I 25 anni di Jarrett / Peacock / Dejohnette - Storia e analisi di un Trio
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La bellezza intrinseca del jazz, l’architrave sulla quale poggia il suo potenziale e mai interrotto rinnovamento, vive in simbiosi con talune relazioni musicali e umane basate su storie, aneddoti e leggendarie epopee che nella loro voracità espressiva, imprigionate nel vortice stesso del loro mito, continuano autoimmuni a raccontarsi. A rinnovare se stesse pur nella loro apparente contemporaneità. Una di queste riguarda lo "standard trio" di Keith Jarrett, Gary Peacock e Jack DeJohnette.
Reduce da un biennio funestato da un imprevisto crack finanziario, debilitato da dolorosi fastidi alla schiena, da faticosi tour in piano solo (cinquanta date l’anno, quasi tutte incentrate su esecuzioni di musica classica), Keith Jarrett nel gennaio del 1983 desiderava essere un altro uomo; un altro musicista. L’irrefrenabile sua progettualità necessitava la proiezione verso un differente determinato "altrove". Ricominciare dalla base, magari dallo standard. Ricominciare da zero dunque. Anzi, da tre. Dal trio che poco tempo prima (era il 1977), aveva dato alle stampe a nome del contrabbassista Gary Peacock quel delizioso lavoro dai non futuribili risvolti intitolato Tales Of Another.
Un trio sostanzialmente formato da tre pianisti: il primo di loro, evansiano per vocazione ed eredità - geneticamente influenzato per sua stessa ammissione, da un pianismo di derivazione bleyana - gli altri due quali preziosi collaboratori, addirittura per anni al fianco dell’immenso maestro di Plainfield. Peacock all’interno del notevole Trio 64, DeJohnette per ben più anni (nell’acclamatissimo At The Montreux Jazz Festival), del quale seppe calibrare, carpendone i trucchi, i complessi meccanismi ritmici, l’impianto melodico-teorico, la sintesi esecutiva dello swing, la delicatezza paralizzante della ballad.
Dopo una cena chiarificatrice, presente Manfred Eicher, imparziale moderatore della partita, la mattina seguente di quel freddo gennaio del 1983 il trio entrò carico di idee ed energie nei celebri Power Station Studios di Manhattan.
La leggenda prende le mosse dal canto stesso dello standard (specifichiamo: della song), o meglio dalla replica strumentale del mood dal quale poi trascendere, reinventare - preferibilmente invertendo gli addendi -sintetizzando all’osso la frase ritmica, la pulsazione minima. È il giocattolo che Jarrett modella e destruttura a piacimento con la complicità di due musicisti ai quali è riservata la parte non solo di semplici interlocutori ma soprattutto di costruttori del particolare, ovvero di tutto il processo evolutivo che risiede attorno ad un classico. Più il linguaggio è semplice, più emerge il suono austero, pesante, squillante, inconfondibile di Jarrett mentre al contempo i due partner si sbilanciando di continuo alla ricerca della (contro) melodia, della calibrazione perfetta, della raffinatezza invisibile.
Tutto suonato sull’impronta, tutto registrato in presa diretta, compresi gli errori, la lunga registrazione di quel giorno è costituita da un ricco songbook formato da dieci standard e da un original (So Tender a firma di Jarrett), che con oculate scelte discografiche e indiscutibile politica produttiva, consegna alla storia due capolavori come Standards, Vol. 1 & 2.
La sequenza è perfetta: Meaning Of The Blues, All The Things You Are, It Never Entered My Mind, The Masquerade Is Over e God Bless The Child compongono il corpus del volume 1. Nel secondo, difficile è sfuggire alla trascinante catarsi innescata sin dalle prime note di Never Let Me Go, meravigliosa ballad qui in buona compagnia insieme alla conclusiva I Fall In Love Too Easily.
Non paghi dell’eccezionale performance, il trio si lancia per niente esausto nella pura improvvisazione informale, partorendo due lunghissimi episodi intitolati Flying part I and II che costituiranno invece la struttura di Changes, altro "disco simbolo" che in qualche modo culmina con la chiusura perfetta di quella esperienza sviluppata in una sola memorabile giornata di registrazioni.
Bisognerà però attendere due anni prima che il trio si presenti dal vivo al pubblico dopo l’acclamatissimo successo discografico che vide pubblicare i due volumi solo dopo l’apparizione sul mercato del già citato Changes, cui altro punto di forza si basava nella riproposizione di Prism, splendida composizione jarrettiana spesso suonata dal quartetto europeo ma sino ad allora mai impressa su disco.
Dopo l’incisione di Spirits, album intimista di un Jarrett polistrumentista, multiforme e solitario (disco che imponeva al pianista un ulteriore distacco dal mondo accademico), nonché gli affollati impegni concertistici da solista, il trio pubblica nel biennio 1986/87 il resoconto live di due esibizioni europee nei lavori Standards Live e Still Live (doppio cd), interamente dedicati alla materia degli standard classici.
Un vero emozionante compendio di songs distillate dalla enorme conoscenza che i tre possiedono sull’argomento.
