Undici libri di jazz dall’estero
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Quando esce un libro di jazz significa che al 99% dei casi la materia viene affrontata con serietà, passione, competenza, elevando una musica fino a pochi decenni or sono considerata ‘roba da negri’, ad argomento nobile su cui vale la pena riflettere, discutere, imparare, appassionarsi. Del resto proprio a metà novembre in Italia è inaugurata la mostra Il secolo del jazz (MART, Rovereto) a cura del francese Daniel Soutif che una volta per tutte sgombra definitivamente il campo da ogni equivoco sul valore estetico della musica afroamericana. Finalmente prevale insomma l’idea che il jazz sia una forma d’arte, un episodio culturale importantissimo del Novecento e anche di questi nuovi anni Duemila.
Non è un caso infatti che, negli ultimissimi tempi, l’editoria italiana si accorga della rilevanza del jazz in diversi momenti della vita nazionale, dall’educazione allo spettacolo, dalla scuola all’università, dal passatempo al professionismo: e gli oltre cinquanta titoli, usciti dal 2007, a oggi ne sono una dimostrazione lampante. Tuttavia a detenere il primato della cultura jazzistica in ambito librario sono ancora altri Paesi: gli Stati Unti anzitutto, quindi l’Inghilterra (per motivi linguistici e accademici più che per una capillare diffusione delle attività jazzistiche) e poi la Francia che vanta diversi primati al proposito: in lingua francese - anche se l’autore è belga - è il primo libro sul jazz, la prima rivista, la prima etichetta discografica, il primo festival, i primi musicisti europei autenticamente originali. Poi seguono altre nazioni jazzistiche, editorialmente parlando, come la Germania e il Giappone, le cui pubblicazioni non sono ancora largamente diffuse per motivi linguistici (e non è raro che aggiungano sovente un summary o la versione inglese a fronte).
Restando quindi nell’ambito anglofono e francofono, vanno dunque segnalati undici libri di jazz dall’estero, che risultano interessanti a vario titolo. Si può cominciare da Jazz A B Z (Candlewich Press, Cambridge, Ma, 2005) di Wynton Marsalis e Paul Rogers: il celebre trombettista scrive brevi monografie in versi su 26 fondamentali jazzmen in rigoroso ordine alfabetico: Armstrong, Basie, Coltrane, avis, eccetera, vengono altresì ritratti da un geniale illustratore: per ogni personaggio, Marsalis sua una diversa forma poetica dal limerick all’acrostico, dall’haiku al verso libero con risultati sorprendenti.
Per restare sul volume illustrato, magnifico appare Jazz Covers (Taschen, Koln, 2008) a cura di Joaquim Paulo e Julius Widerman: un libro formato LP che presenta, spesso a tutta pagina, oltre 650 copertine di album jazz, soprattutto degli anni ’50-’60-’70: l’effetto straordinario è che i curatori non puntano sul già visto, ma vanno a rintracciare le immagini più artistiche, talvolta opera di insigni fotografi, pittori, designer, grafici, ecc. Oltre sei interviste con i diversi responsabili di tante belle copertine, il libro presenta anche le scelte (forse più convenzionali) di esperti di oggi, puntando più sui disc jockey che su critici o giornalisti.
E ancora illustrato è Rock’n’roll 39-59 (Steidl, Gottingen, 2007) acquistabile in due versioni - inglese o francese - di Autori Vari, di fatto il catalogo di una mostra suggestiva alla parigina Fondation Cartier: pur essendo il rock and roll il soggetto principale, è significativo che il libro inizi a parlarne ben quindici anni prima della nascita ufficiale; e in effetti gli antecedenti storici, oltre il country bianco, restano soprattutto lo swing, il boogie, il blues, il gospel e il r’n’b (qui ampiamente fotografati e analizzati) le forme afroamericane che ispireranno la nascente cultura giovanile. Per l’aspetto saggistico i contributi sono di Robert Palmer, Peter Guralnick, Charles Gillett, Greil Marcus, Florent Mazzoleni.
E proprio quest’ultimo è autore di L’épopée de la musique africaine (Hors Collection, Paris 2008), in cui vengono presentati, con abbondanza di immagini (foto di album e musicisti), i nuovi risultati della decolonizzazione africana sul piano musicale: dopo il 1960 soprattutto le nazioni della costa atlantica (le uniche qui analizzate) vedono l’affermarsi di un’industria discografica locale che si rivolge ai giovani con inedite sonorità – oggi genericamente definite afrobeat - che a loro volta traggono ispirazione tanto dalle forme tradizionali, quanto dai ritmi afroamericani come il jazz, il blues, il soul, il r’n’b.
