Amor di Jazz - Teatrino di Via Sacco, Varese - Aprile-Maggio 2008
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Quattro concerti hanno dato il via quest'anno alla prima edizione di "Amor di Jazz", una rassegna interessante e sicuramente destinata a crescere nei prossimi tempi. Grazie agli sforzi dell'associazione culturale "Il Vellone" e alla curatela dell'appassionato (molto noto nell'ambiente varesino) Aldo Cappellani, questa iniziativa è stata un vero successo: da ormai molti anni in questa città i concerti di jazz non avevano grande affluenza di pubblico. "Amor di Jazz" è riuscito a ribaltare l'assioma per cui "a Varese il jazz non funziona", attirando in ognuna delle quattro serate del cartellone un pubblico vasto ed eterogeneo, che ha sempre dimostrato di apprezzare tutti i vari musicisti che si sono avvicendati sul palco del teatrino "Gianni Santuccio" di Via Sacco.
Va fatta una necessaria precisazione: il valore della rassegna non sta nella musica proposta, ma nel valore "sociologico" dell'iniziativa. Spiace un po' dirlo, anche visto il riscontro presso il grande pubblico, ma la programmazione pare essersi fermata agli anni '40, e la qualità in sé non è mai stata molto alta. Ma andiamo con ordine.
Ad aprire le danze, il 14 aprile, è stato il gruppo di jazz tradizionale "Chicago Stompers", il cui nome è già un manifesto. Si tratta probabilmente della formazione di "hot jazz" più giovane d'Italia, arrivando appena ai vent'anni a testa. Questo è un valore aggiunto della manifestazione: il largo spazio dato ai giovani, soprattutto della provincia, che normalmente trovano molte difficoltà a reperire ingaggi. I giovanissimi musicisti, capitanati dall'eclettico polistrumentista Mauro Porro, convince soprattutto per l'uso di strumenti d'epoca accuratamente selezionati, spesso difficili da ascoltare in concerto, e per la vitalità della resa scenica.
Il 7 maggio è stata poi la volta della vocalist Maria Patti, che - spiace dirlo - non è riuscita a convincere pienamente, a causa di interpretazioni piuttosto logore e prive di energia di alcuni brani tratti sempre dal repertorio anni '40. Accompagnata da una delle più formidabili sezioni ritmiche lombarde (e non solo), quella formata da Attilio Zanchi (in splendida forma) e Marco Castiglioni, oltre che dal pianista Giuseppe Emmanuele, la cantante ha comunque incantato il pubblico, dimostrando come la sete di jazz e di buona musica sia imponente nel pubblico della rassegna.
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Terzo incontro quello con il Dario Cellamaro "Swingsuit quintet", con cui ci allontanava un po' dagli standard della rassegna (ma non troppo, essendo il suono - per altro eccellente - del trombettista Emilio Soana direttamente legato a quell'ambito espressivo) in direzione di un hard bop di marca "Jazz Messenger", anche se l'eccessiva irruenza del leader batterista ha penalizzato un po' la resa, forse anche a causa di una situazione acustica non proprio eccellente
A chiudere la rassegna, gli "Swing Friend" di Alfredo Ferrario (che ha recentemente inciso un disco dedicato al suo strumento, il clarinetto), Paolo Alderighi (piano), Massimo Caracca (batteria) e Roberto Piccolo (contrabbasso), con Giorgio Alberti come Guest Star. Dal punto di vista della qualità musicale, è stato forse l'incontro migliore della rassegna, con tutti i musicisti in ottima forma e pronti a dare il meglio di sé.
In definitiva, "Amor di Jazz" è una rassegna che può crescere ancora (probabilmente la rivedremo già il prossimo autunno) soprattutto dal punto di vista della programmazione, non tanto per quanto riguarda la qualità (tutti i concerti, sebbene non eccellenti per gli standard nazionali, hanno avuto comunque una qualità più che sufficiente a destare un certo interesse anche negli addetti ai lavori, e soprattutto ad entusiasmare il pubblico, il che è la cosa più importante in queste iniziative) quanto proprio dal punto di vista della varietà di generi musicali. La progettazione di una rassegna incentrata sul jazz anni '30 e '40 può essere sicuramente interessante, ma lasciare spazio anche a musiche un po' più "moderne" siamo sicuri che potrebbe contribuire ulteriormente ad avvicinare il pubblico varesino alla musica jazz, in tutte le sue sfaccettature.
Ci auguriamo comunque che la rassegna vada avanti con altrettanto (e anche più) successo, poiché le rassegne piccole come questa sono, in definitiva, l'anima del jazz nostrano, soprattutto da quando la programmazione dei grandi festival sul territorio è diventata sempre più lo sfoggio di grandi nomi ormai completamente fini a se stessi, senza più attrattiva artistica, puntando sempre di più sulle vendite e meno sulla qualità.