CROSSINGS 7



Dopo aver festeggiato i trent’anni di attività, gli Azymuth celebrano il loro decennale con l’etichetta Far Out, con una doppia raccolta, intitolata “Pure-Best of Far Out-Years 1995-2006” . Nel primo cd sono inseriti alcuni fra i brani migliori usciti sugli album targati con l’etichetta inglese e nel secondo pezzi riarrangiati da altri in versione dancefloor. Nella prima raccolta è un piacere risentire “Tudo que voce podia ser”, dall’album Carnival, che segnava praticamente la loro rinascita artistica sotto la supervisione di Joe Davis, con la voce di Nair e un Josè Roberto Bertrami ai massimi livelli. Accattivante la versione di “Chameleon”, uno dei cavalli di battaglia di Herbie Hancock tratta da Woodland Warrior” e carica di atmosfera, poi il bonus della lenta e inedita “Morning”uscita prima solamente su 45 giri in edizione limitata. Più sperimentale il secondo cd, che contiene le versioni di “Pieces of Ipanema”, in versione broken beat di Mark Pritchard, poi “Amazon Adventure”, con la visione spaziale dei Jazzanova, il jungle dei London Elektricity con “That’s Today”, il drum’n’bass di Roni Size con “Faça de Conta” e l’ipnotica “Laranjeras” dei 4Hero. Completa l’inedita “Roda Piao” in versione molto dance degli Spiritual South.


Esce finalmente il quarto album di Lenine, “In citè” a distanza di tre anni dal precedente “Falange Canibal”, e anche questo disco rappresenta un ulteriore passo in avanti nella carriera di questo artista brasiliano, non molto conosciuto da noi, ma molto apprezzato nel mondo e nel suo Paese. Pensate che ha scritto oltre cinquecento canzoni, molte delle quali interpretate dai più bei nomi della musica brasileira. Questo album è stato registrato dal vivo a Parigi, in formazione ristretta, un trio in cui viene accompagnato dal percussionista argentino Ramiro Musetto e dal bassista/vocalist Yusimil Lopez Bridon, originario di Cuba. Lenine, che è nato a Recife, nel nord est del Brasile, ha cercato sin dai suoi primi lavori di assemblare diversi stili musicali con le sue varie esperienze, anche sul versante più rockeggiante. Con il suo stile così unico di suonare la chitarra, molto ritmico e la sua particolarissima voce, Lenine calibra sapientemente brani lenti a tracce più movimentate e su tutte spiccano la lenta “Todos os caminhos”, il quasi country di “Ninguém faz idèia”(premiata come miglior canzone brasiliana del 2005 ai Latin Grammy), la famosa”Relampiano” e il lunghissimo testo su cui si snoda “Todas elas juntas num so sèr”. Da tenere d’occhio.


Fra le nuove interessanti uscite della Esc Records è doveroso segnalare quella di Ahmad Mansour, dal titolo “Public Domain” : ai più non dirà molto, ma il chitarrista di origini iraniane ha all’attivo ormai dieci album e con questo è probabile che richiami un po’ di attenzione su di sé. In questo cd, registrato dal vivo in un locale a Ginevra lo scorso anno, Mansour è accompagnato da due figure della downtown newyorchese, Stomu Takeishi e Ted Poor. Il primo, bassista, è membro stabile dei gruppi di Cuong Vu e Paul Motian, e con Mansour si conoscono da quasi vent’anni avendo frequentato assieme la Berklee School mentre Poor, batterista, è uno dei volti nuovi del jazz contemporaneo. Sette brani in tutto che variano fra gli otto e i quattordici minuti, per un concetto di totale libertà e non stiamo parlando di free jazz, anzi! Prendete il fantastico blues di “School Chums” o il rock funk in crescendo di “Tha Haunt”. Probabilmente da giovane ha ascoltato molto anche i Grateful Dead, vedi “Up for Grabs”ma in ogni caso ha assorbito le atmosfere della California di quegli anni, come è il caso della ballad finale “Main Squeeze“. Da scoprire. 