Altre radici vengono invece raccontate e soprattutto antologizzate in Jazz in print (1856-1929) da Karl Koening per la Pendragon Press (Hillsdale, NY 2003): ancora qualche annetto fa si pensa che i Francesi o in genere gli Europei siano gli unici detentori della critica jazzistica, o che in altre parole il jazz in America sia preso in scarsissima considerazione. Niente di più errato, come dimostra questo poderoso studio di circa 600 pagine di grosso formato: dal breve resoconto dei canti durante un funerale di schiavi fino a un pamphlet sulla programmazione di jazz alla radio in piena crisi economica (che influisce assai negativamente sulla musica per oltre un lustro) le decine di articoli raccolti mostrano l’attenzione e spesso l’ammirazione della stampa verso la nuova musica nera.![]()
La stessa editrice vara il recente The Original Hot Five Recordings Of Louis Armstrong (Hillsdale, 2008) di Gene H. Anderson nella collana Sourcebooks In American Music: si tratta di uno studio musicologico rigorisissimo sulle trentatré incisioni fonografiche (riportate su un unico CD allegato) che il grande Satchmo effettua a Chicago far il 1925 e il 1928 per l’etichetta Okeh, rivoluzionando il jazz medesimo, che passa dall’improvvisazione collettiva al discorso solistico: e la cornetta e la tromba del leader sono la prima arte dell’assolo del jazz per eccellenza.
A ribadire l’importanza del jazz quale forma assolutamente originale tocca a un altro francese, il filosofo Christian Béthume in Le Jazz et l’Occident (Klincksieck, Langres 2008) che si domanda come mai proprio la filosofia misconosce o ignora il jazz nel corso del Novecento; e la risposta concerne appunto la novità di questa musica che rimette in gioco alcuni valori consolidati dal pensiero occidentale: l’oralità, l’imitazione, la priorità del corpo sul segno, l’unità del senso e della voce. Tuttavia il jazz accoglie temi estetici e ontologici (rimossi da 2500 anni di storia) ai quali le nuove tecnologie della comunicazione assicurano ormai una conoscenza planetaria.
E a proposito di conoscenze planetarie, una storia generale della musica jazz come quella fondamentale dell’americano Ted Gioia del 1997 - inspiegabilmente mai tradotta in Italia - è anche reperibile nella recente traduzione spagnola di Paul Silles, dal titolo Historia del jazz (Turner, Madrid 2007), con il contributo del Fondo De Cultura Economica. Così il ‘Washington Post’ definisce la storia di Gioia: “È l’opera definiva: enciclopedica, esigente, analitica ed estremamente leggibile”.
Del resto la spagna si sta dando molto da fare in ambito jazzistico: e con Del fox-trot al jazz flamenco. El jazz en Espana 1919-1996 (Alianza Editorial,Madrid, 1998) José Maria Garcia Martinez proprio dieci anni fa – ma ora ristampato - dà alle stampe un testo unico nel suo genere, seguito poi da molti, in cui le vicende di un jazz nazionale venivano sintetizzate con estrema chiarezza in rapporto alla narrazione di un contesto socioculturale molto ben dettagliato: è insomma un libro che manca al panorama editoriale italiano, dove si sta ancora aspettando una buona sintetica storia del jazz nostrano.
Forse bisognerebbe cambiare le relazioni tra editoria e scrittori (critici jazz in questo caso) come stanno da anni attuando in Francia, dove possono tranquillamente uscire libri di successo come San Quentin jazz Band (Grasset, Paris 2008) di Pierre Briancon, il quale racconta le storie di celebri detenuti nel carcere americano a San Francisco, dove ogni sabato sera un gruppo di jazzisti imprigionati per le ragioni più varie (droga soprattutto) suonavano per gli latri condannati. Frank Morgan, Art Pepper, Dupree Bolton sono lì – negli anni Cinquanta - dietro le sbarre con il loro strumento.
E ancor ai francesi si possono permettere di pubblicare direttamente in una collana di tascabili un inedito del grande Alain Gerber, che con Ballades en jazz (Senso, Folio, Paris 2008) racconta anch’egli alcuni grandi del jazz (Davis, Parker, Gillespie, Getz, Baker, Clarke, Teagarden, Blakey), attraverso però biografie romanzate di intensa suggestione letteraria, in uno sguardo autobiografico passionale.
Questi undici libri dall’’estero, Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Spagna rientrano infine in quel 99% dei casi dove la materia viene affrontata con serietà, passione, competenza: insomma il jazz argomento nobile, su cui vale la pena riflettere, discutere, imparare, appassionarsi.