Pete Levin Trio @ Moody Jazz Café. - Foggia, Moody Jazz Café - 8.12.2008.
Foto: Fabio Ciminiera


Pete Levin: organo Hammond
John Cariddi: chitarra elettrica
Harvey Sorgen: batteria


Tre musicisti dai curricula impressionanti, esperienze in ogni direzione musicale, la registrazione di dischi importanti sia per la loro qualità che per le vendite. Pete Levin, John Cariddi e Harvey Sorgen sono presenti in molti momenti della storia musicale del ventesimo secolo: hanno suonato con Paul Simon e Anthony Braxton, Rickie Lee Jones e Annie Lennox, Gil Evans, Bill Frisell, Carlos Santana e Jimmy Giuffre.
Sono tre signori di grande esperienza che si dedicano con tutto il cuore a un trio costruito sulla base sonora del canone dell'organ jazz trio: chitarra, hammond e batteria, il basso affidato alla grancassa e alla mano sinistra dell'organista. La cifra stilistica del Pete Levin Trio unisce, in una sorta di territorio intermedio, brani jazz, canzoni celebri, una versione torrida di Teen Town, alcuni originals: il suono non sfocia mai nel boogaloo più ammiccante e mantiene il sapore del jazz, senza fare accademia o revival; accoglie elementi funky e momenti lirici e, soprattutto, si avvale in ogni direzione dell'impatto del groove sostenuto e sempre elettrizzante del trio.
La scaletta del concerto viene concepita come atto di amore nei confronti di brani, che come Pete Levin stesso dice nell'intervista e ripete durante il concerto, "non ho composto ma avrei voluto comporre". Si va dalla già citata Teen Town a Deacon Blues e Round Midnight, da Come Together a Love for Sale e Mercy, Mercy, Mercy: il tutto viene unito dal groove e dalla solida coesione dei tre musicisti sul palco. La dimensione ritmica e armonica è fortissima e crea un sostegno determinato e preciso alle improvvisazioni dei tre.
La stessa attitudine che guida le scelte sonore e di repertorio porta Levin, Cariddi e Sorgen ha disegnare degli assolo altrettanto naturali, senza cercare virtuosismi né facili effetti: in brani come Icarus, Round Midnight e Where Flamingoes Fly prevale l'elemento lirico e le improvvisazioni vengono condotte con classe e con una visione narrativa, lasciando spazio alle soluzioni più delicate; a fare da contraltare gli scambi tra Cariddi e Levin, sempre più ravvicinati e incalzanti nel finale trascinante di Teen Town o la botta secca, viscerale e stordente, del passaggio, senza soluzione di continuità, tra l'introduttiva Sad Truth e Nana. Tra i due estremi, le versioni delicatamente groovy di Love for Sale e Summertime, un compromesso positivo tra il suono del trio e la natura consolidata dei brani, una maniera di rendere proprio il materiale della tradizione senza destrutturarlo e, soprattutto, agendo con gusto e buon senso; ma anche i brani originali e le escursioni nel mondo della canzone, con Come Together e Deacon Blues degli Steely Dan, dove il gruppo disegna in modo definito la propria voce e l'unione sempre serrata tra la guida sicura delle improvvisazioni e il costante apporto corale al sostegno e alla costruzione dell'accompagnamento.
Pete Levin riesce a mescolare in modo equilibrato le varie spinte - intellettuali, emotive, ritmiche - senza eccedere in nessuna delle direzioni e portarle, perciò, a una dimensione deteriore, senza invaghirsi di quanto accade sul palco e mantenendo, anzi, sempre alta l'attenzione alla gestione generale del concerto: gli stimoli e le intenzioni del gruppo trovano sempre spazio con spontaneità, comprese la verve comunicativa, la simpatia e la voglia con cui i tre affrontano i brani. Un ottimo lavoro.

Fabio Ciminiera - Jazz Convention year 2008