KEITH JARRETT
THE KÖLN CONCERT
ECM, 1064/65, 1975
DISTRIBUZIONE: DUCALE
Registrato dal vivo all'Opera di Colonia (Germania) il 24 gennaio 1975
Prodotto da Manfred Eicher
Ingegnere: Martin Wieland
Foto: Wolfgang Frankenstein
Grafica di copertina: B & B Woijrsch.
Keith Jarrett (pianoforte)
Part I - Part IIa - Part IIb - Part IIc
Registrato il 24 gennaio del 1975, "The Köln Concert" è ancora oggi - dopo ben trent'anni dalla sua uscita - al centro di una svariata spirale di polemiche e soggettive intrinseche discussioni nell'ambito dell'eterno dibattito inscenato nel panorama della critica jazz. Un bel disco di sicuro, ma probabilmente non il migliore - come spesso accade con gli artisti più eclettici - nella sterminata discografia di Keith Jarrett. Quella che ne segue (con l'occasione ne approfittiamo per dare uno sguardo alle altre opere del pianista di Allentown), è una breve analisi non priva di aperture a commenti e ad ulteriori approfondimenti, nel tentativo di rielaborare una (lucida) revisione storica affrontata a mente fredda.
A trent'anni esatti dalla pubblicazione di "The Köln Concert" a nome dell'allora quasi trentenne Keith Jarrett, molto ancora c'è da dire e da disquisire sull'enorme portata storica che ha consacrato questo disco come uno dei più amati oggetti di culto nella storia del jazz moderno. Si parla di circa tre milioni di copie vendute dal 1975 ad oggi, ma i dati in nostro possesso non sono ancora chiari e del tutto definitivi. Ciò che invece va rilevato è il costante e rinnovato successo dell'opera che riaffiora anno dopo anno attraversando il succedersi eterogeneo delle generazioni.
Un alone più che leggendario circonda poi l'intera storia dell'incisione.
Un lungo viaggio in auto aveva condotto Jarrett insieme al patron della ECM Manfred Eicher, da Losanna a Colonia. Nelle ventiquattr'ore precedenti il concerto i due non avevano chiuso occhio. Pur avendo tentato di riposare in albergo, il pianista, quasi in dormiveglia, fu trascinato assieme ad Eicher in un pessimo ristorante italiano. Di seguito Jarrett - ebbe poi a dire ridendo spesso della storia -si ritrovò davanti ad un orrendo Bösendorfer anziché al solito Steinway da sempre utilizzato. Per un banale errore, dei due pianoforti disponibili offerti dal comune, in teatro era giunto il peggiore. Risultato: un suono di strumento sbilanciato sulle tonalità alte, quest'ultime decisamente male accordate e dall'emissione acusticamente metallica. Un suono antico e rimbombante di pedale che rimandava la mente a quello dei pianoforti scassatissimi ai tempi delle barrell house o dei saloon di fine Ottocento.
I due in un primo momento pensarono di annullare l'incisione già programmata da tempo. In seguito soprassedettero convinti dalla possibilità di avere comunque un documento in loro possesso. Sin dall'apertura del concerto Jarrett punta tutto, com'era sua consuetudine, nella pericolosa pratica dell'improvvisazione istantanea, cercando il più possibile di mantenere le mani saldamente incollate sul registro medio dello strumento e accentuando, nel registro basso, un andamento ritmico spesso modale, ostinato, in perenne movimento attorno a un nucleo centrale assai ripetitivo, pericolosamente teso sul versante dell'incompiutezza ma che subito dopo, nota dopo nota, si riordina e si risolve.
Ma procediamo con ordine.
Il tema d'apertura posto come incipit della Part I, raccoglie nella sua sommessa sacralità, quanto di più alto e nobile ci sia nei componimenti jarrettiani. Quel senso di pacificazione, di misurato sogno immerso nel limbo di una solare fantasia, evoca all'istante dolci e inafferrabili sprofondamenti.
È un'ascesa spirituale che conduce a luoghi magici di rarissimi eventi.
Ma nel corso dei ventisei minuti di questo primo capitolo, Jarrett di seguito arretra. S'immerge dentro climi riflessivi con pause o stop & go inaspettati, raggiungendo dopo, "ghirigori" dal carattere evidentemente orientaleggiante.
Molto indugia poi nel dettato, insistendo sulla dilatazione del versing, "cantabile" nella misura della pop song di chiara matrice beatlesiana. In chiusura, il pianista apre la composizione a un'altra ipotesi di lavoro, spalancando universi decadenti e accademici riferimenti al primo Novecento.
Il dissidio tra le atmosfere si rincorre, si converte in luce o in tenue oscurità. Al culmine di ciò emerge un "perdersi" verso meandri poco chiari, spesso ridondanti, per poi sparire nella solarità di un espressionismo facilmente cantabile e volutamente incisivo.