Da casa Schema tornano i Soulstance, con “Lead the Way” dopo tre anni dal precedente album e questa volta scelgono soprattutto l’impronta latin-jazz per sviluppare i loro nuovi temi musicali. Un’ulteriore evoluzione del loro sound che dimostra una spiccata versatilità verso ogni tipo di linguaggio contaminato. Dietro alla sigla Soulstance si celano i fratelli Lo Greco, Enzo al contrabbasso e autore di tutti i brani e Gianni alla batteria, accompagnati per l’occasione da ottimi musicisti, fra i quali Alberto Bonacasa al pianoforte, Germano Zenga al sax tenore e Hendrixon Mena alla tromba. Venendo tutti dal jazz si sono trovati perfettamente a loro agio nelle naturali improvvisazioni su basi molto ritmiche, vedi le contagiose “Toka a bola” e “Lead the way”, oppure la bossanova di “Summer Midnight”. Ma questa non è la sola novità del duo, visto che quasi in contemporanea è uscito anche Snap Count sotto il nome di Quintetto Lo Greco. I musicisti sono gli stessi coinvolti nel progetto Soulstance ma qui si parla solo ed esclusivamente il linguaggio jazzistico! Un omaggio al bop di maestri quali Davis, Coltrane, Hubbard e Shorter. Proprio di quest’ultimo è stata scelta una cover, “Yes and no”, mentre gli altri brani, ad eccezione di un altro standard, “You’ve changed”, sono firmati tutti da Enzo Lo Greco. Con le dovute proporzioni anche questo è un fior di quintetto, ben amalgamato e passionale nell’interplay; il loro suono è molto omogeneo e la registrazione ad hoc ci rituffa nel glorioso passato jazz degli anni sessanta: ascoltate “Just Easy”, con le affascinanti incursioni del pianoforte di Bonacasa oppure i pregevoli soli di Zenga al tenore e Hendrixon alla tromba in “Passion Dream”. Oppure ancora la conclusiva “Woodoo Dance”, che ci trasporta nel più profondo universo sonoro senza tanti preamboli, solo tanta buona musica. Complimenti. 


String Theory” è il titolo dell’album dei Prophetz of time and space, un supergruppo jazz rock, che annovera fra gli altri il violinista Jerry Goodman, il sassofonista Brandon Fields, il bassista Steve Vasconcelos e il batterista Leon Ndugu Chandler. Sia per le loro passate esperienze che per i gusti musicali, il sound sembra provenire dal passato di gruppi come la Mahavisnhu Orchestra e i Weather Report, com’è il caso di “”Tranzplacement of the underbearing”, eccellente traccia con le linee melodiche sovrapposte di Goodman e Fields, o “Milesaway”, un omaggio neanche tanto nascosto alle atmosfere di Zawinul e soci. Suoni impeccabili, ma mai troppo “freddi”, anche nei brani più lenti, come nella metheniana “Heling and revealing” o in “Gem”.Chiude questo interessante album una lunghissima versione di “Footprints”(oltre quattordici minuti), dove si mette in evidenza il virtuoso pianista Omaro Ruiz. Da ascoltare.


Copperopolis” è il nuovo lavoro del chitarrista Charlie Hunter, che questa volta spinge letteralmente il pedale sul versante rock. Immutato il suo trio, composto, oltre che da lui alla chitarra a otto corde, da Derrek Phillips alla batteria e da John Ellis al sax tenore e clarinetto basso, ma anche al Wurlitzer e melodica. Ed è questa la novità prevalente del sound del gruppo. Già dall’iniziale “Clueball Bobbin’” si capisce subito che la voglia di rock è tanta, con i riff elettrici di Hunter che vanno di pari passo con il groove delle tastiere di Ellis, il quale si mette in evidenza anche in brani come la splendida ballad di “A street fight could break out” e nella rarefatta “Frontman”. Ma il meglio di sé il trio lo dà nel funk lento di “Blue sock”, con il tema all’unisono per chitarra e sax, con un lungo, magnifico solo effettato di Hunter e nella title track, un sofferto blues, dove il suono “sporchissimo” della chitarra sul canale sinistro si amalgama in un vortice sotterraneo con il sax tenore. Ottimo e fuori dai soliti schemi.


L’etichetta Luv N’Haight festeggia la cinquantesima uscita del suo catalogo con il cd “Bay Area Funk 2” (Various Artists), una raccolta di rarità funky degli anni sessanta e settanta di oscuri gruppi della zona di San Francisco, Oakland e Berkeley. E’dal 1990 che questa casa editrice nata dal famoso negozio di dischi Groove Merchant ci delizia con queste perle: in questa seconda compilation molte sono le curiosità e i gruppi da scoprire, alcuni dei quali rimasti nell’ombra da allora, anche perché magari avevano registrato un solo disco! E’il caso dei Soft Touch, con la bellissima “Plenty Action”, o dei San Francisco TKO, con “Acid Lady”, gruppo questo, che oltre ad annoverare musicisti del gruppo di Sly Stone hanno avuto anche un batterista dodicenne che ai concerti veniva accompagnato dalla madre! Invece Ray Camacho che qui ascoltiamo con “Si se puede”, uno strumentale latin funk, ha registrato nella sua carriera più di seicento brani…Troviamo anche uno dei tanti batteristi di James Brown, tale Victor Green, con “Creole Girl” e Mike Selesia, che suonava due sassofoni contemporaneamente mentre i componenti della sua band si facevano spesso viaggi lisergici durante le registrazioni. Dedicato a chi ama il funky.

Emilio Palanti - Jazz Convention year 2006