Sono passati ormai vent’anni dal primo album del The James Taylor Quartet, infatti il debutto avvenne nel 1987, e il tastierista che fu uno degli alfieri dell’acid jazz pubblica oggi “A taste of cherry”, una raccolta di nuovi brani che mantengono intatto il groove che l’ha reso famoso.
E’ sempre l’hammond che la fa da padrone, ma questa volta, con l’uso di altre tastiere la melodia vuole omaggiare anche certe sonorità care per esempio al miglior Deodato, vedi “Opening Our Eyes”, con un elogio per lo stile chitarristico di Nigel Price e “Dreaming of you”; per chi poi è amante del sound tipico di James Taylor, ecco le tracce “soul jazz oriented “, come “Kick it”, “The In-between” e la title track. C’è spazio anche per la voce di Yvonne Yanney, per la sensuale e incalzante “Your kind of loving”. Un album dedicato a chi ha nostalgia del fenomeno musicale che fu a cavallo fra gli anni ottanta e novanta.
Ancora novità da casa Far Out: questa volta sotto I riflettori ci vanno i Democustico, ovvero Mauro Berman (già bassista del rapper braziliano Marcelo D2) e Gabriela Geluda. L’album, dal titolo omonimo, è una miscela di samba acustica, con venature folk e qualche eco indiano, insomma un vero prodotto contemporaneo; infatti la stessa casa discografica ha presentato il disco dicendo: immaginate di sentire Milton Nascimento suonare con i Thievery Corporation, ecco, questo è il sound dei Democustico! In perfetta simbiosi Mauro si occupa della parte più sperimentale, lavorando sui suoni, mentre Gabriela lavora più sull’armonia e sulla melodia, soprattutto sviluppando la sua esperienza in India. Poi se uniamo il tutto all’estro del produttore Roc Hunter il gioco è fatto, vedi per esempio “Grito”, un tempo broken con uno stupendo solo di flauto, “A Sereia”, che si muove bilanciata su nuove sonorità e radici, e “Nunca Never” con un intro di chitarra che trasforma il brano in una rock ballad. Un album che si colloca nella scia delle recenti uscite di Sabrina Malheiros e di Troubleman.
“The Beauty Room” è prodotto da Kirk de Giorgio in cooperazione con il cantante e compositore Jinadu già suo partner nell’album “As One” del 2001. Lasciate da perdere il DeGiorgio nella sua veste più elettronica (vedi i progetti Offworld e le raccolte Soul of science), perché qui non c’è nessuna traccia. E’ un disco volutamente acustico, imperniato sull’incredibile voce del co-leader e sulla musica suonata da alcuni personaggi di respiro internazionale, vedi Ian O’Brien, Thomas O’Brady e Chris Whitten.Le armonie vocali sono il piatto forte del disco segnato anche da sottili venature jazz. Da ascoltare con attenzione “Holding On”, con gli arrangiamenti orchestrali di Deodato, “Soul Horizon” e “Vision of Joy”, pregne di atmosfere seventies della West Coast, tanto che sembra di ascoltare un brano di Crosby, Stills e Nash, influenzati anche dagli Steely Dan. Bè se vi piacciono questi artisti, è il disco che fa per voi.
Da casa Schema arriva giusto giusto per riscaldare le serate autunnali il disco di Mario Biondi and The High Five Quintet, dal titolo “Handful of Soul” . Biondi, cantante siciliano dall’anima nera, a metà fra Isaac Hayes e Mark Murphy, dopo una lunga gavetta affronta il mondo del jazz vocale con un gusto e una classe che sorprendono al primo ascolto. Il suo nome era già noto alla Schema per il progetto Was a Bee, assieme ad Alessandro Magnanimi, dove appariva la traccia “This is what you are”, singolo fortunatissimo che appare anche in quest’album, interamente risuonato dagli High Five. Il connubio Biondi-High Five è perfettamente riuscito in questa raccolta di brani dove si rileggono classici americani come “Slow Hot Wind” e “On A Clear Day, alternati ad originali come “No mercy for me” e “Gig”, dove Biondi le interpreta come un vero e proprio crooner. Il marchio Schema è facilmente individuabile nel sound bossa dell’iniziale “A child runs free” e in “Rio de Janeiro Blue”, (scelta come secondo singolo) e qui è d’obbligo ricordare il lavoro dei fiati degli High Five, ovvero Fabrizio Bosso e Daniele Scannapieco, che ci invidiano ormai in tutta Europa. Infine menzione speciale per “Never Die”, scritta dal pianista Marco Bianchi, già noto per le sue produzioni assieme a Paolo Fedrighini.