Di differente natura semantica è l'approccio ritmico-percussivo nella Part IIa. Tinte di gospel e soul, americanismi di libera improvvisazione nei modi di un brio senza limiti, che sorge e che si riabbassa nell'intimismo più ancestrale. Poesia come rivelazione, in un call & response tendente sempre alla sublimazione di se stessa.
Se di una fase calante vera e propria bisogna parlare, questa si avverte invece in maniera molto più evidente, nell'immutabile cerchio della parte b. È un'affannarsi accattivante e liberatorio. Un incedere sempre uguale, fatalmente teatrale, dove Jarrett insegue se stesso come una nuvola, nella complessa estensione del suo modus improvvisativo che con lentezza e varie aggiunzioni, pur con tecnica insuperabile, forse mai si risolve, se non in una fuga nostalgica che altro non è che reclusione. Tristezza esclamata.
La parte IIc è tutt'altra cosa. Sei minuti e cinquantanove secondi di perfetto documento umano. Un canto maiuscolo e collettivo di splendida anima e grande cervello creativo.
Tutto questo raccoglie la fama e l'enorme popolarità del concerto tedesco ancora oggi non del tutto spiegabile.
Altri capolavori d'imperdibile bellezza come il cofanetto sestuplo "Sun Bear Concerts" (ECM, 1100) all'epoca uscito con un box da dieci LP, rivendicano interamente il lungo tragitto che Jarrett aveva intrapreso nei termini di una più ampia e vissuta ricerca artistica.
Il contenuto e lo spessore compositivo del Jarrett metafisico trovano tracce di eternità nei concerti in solitudine di Kyoto, Osaka e Nagoya, probabilmente tra le pagine più riuscite di un lungo dolcissimo calvario di sperimentazione (i restanti concerti si tennero a Tokyo e a Sapporo).
Ma già in "Solo Concerts" (ECM, 1035-37) di un anno precedenti a "The Köln…", incisi a Brema e Losanna, Jarrett esprimeva concetti chiave del suo particolarissimo modo d'improvvisare (il gusto del gioco tra soul, pop song e accademismo, talune decadenze informali). Anno dopo anno il pianista di Allentown aveva però attenuato la pratica del piano solo in chiave improvvisativa, cedendo il posto ai suoi due quartetti (quello europeo e quello americano) sino a raggiungere nel 1983 l'idea dell storico standard trio.
Ma i primi dieci minuti del concerto alla Scala di Milano - siamo già nel 1995 - lasciano correre volentieri un lungo brivido nella schiena ("La Scala", ECM 1640). Che dire poi della prima parte del concerto tenutosi a Bregenz il 28 maggio del 1981 e appartenente al triplo "Concerts"? (ECM 1227-29). Non certo un disco superlativo ma appare esemplare come il lavoro del pianista avviene in qualche modo per "aggiunzione".
Altre letture vanno debitamente approfondite nei concerti di Vienna ("Vienna Concert", ECM 1481) pubblicato nel 1992 o del "Paris Concert" (ECM, 1401), di tre anni precedente.
Sul altri versanti importante è citare infine un trittico che l'appassionato (più che il critico) deve debitamente tener conto.
Trattasi dell'imperdibile "Facing You" (1971), disco d'esordio di Jarrett per l'etichetta tedesca (ECM, 1017), di "Staircase" (ECM, 1090-91) fondamentale tassello per la compresione del quadro evolutivo jarrettiano, per finire con "Dark Intervals" (ECM, 1379), sottovalutato lavoro del 1987. Quest'ultimo chiude un ciclo a livello compositivo (in questo caso infatti non si tratta totalmente di materiale improvvisato), vista poi la quasi assoluta dedizione del pianista alle pubblicazioni col trio se non ritornare poi nel 1998 con la breve ed episodica pausa di riflessione di "The Melody at Night, With You" (ECM 1675) inciso dopo la lunga malattia.
Cosa aggiungere dunque dopo trent'anni alla discussione su "The Köln Concert", se non concordare che è sicuramente un disco ben delineato e preciso nella sua continuità discorsiva?
Come ebbe a dire lo stesso Jarrett, che affermò "un'opera che segue una propria logica evolutiva priva di scossoni ma dalla quale io stesso all'epoca ne rifiutavo le modalità".
Ma per chiudere - ovviamente mai nel modo definitivo la discussione su "The Köln…" - sagge sono le parole di Ian Carr, celebre trombettista e storico del jazz, nell'affermare l'assoluta fluidità intuitiva di un Jarrett più impegnato alla leggibilità della forma e alla sua fruizione che all'esplosione totale della sua tecnica fantastica. Un disco quindi rivolto anche a chi di jazz poco o nulla conosce e che facilmente si lascia abbandonare all'accattivante magia di un suono destinato a far discutere (o apprezzare) anche nel prossimo trentennio a venire.
Gianmichele Taormina - Jazz Convention year 2005