Due Laghi Jazz Festival - Avigliana, 28 agosto - 6 settembre 2008
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Scriveva Frank Zappa qualcosa che dovrebbe far riflettere a lungo noi che scriviamo di jazz, senza lasciarci capitolare definitivamente ma regalandoci il ritmo dei nostri resoconti: "Parlare di musica è come ballare di architettura". Inesorabile.
Ma se al "parlare di musica" si aggiungesse una buona dose di entusiasmo e di passione unita alla fortuna di assistere a qualche evento straordinario, probabilmente l'effetto potrebbe non essere così strampalato e inopportuno. La quindicesima, smagliante edizione del Due Laghi Jazz Festival di Avigliana - provincia di Torino - è in questo senso molto pertinente. Come lo è l'affermazione di uno degli importanti ospiti di quest'anno sul palco: "Sono felice di essere qui, perché ad Avigliana si fa il jazz. Quello che ti fa battere i piedi". Dado Moroni dixit.
Fulvio Albano si conferma direttore artistico della manifestazione e, seppure persona molto pacata, non riesce a nascondere l'emozione per il grande successo del festival di quest'anno. Qualche sfavorevole momento meteorologico non ha impedito al pubblico di assistere ai concerti (gratis da sempre, è il caso di sottolinearlo) all'interno del nuovo auditorium "Eugenio Fassino" il cui unico gap è stato quello della ridotta capienza rispetto a Piazza Conte Rosso, prontamente approntata dall'ottima organizzazione del Due Laghi tra cui spiccano gli instancabili Mariolina e Giorgio.
E, ancora una volta, le serate di preparazione ai tre concerti clou del fine settimana si sono distinte per eterogeneità dei contenuti: dagli aperitivi e cene-concerto a proiezioni di film, da presentazioni di libri ad hoc (quest'anno il bellissimo "Jazz! Appunti e note del secolo breve" di Franco Bergoglio, edito da Costa & Nolan) a degustazioni gastronomiche e all'attesissimo workshop, con qualche novità come la direzione del chitarrista Luigi Tessarollo a coordinare i sempre più numerosi studenti e gli insegnanti George Robert, Gabriel Espinosa, Sangoma Everett (batteria), Palmino Pia, tra gli altri.
L'incipit della sezione concerti è affidato al quartetto del bravo chitarrista Alessandro Chiappetta. La settimana che inizia la sera dopo rappresenta quella centrale della manifestazione.
Lunedì: Savannah Serenades
Una formazione di dieci elementi, guidata dal musicista Roberto Meroni, rende omaggio ad alcune perle di una produzione a cavallo tra jazz tradizionale e swing dove spiccano brani di Jelly Roll Morton, Fletcher Henderson, Bennie Moten ma anche Duke Ellington e soprattutto King Oliver (Savannah è la città dove lui morì). Una deliziosa performance, e una sorta di lezione-concerto che ha attirato al "Bel Sugnè" sui laghi molti appassionati di questo genere, alcuni simpaticamente pedanti su date e pareri espressi da Meroni e dal banjoista Nino Frasio (uno tra i più importanti in Italia). Un percorso filologico - con qualche divertente aneddoto su Bix Beiderbecke e su Oliver, riscritture di assolo famosi - ma leggero e molto ben interpretato.
Martedì: Quartetto Nordeste
La bossanova compie 50 anni e dunque eravamo tutti preparati ad ascoltarne parecchia. Ma buona regola è non partire mai prevenuti e godersi il frutto delle esperienze altrui, come questo interessante progetto nato dalla cantante Elisabetta Prodon, che con il chitarrista Flavio Brio ha proposto una lettura interessante e mai banale delle sonorità brasiliane. Lo stesso nome del gruppo "Nordeste" ha un etimo divertente: "Est" intendendo la città di Natal in Brasile dove Elisabetta e Flavio si sono recati per approfondire il discorso, ma anche Venezia dove è stato registrato il CD che racconta dell'esperienza, con uno sguardo alle belle traduzioni di Sergio Bardotti e Giorgio Calabrese. Spiccano alcune originali composizioni del musicista brasileiro Javan, un'interpretazione emozionante ed emozionata della Prodon, che opera anche un buon lavoro sulla pronuncia e naturalmente il fondamentale apporto dei bravissimi Valerio Signetto ai fiati ed Enrico Ciampini al contrabbasso.
