DIARIO APOCRIFO
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Come un CD

Caro diario,

Loro sono in molti a scrivere, io sono da solo a leggere. Guardando la moltitudine di CD che vengono pubblicati, mi è venuta in mente questa splendida battuta di Massimo Troisi.

E’ indubitabile che oggi, grazie all’evoluzione delle tecnologie informatiche, la quantità di informazioni cui ognuno di noi è esposto cresce in modo esponenziale. Nel caso della musica, realizzare un CD è diventato talmente facile che la pubblicazione di un album non è più il punto di arrivo di un musicista. Semmai, è il punto di partenza.

I computer, quando si trovano a dover elaborare una quantità di dati enorme, alzano bandiera bianca e vanno in overflow, ovvero si impiantano. L’essere umano, (quasi) mai banale quanto un computer, ha invece due possibili alternative: andare anch’egli in overflow (ma rimettere in sesto una persona che è andata via di testa è parecchio complicato), oppure cercare delle vie di fuga.

E’ così che mi è venuto da pensare a Daniel Pennac, ed al suo Comme Un Roman (Come Un Romanzo), un breve saggio sulla lettura in cui l’autore compila una sorta di Carta Dei Diritti del lettore. Ma visto che qui si parla di musica e non di letteratura, perché non compilare, scherzosamente ma non troppo, anche una Carta Dei Diritti dell’ascoltatore? Proviamoci.

Il diritto di non ascoltare

Diritto primario. Non è obbligatorio ascoltare tutto, né è – fisicamente – possibile. E quindi, perché non decidere, liberamente, di ignorare, di non ascoltare musiche di un certo periodo (ad esempio il jazz delle origini, oppure quello contemporaneo), oppure di uno specifico musicista? Certo, si perderà qualcosa. Ma visto che comunque è impossibile riuscire ad ascoltare tutto, meglio decidere consapevolmente cosa perdere, piuttosto che inseguire tutto e comunque, inconsapevolmente, perdere qualcosa.

Il diritto all’ascolto parziale

Una delle regole d’oro della sana alimentazione è quella di alzarsi da tavola con ancora un po’ di fame. Una delle regole d’oro dell’ascolto, dovrebbe essere che il CD finisce lasciandoci con ancora un po’ di voglia di ascoltare. Ma la durata media di un CD è di circa settanta minuti. Troppi. Rappresentano l’equivalente musicale dell’indigestione. Quando terminano, ci lasciano con una sgradevole sensazione di eccesso, di aver ascoltato troppo. E allora ascoltiamoli per metà, questi CD. Un giorno, ad esempio, le prime cinque tracce. Un altro giorno le rimanenti. Le apprezzeremo tutte molto di più.

Il diritto di saltare da un brano all’altro

Non tutti i brani contenuti in un album sono allo stesso livello. E allora sia benedetto il tasto skip, che ci fa passare con disinvoltura da un brano all’altro, facendoci ascoltare solo quelli davvero buoni.

Il diritto alla compilation fatta in casa

Dato per scontato che

- In un CD ci sono al massimo 15-20 minuti di musica di qualità.
- Ormai tutti possiedono un masterizzatore e/o un lettore MP3

E’ giusto che ognuno possa compilare i propri CD, con la scaletta che meglio crede. Internet dà poi al musicofilo un grande aiuto in questo senso, rendendo possibile – oltre al download dell’intero album – anche il download dei singoli brani.

Il diritto all’intro-check

Non è bello giudicare se un album è interessante o meno dai primi dieci secondi di ogni traccia. Però non è nemmeno bello gettare alle ortiche settanta minuti del proprio tempo nell’ascolto di un album mediocre, solo per un vago principio di correttezza nei confronti del musicista. Ben venga allora l’intro-check, pratica che dovrebbe essere resa obbligatoria in ogni rivendita di CD.

Il diritto (dovere) al ri-ascolto

Alcune musiche sono più articolate di altre e per essere comprese in tutta la loro complessità necessitano di più ascolti. Peraltro, il ri-ascolto, il ripercorrere brani o passaggi particolarmente pregevoli, amplifica il piacere derivante dalla fruizione della musica. E con questo, arriviamo all’ultimo (nella lista, ma primo per importanza) diritto dell’ascoltatore:

Il diritto al piacere

Chissà perché, la cultura è spesso vista in modo masochistico, in qualche modo associata alla sofferenza. Capita, al termine di certi concerti, di vedere persone molto cupe, segnate in volto dalla fatica patita durante il concerto cui hanno appena assistito (manco avessero partecipato ad un funerale), esprimere poi commenti estremamente positivi sui musicisti e su quanto ascoltato. Male. Malissimo! Poiché il masochismo è una pratica che non ci appartiene, siamo convinti che la musica debba innanzitutto dare piacere all’ascoltatore. Che non vuol dire che la musica debba solo esprimere gaiezza e che – per assurdo – la tonalità minore debba essere bandita dal pentagramma. Significa, semplicemente (ma forse non è così semplice!), che la musica deve raccontare una storia coinvolgente, interessante, emozionante, spiazzante. Una musica noiosa, scontata, pesante, priva di emozioni, è in primo luogo un insulto all’ascoltatore. Che ha invece il diritto al piacere.

Paolo Peviani - Jazz Convention year 2005