Verona Jazz 2008
Foto: Emilio Palanti


Le ultime due serate di Verona Jazz 2008 proponevano tre concerti assolutamente interessanti, ognuno dalle diverse caratteristiche: come da tradizione il cartellone di Verona presenta anche artisti che non sono molto conosciuti in Italia, ma dal valore indubbio, com’è il caso di Stanley Cowell, pianista americano dell’Ohio, che nella sua carriera ha spaziato in ogni contesto jazzistico. Dal sodalizio con Charles Tolliver al movimento free di Chicago, Cowell si è formato uno stile assolutamente personale, documentato dai suoi dischi, soprattutto in trio e da solo. Proprio in quest’ultima veste si è presentato nella Corte del Mercato Vecchio. In un’atmosfera suggestiva ha presentato i suoi brani originali, densi di romanticismo, con strutture complesse, ma sempre intrise di melodia, come “Cosmology”, “Brilliant Circles” e “Emil Danenberg”, tratta da “Illusion Suite”, un disco datato 1972.Il fascino che Cowell ha creato è continuato anche con “Carnegie Six” e “Apple Poets”, fino al bis eseguito alla kalimba, una versione di “But not for me” veramente originale.
Dall’atmosfera quasi da camera poi si è passati letteralmente in un altro mondo, con un altro gruppo tutto da scoprire, i Sao Paulo Underground. La formazione in quartetto era capitanata da Rob Mazurek, che già era stato ospite a Verona anni fa con un'altra formazione, i Chicago Underground.
Ora dall’Illinois al Brasile l’eclettico cornettista ha trovato nuova linfa per le sue improvvisazioni, cariche come sempre di ritmo: qui la batucada viene miscelata con echi davisiani e l’enorme impatto sonoro ti trascina in un vortice elettrico di colori, come in un sambodromo allucinogeno. Coadiuvato dal suo compagno di avventura Mauricio Takara, batterista e percussionista, oltre a Guilherme Granado e Richard Ribeiro, Mazurek ha presentato brani tratti dall’album “Um, dos, treis”, uscito nel 2006 e da “The principles of Intrusive Relationship”, che verrà pubblicato a breve. Un esperienza ipnotica che consigliamo a chi ama il jazz elettronico e le nuove frontiere. Chi invece fa parte della vecchia scuola e senz’altro Carlos Santana, protagonista all’Arena la sera del 30 giugno.
Una leggenda vivente, per lui il tempo si è veramente fermato.Sono passati quarant’anni da quando poco più che ventenne infiammò la platea di Woodstock ed ora eccolo ancora qui a scaldare gli animi con il suo tocco inconfondibile.L’unico appuntamento italiano con il “Live your light tour”faceva tappa a Verona e il risultato è stato un Arena stracolma di fans di ogni età, accorsi a celebrare il grande chitarrista. Santana, come al solito, è stato supportato dalla sua band stellare di dieci elementi che comprendeva, fra gli altri, Chester Thompson alle tastiere, Benny Rietveld al basso, Dennis Chambers alla batteria, Raul Rekow alle congas (con lui dal ’76) e Andy Vargas alla voce.
Un set diviso a metà fra i successi del passato e le hit più recenti ha accontentato praticamente tutti e così dall’energica iniziale “Jingo”, via via si son potuti ascoltare “Corazon Espinal”, “Black Magic Woman”, “Maria Maria”, “Oyo como va”, “Shine a light” e “Incident at Neshabur”.Il suo tocco è rimasto intatto e il latin rock, fuso con il jazz, blues e funk, è stato portato a nuova vita dal sound esplosivo del suo gruppo.Uno dei momenti più toccanti del concerto, che ha fatto sobbalzare i più nostalgici, è stato quando sullo schermo gigante dietro al palco sono passate le immagini e il sonoro di Woodstock, quando iniziavano le note di “Soul Sacrifice”, ripresa subito live in un mix da brivido. Santana continua la sua tournèe in Europa e poi negli Stati Uniti ed è utile ricordare che parte dei proventi verranno devoluti alla Fondazione Milagro, creata da Carlos e Deborah Santana per sostenere gli orfani bambini di tutto il mondo.

Emilio Palanti - Jazz Convention year 2008