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| Alexei Lubimov Messe Noire Stravinsky/Sostakovich/Prokofiev/Scriabin Ecm New Series, 1679, 2005 Distribuzione Ducale |
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Mai come in quest’ultima recente stagione, le uscite della ECM New Series erano state così prodighe di riferimenti legati al primo Novecento ed in particolare alla figura mitica e geniale di Igor Stravinsky. In Contemporanea escono infatti varie pubblicazioni riguardanti il compositore russo come “Orchestral Works” della Stuttgarter Kammerorchester diretta da Dennis Russel Davies e “Stravinsky / Bach” del duo Leonidas Kavakos / Péter Nagy.
Relazioni evidenti dunque tra Stranvinsky, il jazz e l’ECM, etichetta che più di altre ha interagito tra il mondo afroamericano e quello rigorosamente accademico. Non a caso Stravinsky, seguendo di qualche anno l’interessamento di altri mostri sacri come Claude Debussy, si era trovato difronte lo sconvolgente dilemma di ampliare i propri orizzonti prospettici con le “altre musiche” - il pre-jazz in particolare - nelle forme anomale e inusuali del rag time.
Proprio quel genere aveva fatto la sua comparsa nel nuovo mondo quando Stravinsky venne alla luce, ovvero nel 1882 a Oraniembaum nei pressi di San Pietroburgo. Stravinsky, jazz, musica accademica, avanguardie. Un miscuglio magico e inquieto che si dipana lungo l’intero corso del secolo breve e che a tutt’oggi fermenta in gran parte dell’eredità recepita dall’intricato universo delle musiche contemporanee. In tale contesto impossibile è stato per Alexei Lubimov distanziarsi dai maestri del proprio paese, in particolare di quelli interpretati nel suo nuovo splendido lavoro.
Lubimov esegue Stravinsky (la Serenade in A scritta nel 1925, suddivisa in quattro movimenti e dedicata alla moglie), disegnando un dettato policromo visivamente austero, perfettamente aderente alle concezioni politonali, sgraziate da quella danzabile ironia che da sempre ha caratterizzato la firma unica e inviolabile del Maestro di “Bird Of Fire”. Qui vi è inglobato l’intero universo stravinskyano: audacia armonica, complessità dei temi, dolcezza e aggressività inconfondibili della narrazione. Soltanto questa interpretazione di un Lubimov attento al dettato e preciso nella valutazione del canto, vale all’intero disco l’appellativo di capolavoro.
Di quattordici anni più giovane Dmitri Shostakovich, offre all’incisione di Lubimov la sua Sonata n°2 Op. 61 (1942) da ascrivere al periodo maturo del compositore sovietico.
La complessità interpretativa nell’Allegretto è di “livello 10”. Il gioco estenuante condotto dalla violenza ritmica della mano sinistra impone quei voli, quelle scalate acerbe ma imprendibili che hanno contrassegnato l’altalenante dualismo presente in Shostakovich, in bilico sempre tra rispetto parziale della tradizione e l’adeguamento concettuale a certa avanguardia radicale già espressa durante il periodo prebellico.
Prova di tale continuità saranno i 24 Preludi e Fughe, corpus composto tra il 1950 e il 1952 di cui su ECM New Series, incredibile, celebre testimonianza - checchè ne dicano i puristi – ne diede Keith Jarrett nel 1991.
Dello stesso periodo risale la Sonata n° 7 Op. 83 composta da Sergey Prokofiev, il quale di certo cosiddetto “antiaccademismo” ne fu acerrimo nemico sin dagli anni “scapigliati” della frequenza in conservatorio.
L’Allegro Inquieto è una figurazione marciante, marionettistica, sicuramente modernista in tutto il suo intero approccio con talune latitudini che ben esplicano l’arte ironica ma anche drammatica di Prokofiev.
Quando le luci si abbassano e i “quadri” scivolano via lungo altre forme di chiaro stampo impressionista, Lubimov emerge superbamente offrendo una delicattezza interpretativa senza eguali. Complessità ritmica e ricerca del segno che si sradicano e si distanziano nel trascinante walzer dell’Andante Caloroso, episodio anche qui ricco di scenari mutevoli, vaganti nell’indeterminatezza che continuamente si altera, si scolora, per poi dischiudersi in poderose forme poetiche di grande visionarietà intuitiva.
Chiude magistralmente il trittico la nervosa concitazione del Precipitato. L’assetto teatralmente spedito svetta, reclamando uno swing interiore fitto di urgenza all’interno dell’insistente incedere ostinato che caratterizza la breve ma intesa composizione.
A sigillo del disco, Lubimov incastona dalla “Sonata n° 9 Opera 68” di Alexander Scriabin, la lunare, agitata drammaticità del Moderato Quasi Andante. In questo caso una sorta di oscura, languida magia si libera dalle ragnatele tonali per sfuggire verso la tensione del silenzio e della pause spesso debussianamente concepite.
Il ritorno, anzi, il riabbraccio con l’ambivalente costruzione e destrutturazione della melodia, raggiunge nell’intensa coda il suo perfetto e intrigante finale.
A Lubimov un grazie per la meticolosità e la perizia perfetta presenti in questo lavoro, costruito da esemplare caratura filologica e decisamente imperdibile.