Bari Rassegna "Starparade" - PAT METHENY GROUP
Foto tratte da internet
La rassegna “Starparade” si chiude con uno dei concerti più attesi della stagione. Nonostante la frequenza con cui si concede al pubblico di Bari, anche questa volta il Pat Metheny Group fa registrare il tutto esaurito. E da subito se ne capisce il motivo. Rispetto all’ultimo tour, la formazione non è cambiata, con l’eccezione dell’aggiunta di Gregoire Maret, brillante armonicista svizzero, una scelta che sembra confermare la linea della multietnicità intrapresa dalla band negli ultimi anni, dopo gli ingressi in pianta stabile del batterista messicano Antonio Sanchez e del trombettista di origine vietnamita Coung Vu.
Come era facile immaginare, l’esibizione non si limita ad una banale presentazione dell’ultimo disco, , ma è una lunga e travolgente cavalcata che ripercorre l’intera carriera del PMG. E allora via con i classici, da Are you going with me, eseguita magistralmente con la “Picasso guitar” (a 42 corde!) a Always and forever, da Last train home all’incalzante ritmo dell’inquietante The roots of coincidence. Al momento di Have you heard i fan sono in delirio e ne cantano il motivo a squarciagola.
Ma ad impressionare è l’intera struttura del concerto, con una costruzione quasi teatrale dell’esibizione: l’architettura è sorretta da composizioni ariose, che consentono a tutti gli strumenti di sentirsi partecipi nella creazione di una suggestivascenografia, dalla quale, all’improvviso, si staglia prepotentemente la carismatica figura di Metheny, che assurge al ruolo di protagonista della scena. Ma l’evidente complicità che aleggia tra i musicisti sul palco mostra come sia fondamentale l’apporto di ciascuno per la perfetta realizzazione del progetto. Una sintonia che consente il continuo rimescolio degli attori : dal trio chitarra – contrabbasso – batteria a quello chitarra – piano – batteria, dal quartetto al semplice duo chitarra – tromba (o all’ancora più affascinante chitarra – armonica), cambiano i fattori ma il prodotto rimane identico.
Risulta dunque evidente il grosso lavoro svolto per la preparazione di questo che è un vero e proprio spettacolo, nel quale momenti di elevata tensione emotiva si contrappongono in perfetto equilibrio a melodie più distese. Un lavoro sicuramente facilitato dall’intesa ormai consolidata tra il chitarrista di Kansas City, il contrabbassista Steve Rodby e, soprattutto, il pianista Lyle Mays, componente storico del PMG e da sempre amico di Metheny, nonché curatore di molti degli arrangiamenti. Ancora una volta la premiata ditta Metheny - Rodby – Mays mette in mostra la propria abilità non solo di esecutori ma anche di direttori d’orchestra, consentendo ai nuovi arrivati di innestarsi perfettamente e senza sconvolgimenti sullo stabile tessuto della band.
Per quanto riguarda il lato più prettamente musicale, è risaputo che Metheny non sia affatto entusiasta dell’etichetta di chitarrista fusion che molti gli hanno affibbiato fin dagli esordi. A lui piace semplicemente suonare e sperimentare nuovi sound, scavalcando i muri dei generi e anche le barriere che separano gli strumenti : anche in questo concerto mette in mostra tutta la propria maestria nel manipolare sonorità grazie all’uso della synth guitar, con cui riproduce spesso e volentieri le melodie tipiche degli strumenti a fiato, in particolare della tromba. L’utilizzo di circa una ventina di chitarre, inoltre, dà l’idea della varietà di effetti che questo grande musicista vuole suscitare in chi lo ascolta. E tanta versatilità si riversa in maniera speculare sui componenti del gruppo, capaci di cambiare non solo registro ma anche strumento in base alle esigenze del momento. E’ questa in fondo la funzione di Nando Lauria, all’occorrenza percussionista, chitarrista o corista, ma è una qualità che accomuna tutti : così il trombettista Vu può cimentarsi anche con percussioni e voce, Rodby alterna con uguali esiti contrabbasso e basso elettrico, mentre Mays si concede con chitarra (in The roots of coincidence) e soprattutto fa largo uso di sintetizzatori, denotando un notevole gusto per la sperimentazione, che lo rende ancor più alter ego di Metheny. E il suono risente notevolmente di questa poliedricità, spaziando da una matrice jazzistica a sonorità più rock, passando da atmosfere latine e composizioni estese, per certi versi quasi classiche.
Il frutto di tutti questi elementi disseminati nell’arco della serata è un concerto di tre ore, centottanta minuti in cui Pat Metheny non scende mai dal palco, regalando ai presenti un’esibizione coinvolgente, emozionante e sorprendente. Esattamente quello a cui i suoi fan sono da sempre abituati.