La critica è entusiasta, le vendite per la ECM sono più che ragguardevoli ma è la musica impressa a lasciare sgomenti per l’enorme tensione lirica, lo swing ancestrale, eppure così moderno nella proiezione e nella suddivisione degli spazi, il grande irragiungibile interplay (parola che da quel momento diverrà ignobilmente abusata per scandire il feeling perfetto e l’interazione ipnotica inscenata dai tre). Evergreen come Stella By Starlight, The Song Is You, My Funny Valentine, Autumn Leaves, When I Fall In Love e Billie’s Bounce, diverranno immancabili nella scaletta del trio, fondendosi spesso con altrettanti brani rappresentativi del Broadway classico e non solo. Di certo meno battuti ma forieri di una originalissima irrequietezza espositiva (The Wrong Blues, The Old Country, Late Lament).
Gli anni Ottanta si chiudono per il magic trio con la raccolta live Changeless, disco che unisce un poker di improvvisazioni istantanee registrate negli Stati Uniti, inscenate da Jarrett, e nate sotto l’input di una catarsi espressiva incentrata sulla fondamentale pratica del modale. Oriente immaginifico, atmosfere intense che rapiscono per luminosa suggestione ed enorme poesia trascendentale.
Quasi come prendendosi una pausa di riflessione, con Changeless il trio in realtà è già pronto per rinnovate imprese concertistiche nuovamente incentrate sugli standards. In Tribute (un doppio capolavoro), fulgidi sono gli omaggi nei dodici brani presenti, ad altrettanti protagonisti del jazz (Bill Evans, John Coltrane, Charlie Parker, Sonny Rollins, Miles Davis ecc.). A ciascuno di loro il trio associa un brano che ne ristabilisce le coordinate pur non avendolo direttamente composto. È un espediente che conferma ancora una volta l’importanza della tematica dello standard, la trasformazione fugace delle proprie linee guida per poi divenire altro canto, magia differente pur nella talvolta pedissequa identificazione tematica.
Idem dicasi per il successivo lavoro intitolato The Cure. Qui però è il be-bop a vincere, a giostrare Monk e Gillespie in uno splendido compendio unitario fatto di grande equilibrio narrativo che conferma l’enorme stato di grazia della formazione.
DeJohnette è il Dio di un fuoco ingestibile, i suoi piatti splendono con eleganza magistrale. Roboanti i tamburi, nel timpano si sblocca l’impatto scenico, non avanza la grazia ma esplode il dramma del controcanto, delle linee ritmiche diseguali al tema, del pulsare interiore del contrabbasso. Ed il contrasto resta comunque unico. Non spostato dalle diseguali poliritmie del drummer di Chicago ma incentivato semmai dalla cavata vertiginosa ed inimitabile di Peacock. Il contrabbassista diviene maestro di se stesso dispiegando semplicità nel dettato, pura coerenza narrativa, inventiva di fraseggio sempre al culmine del risultato finale. Jarrett, ora dolente, altre volte spedito da una trance linfatica inesauribile, è infine l’occhio che tutto vede, lo skipper che rischiando in prima persona, vira agilmente controvento, sottendendo la melodia, conducendo tutti anche fuori dalla linea regolare proprio quando davvero non ci se l’aspetta. Il suono pulito, il tasto pesato al limite, la completezza nell’essenza della spiritualità chiudono il cerchio perfetto di uno dei trii più esaltanti della storia del jazz contemporaneo.
Quindici giorni dopo l’inaspettata scomparsa di Miles Davis, i tre eroi entrano in studio per la seconda volta in occasione dell’omaggio tributato al grande maestro al quale in differenti fasi furono legati. Ne Esce Bye Bye Blackbird, contenente composizioni che fanno pensare ad un Miles suddiviso in tante stagioni. Meraviglioso.
Dopo il "tradimento" momentaneo di Jarrett e Peacock At The Deer Head Inn insieme ad un sempre scoppiettante Paul Motian, i tre ritornano alla consueta pratica dal vivo che porta i suoi frutti con il non esilarante Standards In Norway, presto superato di gran lunga dal sestuplo imperdibile box registrato al leggendario Blue Note di New York nel 1994 (At The Blue Note – The Complete Recordings).
Dopo cotanta classe, eleganza e magnifica energia interpretativa, sarà davvero difficile superare se stessi, il proprio linguaggio, la propria ineguagliabile arte.
Nel 1998 mentre la sindrome da stanchezza cronica assale il povero Jarrett, esce il buon Tokio ‘96 e, in rotazione, tra il 2000 ed il 2001, gli ottimi Wisper Not e finalmente quasi esente da standards, l’eccellente Inside Out. Composizioni originali presenti anche nel doppio Always Let Me Go che riapre i giochi offrendoci un trio diverso, propositivamente proiettato verso la composizione istantanea, talvolta complessa ma sicuramente scevra da qualsiasi intrattenimento gratuito.
Up For It, The Out-Of-Towners ed il recentissimo agguerrito doppio My Foolish Heart segnano un ritorno alla consueta pratica dello standard live, aggiungendo grandezza e stupore nel segno di una insuperabile continuità, che da tempo la critica ravvisa come una salto nel vuoto a "rischio paralisi", nell’insistenza pervicace della formula, per altro già abbondantemente e altamente rappresentata.
Resta comunque il fatto che compiuti i venticinque anni di un trio largamente apprezzato e straordinariamente riconosciuto in tutto il globo, bene fa l’ECM a ripubblicarne i primi tre capitoli discografici con l’uscita del box Setting Standards.
Una saga che, proprio in questo quarto di secolo ha raggiunto livelli inimitabili e che non preannuncia di cedere a concessioni o a facili interpretazioni di critica e di pubblico.

Gianmichele Taormina - Jazz Convention year 2008