Intervista a Antonio Zambrini - Milano, MiTo Settembre Musica - 03.09.2008
Foto: Roberta Guzzetti



Giovanni Guidi Antonio Zambrini è uno dei protagonisti più interessanti del pianoforte italiano: dotato di una visione personale sul contemporary jazz e di una tecnica di tutto rispetto, è attivo ormai da molti anni, soprattutto in trio o in quartetto. Si è presentato nella sala Carlo de Carli del Politecnico di Milano-Bovisa per un concerto nell'ambito della rassegna "MiTo Settembre Musica", in compagnia di Michael Gassman alla tromba, oltre che agli immancabili Ferdinando Faraò (batteria) e Tito Mangialajo Rantzer (contrabbasso).

Jazz Convention. Com'è nata la collaborazione con Michael Gassman, il trombettista zurighese che ti ha affiancato nel concerto di stasera? Non è un nome che si sente di frequente qui in Italia...

Antonio Zambrini Ci conosciamo da moltissimi anni: siamo stati allievi nello stesso anno ai seminari di Siena di moltissimo tempo fa, e siamo rimasti in contatto fino ad oggi. In realtà, lui in Italia lavora soprattutto con Stefano Battaglia e con Roberto Bonati, anche se effettivamente non spessissimo. L'ho risentito proprio di recente in concerto, e così mi è tornata la voglia di suonare con lui. Del resto queste cose nascono così: si ascoltano i rispettivi dischi, o concerti, si entra in contatto e alla fine si concretizza... Entrambi siamo soddisfatti del concerto di stasera.

JC. Sarà una cosa ristretta ad una sola serata o contate di andare avanti?

AZ. Non lo so. A entrambi piacerebbe proseguire la collaborazione, ma è anche vero purtroppo che oggi si riesce difficilmente a tenere insieme un progetto per lungo tempo. È difficile trovare l'occasione: c'è stata stasera e valeva la pena sperimentare questa cosa, ma non sappiamo se avremo modo di continuare.

JC. Mi servi una domanda su un piatto d'argento: com'è fare il musicista di professione, oggi in Italia? È possibile?

AZ. Io non lo so. Sono un professionista solo in parte, tutto sommato, dato che affianco l'attività concertistica a quella didattica: insegno jazz da molti anni ormai, e questo mi dà la possibilità di dedicarmi solo alla musica che piace a me. Altrimenti dovresti fare il professionista nella musica che ha mercato, quella commerciale, ma a me questo non interessa. Nel jazz o sei un vero fenomeno - ma non ce ne sono più di sette o otto contemporaneamente - oppure è impossibile vivere solo di quello. O si insegna, o si alterna con la musica commerciale: io preferisco la prima ipotesi, perché così posso continuare a dedicarmi a ciò che mi piace davvero, posso stare più vicino al mio obiettivo musicale di quanto accadrebbe se facessi musica leggera in qualche baraccone in giro per l'Italia. Alla fine insegnare mi piace, ed è un modo per avvicinare altre persone a quello che faccio.

JC. Com'è Milano dal punto di vista della musica, in tutti i sensi? Credo che eventi come il MiTo abbiano il vantaggio di proporre affianco a grandi nomi musicisti meno noti, riuscendo a smuovere la curiosità della gente, cosa che ultimamente in festival più grandi - anche interamente concentrati sul jazz - non accade...

AZ. Il MiTo è un'ottima iniziativa, meno male che c'è. È una cosa enorme: a mancare, a Milano, sono tante piccole manifestazioni con lo stesso spirito, dove la gente possa venire ugualmente per curiosità a sentire gruppi non necessariamente tutti famosissimi. Oggi il mercato si morde la coda: se non sei famoso non ti fanno suonare, ma se non ti fanno suonare non diventi famoso... A Milano è tutto basato su fondi privati, e questo muove solo i grandi nomi. Il nome piccolo che la gente va ad ascoltare per curiosità richiede soldi pubblici, che però oggi non ci sono. Siamo entranti in una logica di mercato televisivo, per cui si segue solo l'audience, a discapito della qualità. Il Milano Jazzin' Festival secondo me ne è un esempio: concerti bellissimi, ma non c'è bisogno di un altro festival per sentire Brad Mehldau. In definitiva sarebbe bello se ci fossero altre cose meno pazzesche del MiTo, ma più spesso...

JC. Al MiTo tra qualche giorno sarà ospite anche Lee Konitz, con cui tu collabori da molti anni. Com'è lavorare con lui?

AZ. È divertente. Lui è un personaggio e un pezzo di storia. Ha anche una certa età, ma è molto presente mentalmente, è molto lucido. Magari non è più interessato alla "ginnastica nella musica", alla velocità e cose del genere. La verità è che lui è sempre incredibilmente creativo, nonostante l'età. Ci sono giornate in cui gli viene meglio, altre peggio, ma ti accorgi sempre che va a cercare idee che non sono "frasi fatte". La collaborazione è impegnativa, devi essere veloce a capire cosa ci si aspetta da te, ma non devi neanche essere servile. Pare che un tempo fosse più inavvicinabile, ma due anni fa - quando lo conobbi - era molto disponibile e simpatico, non è così terribile come a volte si dice. Comunque se gli girano le scatole, anche in pubblico, è meglio stargli alla larga...

JC. Parlando più strettamente di musica: alcuni critici avvicinano un certo tuo approccio alla musica agli impressionisti francesi, come Debussy e Satie. Posto che non bisogna fare necessariamente paragoni, io piuttosto penserei a Ravel...

AZ. Soprattuto all'inizio forse il discorso di Satie si avvicinava a quello che facevo, soprattutto per la semplicità formale. Ma adesso non c'è più nulla del genere, il mio stile si è molto evoluto col tempo. Adesso sono d'accordo con te, forse è più sensato parlare di Ravel, dove di semplicità formale non ce n'è proprio, e non c'è neanche quell'aspetto un po' "popolare" che appartiene di più a Debussy.

JC. Com'è stato essere "ospite" in un cd di Bollani con un tuo brano, "Antonia"? Non solo per il musicista e l'etichetta, ma anche perché oggi è raro che un musicista italiano riprenda brani di altri jazzisti italiani...

AZ. Mi ha fatto un gran piacere, ha suonato splendidamente il pezzo e mi è piaciuto molto!

JC. Progetti futuri?

AZ. Tra poco uscirà un disco che ho registrato in America l'anno scorso con , tra gli altri, Ben Allison, e settimana scorsa ho terminato una sessione in studio con Konitz. Poi proseguirò il lavoro con la cineteca di Milano, di sonorizzazione di pellicole mute, che ormai va avanti da cinque anni e mi diverte molto.

Diego D'Angelo - Jazz Convention year 2008