“Brazilian Beats Brooklin” (Various Artists): questa interessante compilation è il frutto del lavoro di due dj che da parecchi anni conducono una serata al Black Betty, un locale di Brooklin, Sean Marquand e Greg Caz, che con la loro passione per la musica in generale e per quella brasiliana in particolare hanno trasformato le domeniche sere del Black Betty in serate di culto. Giusto quindi che la serie Brazilian Beats, giunta con questo cd al settimo capitolo, omaggi una realtà che prosegue tuttora e continua a trasmettere energia positiva grazie all’immenso bagaglio musicale sudamericano. Sono ventidue le tracce comprese in questo album, tutte rarità appartenenti ad artisti brasiliani pressoché sconosciuti da noi. Su tutte le funkeggianti tracce di Toni Tornado, Erasmo Carlos, e Rita Lee. Le versioni old school degli Os Novos Crioulos, di Ana Mosely e di Silvio Cesar. Se volete divertirvi ascoltate “16 Toneladas” di Noriel Ville o il Trio Esperança. Ritmi caldi per la fredda stagione in arrivo…
A quattro anni di distanza dal giustamente osannato Waltz for Koop, tornano appunto i Koop, ovvero il duo svedese formato da Magnus Zingmark e Oscar Simonsson, con un nuovo album intitolato “Koop Islands” che ha poco a che vedere con il precedente e quindi lascerà scontenti molti fans ma è probabile che se ne accaparrerà altri. Questa volta le isole esplorate dai Koop sono inserite in un contesto che va più indietro negli anni e dai sessanta andiamo verso i trenta/quaranta. Come sempre grande spazio alle voci, unite ad un suono orchestrale come nella title track affidata ad Ane Braun, una new entry. Ritroviamo invece i più conosciuti Yukimi Nagano e Earl Zinger, protagonisti assoluti: la prima con “Come to me”, leggiadra come la sua voce e “I see a different you” che richiama al precedente hit “Summer Sun” e il secondo con “Forces…darling”, dal ritmo sincopato e con il clarinetto in primo piano e poi la stupenda “Beyond the son”, con la sua voce narrante e il vibrafono in sottofondo. Ma la chicca viene sicuramente da “The Moonbounce”, con impasti vocali e orchestra che richiama le grandi feste di un tempo che fu…
Se c’è un personaggio che sembra possegga l’elisir di eterna giovinezza questo è proprio Joe Zawinul, che, alla soglia dei settantaquattro anni, gira ancora per il mondo in tournèe con la stessa voglia di tanti anni fa. Ora per celebrare i vent’anni di nascita del suo Syndicate, la sua etichetta privata Birdjam pubblica “Brown Street”, un doppio cd che documenta una serata live al Birdland Club di Vienna. Il 26 ottobre dello scorso anno, accompagnato dai quindici membri della WDR Big Band più una sezione ritmica composta da Victor Bailey, Alex Acuna e Nathaniel Townsley, il tastierista austriaco ha ripreso alcune vecchie composizioni dei Weather Report rieditandole per l’orchestra. Il tutto grazie anche agli arrangiamenti di Vince Mendoza, non nuovo a questo genere di operazioni. E il risultato è molto accattivante, perché pur con una formazione così allargata il groove di allora si mantiene intatto.Infatti le sorprese arrivano proprio dai componenti della Big Band, soprattutto in brani storici come “Black Market”, dove si evidenzia la sassofonista Parolina Strassmayer, oppure Paul Heller, al tenore in “Fast City” e ancora John Marshall alla tromba in “In a silent way”.
Era stato praticamente dimenticato dal 1971 ed ora finalmente appare sul mercato “Live at Club Mozambique” di Grant Green: probabilmente a quei tempi erano usciti già parecchi album del chitarrista per la Blue Note (e si pensa che altri siano ancora nascosti negli archivi) e per non accrescere l’esposizione si pensò di non pubblicarlo. L’importante è che ora sia comunque uscito perché pur non rappresentando un capitolo fondamentale della sua discografia, è utile per inquadrarlo nella sua predilezione per il funky groove. La formazione è allargata a sestetto e oltre al leader appaiono i fidi Ronnie Foster e Clarence Thomas, rispettivamente all’organo e al sax tenore e soprano, Houston Person al tenore e Idris Muhammad alla batteria. La straordinaria simbiosi fra Muhammad e Foster fa sì che il suono sia sempre sotto pressione e il risultato è pressochè magico sia che si tratti di brani stile James Brown, come “More today than yesterday” e “Bottom of the barrell” che per quelli più hard bop, vedi “Jan Jan” o la magnifica “Farid” di Clarence Thomas. Piacevoli anche le versioni di “Walk on by”, celeberrimo cavallo di battaglia di Bacharach e di ”One more chance” dei Corporation, che fu portata al successo dai Jackson 5. Let’s groove…
Emilio Palanti - Jazz Convention year 2006