NETWORKSONORO 2008 - Jazz & New Music in Toscana
Sabato 15 marzo
Teatro degli Industri – GrossetoStefano "Cocco" Cantini
"Going Back To Africa"Stefano "Cocco" Cantini sax – Francesco Maccianti pianoforte – Ares Tavolazzi basso – Piero Borri batteria – Ettore Bonafè, Brahima Dembelè, Draman Konatè percussioni - Claudine Zemassà voce e danza
Domenica 16 marzo
Teatro degli Industri – Grosseto"Homage to Art Blakey" feat. former Jazz Messengers"
Benny Golson sax – Philip Harper tromba – Javon Jackson sax – Johnny O’Neal pianoforte – Peter Washington basso – Louis Hayes batteria
Parlo dei due concerti al Teatro degli Industri di Grosseto in un unico blocco non solo perché si sono tenuti un giorno dopo l’altro e nella stessa sede ma soprattutto perché rappresentano in modo emblematico, pur nella diversità progettuale che li muove, un esempio alquanto imbarazzante del tentativo di voler dare una qualche rappresentazione del jazz oggi. Il musicista toscano Stefano Cantini, sassofonista pregevole e ispirato, sa benissimo che non basta affiancare dei bravi percussionisti africani ad un classico quartetto jazz per evocare l’Africa, come sa altrettanto bene, e lo ha sinceramente dichiarato sul palco, che proporre A love supreme e My favorite things è come camminare sui carboni ardenti. Con queste premesse è chiaro che il progetto Going Back To Africa, idealmente e culturalmente forte nel cercare un possibile viaggio a ritroso verso la madre Africa, potenzialmente possedesse in se tutti i rischi di travalicare quel labile confine che lo separa da una rappresentazione puramente folklorica. Proprio percorrendo questo pericoloso crinale la serata si snoda tra un elegante jazz di maniera del quartetto, e nella seconda parte, con l’arrivo delle percussioni, in un confuso ensemble, vigoroso, energetico quanto volete, a tratti piacevole ma che mai riesce a dare un segnale utile per farci capire che dietro ci sta un’idea guida, una ricerca che non significhi una semplice sovrapposizione di formazioni. In questo quadro, con anche il dubbio che poco sia stato il tempo a disposizione per lavorare sugli equilibri dell’insieme, l’elemento che ha salvato la serata è probabilmente stata la passione, la totale dedizione di tutti i musicisti impegnati che ha regalato al numeroso pubblico una genuina voglia di trasmettere emozioni.
Altrettanto discutibile, come poi lo sono più o meno tutti gli omaggi a... che si ripetono periodicamente nella storia della concertistica jazz, la serata dedicata ad Art Blakey. Sul palco c’è sicuramente un pezzo di storia del jazz moderno (peccato l’assenza all’ultimo momento del grande trombone di Curtis Fuller) come giovani di buone capacità e speranze, ma la riproposizione pedissequa di un hard bop ampiamente e storicamente esaurito e prosciugato fa riflettere sulla validità di queste proposte affinché provino almeno ad andare oltre un’ operazione nostalgica. Come penso che sia corretto far conoscere musicisti che hanno dato un contributo importante alla storia della musica afroamericana nell’ottica di preservare una memoria storica cui si deve fare comunque i conti, mi chiedo se omaggiare, in questo caso specifico il grande batterista Art Blakey, possa significare riproporre oggi meccanicamente la sua musica, le sue idee. Blakey è stato un grande innovatore non solo per quanto riguarda il proprio strumento (ritmi incrociati e raddoppiati, riduzione degli elementi poliritmici, scansione più aperta, assoli di figurazioni tra percussione africana e percussione della marcia) ma anche come leader dei Jazz Messengers che tra gli anni ’50 e '‘70 è stata una vera e propria fucina di talenti (Clifford Brown, Wayne Shorter, Freddie Hubbard, Keyth Jarrett, Branford e Wynton Marsalis... tanto per fare qualche nome). Un artista di questo calibro non lo si può ricordare oggi proponendo un brodino riscaldato, meriterebbe un disegno più coraggioso, un progetto che guardi avanti e non indietro in un possibile, necessario sviluppo della linea stilistica e creativa del musicista. L’isola che non c’è.
Lunedì 17 marzo Metastasio Jazz
Teatro Metastasio – PratoGianluca Petrella Cosmic Band
Gianluca Petrella direzione, trombone – Beppe Scardino sax baritono – Francesco Bigoni sax tenore – Mirko Rubegni tromba – Giovanni Guidi pianoforte - Alfonso Santimone sintetizzatore - Gabrio Baldacci chitarra - Francesco Ponticelli basso - Federico Scettri batteria - Simone Padovani percussioni
Ho espresso qualche volta dubbi sulle capacità progettuali e da leader del trombonista Gianluca Petrella, rispetto alla sua Cosmic Band però di dubbi non ne ho, è la sua formazione migliore. Vista la giovane età media dei suoi componenti potremmo definirli i "ragazzi terribili" del jazz italiano, un vero tornado di talento, creatività, ironia, energia pura. Una scommessa per il futuro. Nel rileggere le esperienze dell’Arkestra di Sun Ra, utopia musicale, un cocktail onirico di miti africanisti e di accessori da fantascienza per dirla con Philippe Carles, Petrella mette insieme una formazione altrettanto spiazzante, provocatoria e visionaria. La sua regia musicale è perfetta nel dosare le parti scritte, gli equilibri degli insieme, gli spazi liberi, lo fa aggirandosi tra i compagni di viaggio con il suo strumento come un angelo sterminatore, novello pulcinella, apre, chiude, amplia, divide, rilancia i flussi sonori per evitare ogni possibile routine, contro ogni rassicurante soluzione. Ma il viaggio della Cosmic Band non tocca solo il pianeta Sun Ra, metabolizza al meglio i colori e gli impasti mingusiani, succhia energia eversiva dal Davis elettrico come si lascia affascinare dai magici equilibri pulsanti degli ensemble di Gil Evans.
Tutti questi materiali vengono mixati, elaborati nella prospettiva di darne una lettura originale, niente cover, tutto è messo in discussione e aperto al contributo dei singoli. Come su un piano instabile la musica rotola da un parossismo travolgente a ricche parti solistiche tutte coerenti e funzionali all’idea che percorre la band. Finalmente si ascolta elettronica e sintetizzatori come vera colonna sonora di ciò che avviene sul palco, contributo che stride in modo unico con il suono etnico delle percussioni. La chitarra elettrica traccia sonorità lancinanti che attraversano tutta la musica mentre sax e tromba dialogano in modo frizzante mai scontato. La ritmica tiene tutto con elasticità regalando non pochi slanci solistici di classe mentre il leader preferisce dirigere, coordinare non dimenticando però il proprio strumento del quale è oggi tra i maggiori interpreti. Nella parte finale del concerto l’ironico siparietto di teatro musicale (che ricorda le esperienze anni ’70 di formazioni olandesi come ICP e Kollektief), durante il quale, mentre piano, basso e batteria sfornano un sottofondo jazz d’arredamento, gli altri con bicchieri, piatti e vociare creano la classica ambientazione sonora da club, è un ulteriore segnale forte che ci conferma come questi giovani musicisti vogliano allontanarsi da riti e musei del jazz.