Jazzeau - Al Jarreau in concerto a Torino.
Il punto di partenza di questo resoconto personale è davvero curioso, questa volta, perché tratta di un refuso freudiano. Di un biglietto pagato, di un piccolo giallo.
E c’è anche una sorta di pudore nel recensire l’appuntamento nell’unica data italiana di Al Jarreau: troppe le persone non presenti, e decisa incapacità di trovare un solo, piccolissimo difetto alla performance. Qualche stonatura nel contorno, al contrario, permetterà che questo racconto si possa trasformare nell’entusiastica celebrazione di un concerto perfetto.
Per una volta, niente accrediti. Un biglietto pagato, e un posto normale, in piedi, dietro una transenna inutile e ridondante. Volevo un concerto che non si trasformasse subito in parole da costruire, e poter ascoltare ciò che amo senza alcun condizionamento.
E’ l’unica data italiana di Al Jarreau (neanche ufficialmente registrata sul suo sito, non menzionata, riconosciuta. Sarebbe simpatico indagare sul perché...) e la location privilegiata che lo ospita è probabilmente la trovata estiva di un illuminato direttore marketing: un non luogo definito ‘Village’ a ridosso del più grande ipermercato di Torino. Un palco piacevole, non immenso e incombente, luci curate, atmosfera da parco giochi, riflessi blu, rossi e gialli delle insegne ikeamcdonaldfnac, sentore di salsicce, nelle casse swing d’assalto perché chi è lì capisca la valenza di quello che sta per ascoltare. A volte gli organizzatori fanno così.![]()
Gli astanti: dal tipo ‘speruma che non fa solo roba brasiliana’ alla signorina che ha accompagnato il partner la quale annoiata afferma di non sapere nulla di questo cantante (anche se probabilmente si ricorderebbe immediatamente di lui all’ascolto della sua versione di ‘Ain’t no sunshine’ o magari della stupenda ‘Your Song’, che nelle sue mani perde quel pizzico di voluta stucchevolezza). Gente che parla della casa a Portofino, di quanto ha speso poco prima all’interno del supermercato, di ‘ma insomma Jarreau è nero o bianco? È mulatto? E Keith Jarrett invece?’, et similia. Naturalmente anche molti ascoltatori consapevoli e qualche cantantino locale.
Il problema vero però è un altro, ed è un problema sempre più frequente. Come mai di un vino occorre conoscere tutto, i sapori i profumi le sfumature i colori gli ospiti naturali cresciuti accanto, e di una performance non si possono conoscere i componenti della band che accompagna un artista così? Uno ha portato con sé qualcuno come Marcus Miller, Joe Sample, Steve Gadd, un certo Paulinho Da Costa, perfino l’immenso Michael Brecker e David Sanborn, cosa può averci riservato per questa serata? Perché nemmeno il personale gentile e disponibile all’ingresso ne sa qualcosa? Perché mai ognuno degli articoli di presentazione della serata non ne menziona uno? Inquieta e indagatrice: sul sito dove non è scritto nulla a proposito di questa data ne è riportata un’altra in Austria, prevista due giorni dopo. E’ possibile che il gruppo sia lo stesso, dunque annoto le generalità e mi ritrovo ad identificarli per mezzo di FlickR. Eureka. Trovati, sono stati proprio loro ad emozionarmi. Scrivo chiari i loro nomi perché ancora ho i brividi e perché ci sia tra i lettori qualcuno che approfondisca.![]()
Meravigliosi. Direttore musicale e grande performer è Joe Turano, tastierista con l’opzione di alzarsi ogni tanto, prendere un sax e lasciarci senza parole; chitarrista inaspettato e definito da Jarreau ‘Johnny be good’ è John Calderon, a suo agio dal classico al funky più caldo; Mark Simmons è il classico batterista da cui ti aspetti dei mega fuori programma, che non tardano ad arrivare incitati fuori campo dalle urla di Al, e così il basso di Stan Sargeant evoca Pastorius non inconsapevolmente e ci regala una gag quando sopprime una zanzara con un battito di mano a tempo con il suo solo. Larry Williams ha un pianismo lieve e fluido, un po’ Shakatak e un po’ Lyle Mays. Ma Il concerto inizia nel tipico segno di Jarreau, quel battito vocale che scompone i temi e li reinventa. Sorridente e malizioso, un settantenne bambino che corteggia con lo sguardo la cantante Debbie Davis, davvero notevole, che lo accompagna sul palco seguitando a mimare con la mano il palpitare del suo cuore, emozione che arriva anche a noi con la stessa vibrante gestualità. Lui canta, si sposta e non gli importa nulla di casse e monitor, contano solo l’arte e l’esperienza; svariati Grammy Awards e non una sbavatura, un virtuosismo, un’iperbole. Attraverso il concerto presenta il cd che gli sta particolarmente a cuore, registrato a gennaio di quest’anno e in uscita dopo l’estate, che ha deciso di intitolare ‘Christmas’ come il periodo dell’anno che ama di più, e dove si ritrovano a un tempo tutte le sue canzoni d’amore più significative e peculiari.
Canta e cerca di trascinare il pubblico con sé, a sé. Un po’ estenuato, in verità, dalla compostezza del parterre, finge di addormentarsi e in questo modo ci costringe a fare i conti con le nostre contraddizioni, da una parte Jarreau con la sua poesia ed eleganza e dall’altra noi a fare finta di essere il pubblico di una rappresentazione teatrale al profumo di salsicce, tutti compresi nel nostro ruolo di ascoltatori ‘di strepitosa musica diversa’ (!!!) come aveva già annunciato sul palco, poco prima del concerto, un tizio palestrato dell’organizzazione. Non sarò mai per la protezione di una casta di jazzofili, ma credo abbia il suo peso anche la qualità della divulgazione.
E così, tra una splendente ‘Let it Rain’ che rievoca il duetto con George Benson - al Village la scorsa settimana - , una imprescindibile ‘Mas Que Nada’ con tanto di ringraziamenti a Sergio Mendes, ‘We got by’ (senza David Sanborn ma con un gigantesco solo di Turano) fino al divertito gioco vocale sulle note di ‘Mission Impossible’ e soprattutto di ‘Take Five’ abbiamo smesso di fingere e istintivamente abbiamo mosso tutti quanti verso il palco, avanzando a tempo, urlando, battendo le mani e cercando di non perdere neanche un attimo di quella sensazione elettrizzante. Proprio tutti, anche la ragazza annoiata e qualche sgolatrice autoctona un po’ invidiosa della sensualità di Debbie. Il concerto perfetto.
E il refuso? Arriva il momento di spedire il pezzo... salva con nome, in fretta... Jazzeau.doc... Accidenti che crasi. Però rende l’idea.