Roberto Gatto Quintet A tribute to Miles Davis - Bari, 28.02.06 Teatro Piccinni
Foto tratte da internet



Roberto Gatto Al teatro Piccinni di Bari va in scena il grande jazz. E stavolta non si tratta della retorica di circostanza, ma della pura e semplice verità.
Sul palco il Roberto Gatto Quintet, che in occasione di questo tour si è posto l’obiettivo di rendere omaggio ad uno dei più grandi (a mio avviso forse il più grande) interpreti della musica jazz, il leggendario Miles Davis. Premettendo che su questo “mostro sacro” è già stato detto tutto e il contrario di tutto, mi sembra più proficuo soffermarmi sull’esibizione di questo ensemble.
Un tributo, a mio avviso, è un’operazione alquanto complessa, al contrario di quanto molti pensano: non si tratta, infatti, di riprodurre pedissequamente il repertorio del maestro, quanto di dare sfogo ad una personale interpretazione della sua opera.
Ed è proprio in questo che il quintetto in esame ha superato la prova a pieni voti. Non potendo dubitare della abilità tecnica dei singoli (oltre a Roberto Gatto alla batteria, Dado Moroni al piano, Rosario Bonaccorso al contrabbasso, Flavio Boltro alla tromba, Daniele Scannapieco al sax tenore), che rappresentano, oggi come oggi, il gotha della scena jazzistica nazionale, destava curiosità l’efficacia con cui questi cinque artisti avrebbero reso onore al padre dell’evoluzione moderna di questo genere.
Ebbene, il risultato è stato straordinario, e concedetemi la possibilità di lasciarmi andare a queste considerazioni entusiaste: il prodotto è un concerto che rappresenta appieno lo stile davisiano, per più di un motivo.
Innanzitutto, ed è la cosa che prima di ogni altra balza agli occhi (e alle orecchie), la rielaborazione di alcuni temi classici del “Prince of Darkness”, che riecheggia una varietà di stili ed evidenzia l’impronta che ognuno dei musicisti ha voluto lasciare nell’impianto complessivo del progetto. In questo contesto, assumono spazio crescente le sperimentazioni, che danno vita ad espressioni originali ma perfettamente connesse tra loro, raggiungendo forme che avrebbero sicuramente trovato d’accordo lo stesso Miles.
Roberto Gatto Per questo, da ritmi lenti, che conferiscono un’atmosfera quasi sospesa, si passa ad armonie dove il bop la fa da padrone, per finire a fraseggi assolutamente swinganti, introdotti con maestria dal piano di Dado Moroni. Ma l’apparecchiatura generale non risente di questi frequenti cambi di tempo, anzi, acquista una carica vigorosa che conferisce unicità alla reinterpretazione dei brani.
Un’altra caratteristica che ricorda le formazioni guidate dal trombettista americano è la funzione appunto del leader; proprio come Davis, Roberto Gatto non vuole oscurare la scena agli altri componenti del combo, al contrario, il suo obiettivo sembra quello di cementare i vari tasselli, facendo affiorare le caratteristiche di ognuno.
Passando all’analisi dei singoli, non sorprende la bravura della base ritmica, affidata agli esperti Gatto e Bonaccorso, nonché alla maturità raggiunta da Moroni. In particolare, il noto batterista tende a mantenersi quasi in disparte, senza Roberto Gatto volontà di sovrapporsi ai suoi compagni, ma non sbaglia un colpo e, ad un ascolto più attento, si nota come molto spesso riesca a suonare in controtempo. Bonaccorso riesce sempre a seguire il ritmo giusto, ed in più si concede alcuni assoli accompagnati da vocalizzi. Moroni riesce a svolgere una duplice funzione, si aggiunge a contrabbasso e batteria nella fase ritmica, e accompagna i fiati in quella melodica, chiarendo a tutti perché sia tenuto così in considerazione dai jazzisti d’Oltreoceano.
Passando ai fiati, trattandosi di un tributo ad un trombettista, destava grande curiosità il comportamento di Boltro; questo artista, ormai affermatosi soprattutto in Francia, incarna infatti un modello di trombettista, molto veloce e dalle tonalità alte, che si differenzia alquanto dallo stile davisiano, anche in questa occasione conferma le qualità che lo stanno rendendo celebre, anche se in alcuni passaggi cerca di attenersi alla tendenza di Miles.
La vera rivelazione, a mio avviso, è invece Scannapieco, il più giovane del clan; il suo sax condensa l’esplosività di Charlie Parker e l’eleganza di John Coltrane, probabilmente i due maggiori sassofonisti che hanno collaborato con Davis. Come ha affermato lo stesso Gatto dal palco, il sassofonista campano si conferma uno dei ragazzi più interessanti del panorama nazionale, e mette in luce sensibili miglioramenti di giorno in giorno.
Il concerto scorre con naturalezza, dall’iniziale Joshua di Ahmad Jamal (seguita da All Of You dello stesso pianista), passando attraverso rielaborazioni di ultra-classici (Basin Street Blues di Armstrong), per giungere a pezzi storici di Miles (Seven Steps To Heaven su tutti). Nel bis, con la celeberrima So What (traccia di apertura di Kind of Blue) si raggiunge la meritata apoteosi, che consacra definitivamente la bontà della strada intrapresa con questo progetto.

Alberto Francavilla - Jazz Convention year 2006