Young Jazz.08: il festival visto da dentro - Intervista a Manolo Rivaroli.
Foto: Fabio Ciminiera



Manolo Rivaroli "Come qualità dei gruppi e delle proposte musicali, penso che quest'anno abbiamo superato tutte le precedenti edizioni; come contraltare, ovviamente, ci sono state tutte le difficoltà logistiche e organizzative di un festival che sta crescendo - e vuole crescere: gestire tante persone, tanti ospiti. Sicuramente il lato bello è poter portare nella mia città la musica che mi piace. Nello stesso tempo, magari può capitare che, nel seguire l'organizzazione degli eventi, non riesca a gustare fino in fondo la musica, l'atmosfera dei concerti."
A parlare è Manolo Rivaroli, presidente dell'Associazione Inblue, promotrice della rassegna Young Jazz di Foligno, giunta quest'anno alla sua quarta edizione.
Negli articoli sulle diverse edizioni, ma anche nelle chiacchierate a bordo palco, si è parlato spesso della definizione di Young Jazz; la denominazione comprende sia l'età dei musicisti che la novità e la voglia di esplorare della musica proposta. Dan Kinzelman suggerisce, nell'intervista che pubblicheremo presto su Jazz Convention, la definizione di jazz come idea, come atteggiamento complessivo, piuttosto che come stile espressivo o linguaggio. "Non saprei definire esattamente un jazzista e il jazz. È musica non scritta? non è vero... è improvvisazione? è swing?... Il punto è proprio questo: la gente pensa che Young Jazz sia un festival organizzato per i musicisti giovani. Ma non è Young Jazzmen: è Young Jazz. E, se vogliamo, la musica che presentiamo nel festival non è necessariamente jazz. Ci sono le jam session, c'è l'attenzione all'improvvisazione, ma nel programma di quest'anno non abbiamo avuto molto jazz tradizionale o mainstream. Lo spartiacque che ci interessa è uno spartiacque storico e culturale: quando, alla fine defgli anni '60, Miles Davis, il massimo esponente della musica dell'epoca ha varcato le barriere tra i generi e ha fatto cadere i confini, non ha avuto più senso fare classificazioni. Young Jazz è un nome: noi vogliamo guardare a chi cerca un linguaggio nuovo."
Alle questioni stilistiche si affiancano i problemi legati all'organizzazione di un festival di musica non convenzionale o commerciale. "Le problematiche sono tantissime. In primo luogo, il grande numero di persone necessarie per organizzare un evento del genere e che, purtroppo, sono costrette, per i limiti del budget, a fare del puro volontariato e non bastano mai. Dal mio punto di vista il festival è vincente: non possiamo pensare a fare i numeri di un concerto pop, ma la città risponde bene. Abbiamo avuto sempre gente e va considerato anche che abbiamo portato musica che il pubblico non è abituato a sentire. Le istituzioni hanno fatto più di quello che dovevano fare: abbiamo un assessore giovane in Comune che si è speso personalmente con la Provincia e la Regione per farci avere i massimi contributi possibili. Abbiamo delle collaborazioni importanti come quella con la Akuel, e la relativa campagna di sensibilizzazione sull'AIDS e sull'uso del preservativo, con Dancity, che l'anno scorso ci ha dato modo di collaborare con l'Ambasciata Norvegese, con Ragnatele e Via Industriae, che hanno curato il progetto grafico. Inoltre abbiamo la sponsorizzazione della Cam Jazz che ci da molto prestigio. Ma, torno a ripetere, la risposta della città è davvero positiva: basta pensare che, negli anni, intorno al festival sono nate esperienze come i concerti del Feedback, un paio d'anni fa, e soprattutto, quest'inverno, la stagione di concerti al Gajà.

Fabio Ciminiera - Jazz Convention year 2008