letteralmente pelli e piatti, ma anche, come anticipato, eleganti letture di ballad come atmosfere aperte e suggestive dove Cardenas e Shepik possono giocare su colori ed effetti. In questa alternanza di situazioni ritmiche e di ambientazioni sonore si può gustare e approfondire tutta la grandezza di Baron, i suoi impeccabili controlli delle dinamiche dai pianissimo ai fortissimo, la poliritmia applicata ad ogni tempo, la scomposizione delle frasi come la loro riproposizione nei solo usando ogni elemento della batteria come autonoma sezione orchestrale. Tony Scherr non si fa certo impressionare dal vulcanico compagno, sornione si porta a spasso il basso sul palco garantendo solido sostegno come uscite solistiche di gran classe. Le due chitarre cadono a volte in soluzioni già sentite ma comunque si muovono sempre in modo funzionale e creativo agli equilibri del gruppo.

Lunedì 25 febbraio
Metastasio Jazz
Teatro Metastasio - Prato


Parco della Musica Jazz Orchestra plays Bill Holman
Bill Holman: direzione, composizione, arrangiamenti
Maurizio Giammarco: direzione, sassofoni

C’è voglia di big band. Questo è la conclusione più logica dopo la serata di grande musica al Teatro Metastasio di Prato. Solo l’impatto visivo di una big band è già di per se una forte emozione, se poi gli mettiamo di fronte uno dei più grandi maestri e arrangiatori della storia del jazz allora il quadro è veramente completo. Bill Holman (Olive, California 1927) assente dai palchi italiani da oltre cinquanta anni (perchè, mi chiedo !) è sicuramente uno di quei personaggi che hanno fatto e scritto la storia delle big band dagli anni cinquanta quando inizia la sua collaborazione con l’orchestra di Stan Kenton e arrangia per Count Basie. Ottimo sassofonista prevale in lui la passione per la scrittura e l’arrangiamento per grandi orchestre dove ne esalta i contrasti delle sezioni, modula con eleganza le masse sonore, disegna i grandi effetti d’insieme, ritaglia ad arte gli spazi improvvisativi. Ma la forza di Holman non sta solo qui, e sarebbe già abbastanza, in lui c’è un valore aggiunto, una capacità unica di illuminare la musica, di renderla come un’opera d’arte compiuta. La modernità è un altro aspetto sorprendente del lavoro di Holman, infatti è sempre stato un passo avanti nel prefigurare nuovi scenari; soprattutto nella ricerca del sound si allontana da ritualità e soluzioni accattivanti ma vuote di certi suoi colleghi per puntare a scavare nel profondo delle partiture. Nel concerto al Metastasio sarebbero bastati le cinque composizioni di Monk, lette e riproposte con una personalità unica, a dare senso e contenuti all’appuntamento. Ma non potevano certo mancare i suoi brani originali sempre sorprendenti, attuali per le continue trovate sul piano dinamico, aperte all’improvvisazione come momento alto di sintesi, momento culminante. L’orchestra del Parco della Musica si dimostra sicuramente all’altezza della situazione, è docile, si fa domare dal grande maestro ma ruggisce quando serve, fondendo voci storiche e nuovi talenti. Un piacere vedere una grande orchestra italiana confrontarsi con professionalità, passione e creatività con le complesse partiture di Holman. Il pubblico che riempie il Metastasio lo percepisce e vorrebbe che i musicisti non lasciassero mai il palco. Sì, c’è proprio voglia di big band.

Paolo Carradori - Jazz Convention year 2008