Intervista a Daniele Scannapieco
Foto: Maria Sportelli
Nato nel 1970 a Campagna, in provincia di Salerno, figlio d’arte, il giovane sassofonista Daniele Scannapieco cresce a contatto con l’ambiente jazz prima campano e poi nazionale. Nel 1990 completa gli studi classici ed intanto collabora con musicisti quali: Pietro Condorelli, Alfredo Golini, Maria Pia De Vito, Dario Deidda, Tullio De Piscopo. Nel 1991 si trasferisce a Roma dove incontra Stefano Di battista, Tony Scott, Giovanni Tommaso, Roberto Gatto, Stefano Sabatini e Umberto Fiorentini. A Marzo del 1999 si reca a Parigi con l'amico Stefano Di Battista e partecipa alle registrazioni dei dischi di Paco Sery e Flavio Boltro per la prestigiosa casa discografica Blue Note. Incontra Andrè Ceccarelli e Dee Dee Bridgewater, con i quali collabora ancora attualmente.
Ha collaborato con artisti italiani e stranieri di grande prestigio: Michael Brecker, Joe Lovano, Paco Sery, Dee Dee Bridgewater, Stefano Di Battista, Flavio Boltro, Giovanni Tommaso, Roberto Gatto, Fabrizio Bosso. Nel gennaio 2001, Daniele si è esibito al Town Hall di New York. Attualmente suona con il gruppo degli High Five, con Fabrizio Bosso, Pietro Ciancaglini, Lorenzo Tucci e Luca Mannutza.
D. Stasera ti abbiamo visto impegnato con Roberto Gatto e Julian Oliver Mazzariello in un trio molto particolare. Come è nato questo progetto?
R. In effetti è una formula piuttosto inusuale. In realtà ultimamente sto suonando spesso con Roberto, mentre Julian faceva parte del nucleo originario degli High Five…D. Quindi in un certo senso saresti tu il promotore di questo incontro artistico?
R. Se così si può dire…diciamo che ho dato la spinta, ma entrambi hanno dimostrato subito grande entusiasmo. Abbiamo provato insieme e abbiamo visto che il risultato era molto intrigante.
D. E per la scelta dei pezzi da suonare come vi regolate?
R. Dipende. Stasera, ad esempio, abbiamo privilegiato standard poco suonati, più alcune composizioni di Roberto. Non abbiamo una scaletta fissa.
D. Questo progetto culminerà con la registrazione di un disco?
R. Ancora non lo sappiamo, anche se speriamo di si. Per il momento, comunque, pensiamo solo a suonare, il resto verrà da sé…
D. Parliamo un po’ di te. Diversi critici ti hanno etichettato come sassofonista “bop”. Pensi che questa definizione ti rispecchi?
R. Sinceramente non sono d’accordo, non mi piace essere classificato, delimitato da paletti. Ovviamente ritengo il bop padre del linguaggio jazzistico moderno, ma è solo uno dei linguaggi che ho studiato. A me piace sapere dove sono e capire cosa faccio di volta in volta, non mi interessano le etichette permanenti.
D. C’è qualche sassofonista in particolare al quale ti sei ispirato?
R. Certamente l’imitazione è la prima forma di apprendimento, l’importante poi è delineare un proprio stile.
D. Se dovessi fare un nome?R. Impazzisco per John Coltrane.
D. A che età hai cominciato a suonare?
R. A 6 anni. Pensa che cominciai col clarinetto nella banda del mio paese. Mio zio era clarinettista e mi indirizzò verso questo strumento, che ho suonato fino a 14 anni.
D. Passando ad altro, molti addetti del settore ritengono gli americani ancora superiori sul piano della ritmica. Allora Gatto rappresenta l’eccezione?
R. Guarda, io penso che l’unica differenza, e questo riguarda i batteristi afroamericani, sia rappresentato dalla loro diversa fisicità. Per il resto è solo una questione di quantità, in Italia se ne trovano di meno.
D. Tu hai avuto un’importante esperienza in Francia. Quali differenze hai notato rispetto al panorama italiano?
R. Innanzitutto è bene differenziare Parigi dal resto della Francia. Io sono stato a Parigi, che è il crocevia artistico europeo. È un po’ il centro dell’universo jazz, c’è un continuo scambio di vibrazioni. Fortunatamente ora anche in Italia c’è un grande fermento musicale.
D. Perché allora molti musicisti di comprovata abilità finiscono per suonare con artisti più famosi che fanno musica qualitativamente più discutibile?
R. Bisogna tener presente che per noi questa, oltre che una passione, è un lavoro…ritengo che si possa fare tutto, purchè rientri nei limiti della dignità.
D. Come ti poni di fronte alla presenza, nei festival jazz, di musicisti che con questo genere hanno poco o nulla a che fare?
R. Lo considero uno specchio per le allodole. Sicuramente consente a questi eventi di godere di una visibilità maggiore, e poi lo ritengo un business necessario per finanziare altri concerti.
D. Tornando all’aspetto artistico, c’è qualcuno con cui ti piacerebbe suonare?
R. Se mi chiedi un nome, non te lo so fare. A me piace suonare periodicamente con tutti, ogni volta penso di suonare col meglio che mi viene offerto in quel momento e in quello spazio…ogni volta cerco di capire cos’è il jazz.
D. E qualche artista del passato?
R. Anche qui la scelta è difficile…i primi nomi che mi vengono in mente ora sono Bud Powell e Lenny Tristano.
D. Per concludere, quale o quali album porteresti sulla luna, se potessi?
R. Bè, due sono ovvii, e cioè “Kind of blue” e “A love supreme”. Vorrei però segnalare un cd che mi è piaciuto tantissimo, “Cityscape” di Claus Ogerman e Michael Brecker.