Mercoledì: Concerto finale degli allievi del workshop
Serata solo apparentemente sfortunata: a causa del maltempo le attrezzature si sono dovute spostare nel minor tempo possibile sotto i suggestivi portici di Piazza Conte Rosso, nel Borgo Medievale di uno dei luoghi più magici del Piemonte (per non dire d"Italia: vale davvero la pena di pianificare una gita). I numerosi punti di ristoro hanno reso l'attesa molto più piacevole, poi è stato un incanto. Pioggia battente fuori di noi, un'acustica irreale, alcune brave cantanti di cui sentiremo parlare - una su tutte Sabrina Cassia: qualche strumentista d'eccezione e soprattutto i due vincitori ex-aequo del Premio Molinero di quest'edizione, che dà la possibilità a un giovane del Sud del mondo o dell'Est-Europa di partecipare ai corsi di perfezionamento: il trombonista Humberto Amesquita e il sassofonista Ivan Ivanov. Bravissimi, ma soprattutto molto modesti e a proprio agio anche con i più grandi musicisti, come si è evinto dalle stupende performances all'interno delle jam session (tradizionalmente allestite dopo i concerti, fino a notte tarda).![]()
Giovedì: René Utreger Trio
Il pianista presente alla session della colonna sonora di "Ascenseur pour l'échafaud - Ascensore per il patibolo" al fianco di Miles Davis ha qualche capello grigio in più e molti sorrisi per noi. Si percepisce in platea il suo grande amore per il jazz, e il fatto che il repertorio proposto sia un pochino meno "maledetto" di quello già evocato prima non lo rende meno affascinante. Rompe il ghiaccio infatti con un pezzo molto leggero, che "saggia" i suoni e gli umori accompagnato da due musicisti magnifici come Louis Trussardi al contrabbasso e Lolo Bellonzi, batterista di cui ricordo con gratitudine alcune magnifiche esecuzioni insieme a Richard Galliano: giustamente ombroso quando il pubblico applaude prima della sua ultima battuta ma presente alla jam session, in silenzio contemplativo ad ascoltare i musicisti, appassionato e sorridente. Molti i pezzi originali scritti dal pianista, quasi tutti dal titolo curiosamente in spagnolo ("Un poco Loco", "Gracias Paloma"). La sua "Round Midnight" è sommessa, un po' sinfonica, malinconica. Piacevolissimo concerto di una musica fluida e ben eseguita, con il finale acceso dal bis insieme al sax di Fulvio Albano.
Venerdì: Dado Moroni Trio con Gianni Basso e Harry Allen
Si torna alla piazza per la clemenza del tempo, e l'atmosfera non poteva essere più calda. Al pianoforte Dado Moroni con gli incontenibili Darryl Hall al contrabbasso e Alvin Queen alla batteria ci regalano in primis un pezzo tiratissimo che, dice Moroni, era stato provato alle 18 e ancora non aveva titolo. Ha deciso poi di chiamarlo "Brother Alfred" da Alfred McCoy Tyner. Sarà la prima emozione di un concerto sensazionale. Oltre alle esternazioni di cui si parlava all'inizio di questo viaggio, Dado Moroni prende spesso in mano il microfono e accompagna il pubblico alla scoperta delle sonorità che andrà ad ascoltare, dei musicisti che si andranno ad aggiungere sul palco. Non è certo una scelta usuale, ma a Moroni non interessa fare il malmostoso, lui è un musicista vero. Sale sul palco un Grande che suona con lo spirito di un ragazzo: è Gianni Basso, che tra i vari pezzi eseguiti annovera un suo arrangiamento da Ravel. Un pezzo non semplice, dunque, ma Gianni è splendente. Poi Dado Moroni presenta Harry Allen e decanta la "voce" del suo strumento. In effetti Allen è un sassofonista alquanto sui generis: vestito preppy, incedere timido, una certa qualità tecnica "soffiata". Sembra quasi che ad ogni sua nota voglia sussurrare il suo amore a una donna. Qualche tocco demodé, ma sostanzialmente una gran classe e nessun effetto "cover anni "70". Poi Allen annuncia al pubblico il suo pezzo preferito, "Shadows of your smile", splendida bossa che in originale suona "La sombra de tu sonrisa" e di cui si conoscono grandi interpretazioni come quella di Astrud Gilberto o Caterina Valente. Davvero bella e sentita, con le note del piano che non scivolano via ma sono precise come gocce. Bellissimo sound che si ripropone anche in altri ambiti fino al gran finale con i sax del bravissimo Luigi Grasso e di Fulvio. “Il jazz è come una buona bottiglia di vino, va condivisa” dice ancora Dado. Mentre io, che spendo sempre parole incoraggianti per quasi (!) tutto, ora non so come definire questo. Solo un'emozione per nulla sottile che spero arrivi anche a chi legge.
Sabato: Tom Harrell Quintet
La pioggia ci ha ancora costretti al teatro: nero, bello, suggestivo. E quando lentamente, dalle quinte, entra sul palco Tom Harrel, diventa poesia. Con lui Wayne Escoffery al sax tenore, Michael Cochrane al piano, Ugonna Okegwo al contrabbasso e Johnathan Blake alla batteria, tutti da urlo. Harrell dà il tempo con un sussurro: basta ed è emozionante per noi come il battito delle sue ciglia nel seguire una batteria precisissima che non vuole essere prevalente, e risulta perfetta. Lascia molto spazio al sax, e Escoffery del resto non delude il pubblico, è magnifico, intenso, torrenziale. Qualcuno seduto dietro di me cita il famoso musicista torinese Renato Germonio che avrebbe detto "I sassofoni logorroici!", eppure non è così. Destruttura i brani, come nel caso di "Body and Soul", ma è eccellente per la ricerca di vaga distonia sonora che caratterizza questa formazione. La tromba di Harrell ha un suono pulito ed è bellissimo sentirlo suonare con questa leggerezza; le sonorità sono sinuose, variazioni e passaggi non potrebbero essere più sapienti, il tappeto ritmico è specialissimo e vien quasi voglia di battere gli applausi a tempo. Lunghissimi ogni volta, come un tributo, come a volerlo abbracciare. E lui si inchina verso di noi. Il trio piano-contrabbasso-batteria è davvero carico, cambia ritmo in continuazione all'interno della performance senza Harrell e sembra divertirsi molto. Improvvisano in modo lieve, sorridono sempre. E infine arriva il bis e sembra fatto per i vari solo, naturalmente strepitosi. "Toccante da morire" "Da lacrime agli occhi", dice il pubblico, ormai in piedi.
Meritato finale, e Fulvio è emozionato.