Sette pezzi facili per il trio delle meraviglie
Foto da Internet


Abbiamo a lungo riflettuto se fosse il caso o meno di consigliare ai nostri lettori una lista ideale degli storici lavori discografici al nome del trio Jarrett / Peacock / DeJohnette. Ne è uscita fuori una listarella niente male dalla quale trarre le dovute riflessioni, le personalissime analisi a fronte di una discografia comprensiva di ben diciotto lavori. A voi la scelta ed il resoconto sulla scoperta di questi “sette pezzi facili”.

Setting Standards (ECM, 2008 - 173 7344, 3 cd set)
Complesso davvero decidere quale tra “Standards Vol. 1” e “Standards Vol. 2” sia il migliore per coerenza di songboock, duttilità interpretativa, toccante miraggio della favola artistica del trio, iniziata un quarto di secolo fa e che ancora tiene banco. Se il Vol. 2 è più romantico, sussurrato, docile nell’oceano confidenziale di un Jarrett mai sentito prima, il primo offre in maniera veritiera il reale spirito della jam, la sintesi che ribalta tutto, la poesia e l’uragano. Bene ha deciso l’ECM di associare ai due il risvolto felice di quell’improvvisazione rigogliosa, quasi a scatola chiusa, che abita la coda finale di “Changes”. I tre dischi sono compartecipi di un unico piano letterario. Impossibile suddividerli. Vanno presi così e amati in blocco!

Standards Live (ECM, 1986 - 1317)
La proverbiale austerità di Jarrett che introduce in solitudine, in religiosa conteplazione, l’innodia alla vita silente, è nell’apertura di Stella By Starlight, altamente rappresentativa di una nostalgia, di una memoria inviolabile che fanno di questa versione una delle migliori in assoluto nella storia degli standards. Quello che arriva in successione non può che imprimere continuità discorsiva e afflato, swing e umanità al brano in questione e all’intero disco. In esso combacia il puro elemento evansiano (The Wrong Blues), l’happyness libertoria di Falling In Love With Love, la malinconia che si converte in idillio di Too Young To Go Steady, il timing e rhythm changin’ di DeJohnette in The Way You Loock Tonight, la magnificenza che sa di antico nell’effervescente The Old Country.

Still Live (ECM, 1988 – 1360/61, 2 cd)
Altre memorabili intro, umanissime di purezza e di sensibile intuizione introspettiva, aprono il cd 1 e il cd 2 con le versioni confessional di My Funny Valentine e Come Rain Or Come Shine, in un doppio live (registrato a Monaco nel 1986), che ancor più del precedente si attesta come altamente rappresentativo di un compendio di titoli e temi ora struggenti e riflessivi (When I Fall In Love, I Remember Clifford da togliere il fiato), ora vorticosi e potenti di modernissima intuizione (si ascolti la complessa cronoscalata nei diciassette minuti di The Song Is You). E l’intervento di Peacocok su Autumn Leaves? Bazzecole per grandi professionisti. Non parliamo infine del geniale colpo di teatro del trio su Billie’s Bounce, con un DeJohnette fragoroso e impareggiabile.

Tribute (ECM, 1990 – 1420/21, 2 cd)
Altra doppia incisione dal vivo che, incentrata su songs deliberatamente tratte dall’infinito storico Real Book, tratteggia con significanza di scelte una proiezione inesauribile di personalissime reinterpretazioni. Lover Man non è più la ballad immortalata da Billie Holiday, ma l’irregolare incisiva versione che ne da Lee Konitz, carica di swing e circolare sregolatezza. Le versioni delicate e dolcissime di Little Girl Blue, Ballad Of The Sad Young Man, Smoke Gets In Your Eyes e It’s Easy To Remember rendono altresì eterni questi frammenti di memoria non più enigmatici ma identificativi di uno sforzo del trio nel dare ad essi un’ ultima definitiva parola che resti ai posteri, immortale e senza incorrere ad ulteriori analisi stilistiche ma intrise invece di inamovibile eterna purezza.

Bye Bye Blackbird (ECM, 1993 – 1467)
Sull’onda emotiva lasciata dalla recente scomparsa di Miles Davis, il trio non si sottrae nel commemorare il ricordo del grande musicista di St. Louis. Visto da un’angolazione comunque legata al primo periodo storico del trombettista, il lavoro, l’ultimo realizzato in studio, a parte la prima celebre trilogia, assembla i ricordi di un Miles collaboratore di Shirley Horn in You Won’t Forget Me (ballad dalla bellezza paralizzante), mai più insieme a Monk in Straight No Cheaser, protagonista silente nella nelsoniana Butch And Butch. In più il disco contiene due belle versioni improvvisate dal trio (For Miles e Blackbird, Bye Bye). La semplice ma miracolosa versione di I Thought About You e la costante sfida celata dalle briose movenze di Bye Bye Blackbird completano un lavoro assai esaltante.

At The Blue Note – The Complete Recordings (ECM, 1996 – 1575/80, 6 cd box)
Sei cd altamente esaustivi rappresentano il resoconto concertistico integrale di un lungo week end risalente al giugno 1994 in cartellone al club Blue Note di New York. Il venerdi i tre riscaldano i muscoli con In Your Own Sweet Way per affrontare due ore e mezza di concerto senza freni. L’agilità del classico di Brubeck cede il posto a incantevoli versioni di How Long Has Been Going On e di Lament mentre Partners è un mix di suggestioni parkeriane stoppate dalla docile ballad autografa No Lonely Nights. Scioccanti le reinterpretazioni di Everything Happens To Me e della sconosciuta In The Wee Small Hours Of The Morning. Sabato e domenica ci si immerge nei testi sacri di Day Of Wine And Roses, When I Fall In Love, Imagination e How Deep Is The Ocean. Poi, senza soluzione di continuità, nella sfilata strepitosa di composizioni gigantesche come i loro interpreti: My Romance, Straight, No Chaser, Time After Time e For Heaven’s Sake, eseguite al massimo del potenziale abbandono creativo.

The Out-Of-Towners (ECM, 2004 – 1900)
Contrariamente a quanto afferma lo stesso Jarrett entusiasta di incisioni come i doppi “Whisper Not” e del recente “My Foolish Heart” (inciso per altro sei giorni prima di questo “The Out-Of-Towners”), la critica ufficiale si dispiega a favore di quest’ultimo notevole episodio discografico del trio. Tutto si ricollega a seguito dei due cd gemelli “Inside Out” e “Always Let Me Go”, di differente linguaggio interpretativo, più incentrati sull’improvvisazione collettiva che sulla celebrazione dello standard. Da quelle distanti esperienze il trio ne torna rinvigorito, esponendo magnifiche riletture di Five Brothers, You’ve Changed e della porteriana I Love You, aggiungendo una lunghissima e assai intrigante title track a firma del pianista (improvvisazione settantina e trascinante blues), per chiudere infine con la solitaria meraviglia di It’s All In The Game (cercate la sua storia su internet. Ne scoprirete delle belle!).

Gianmichele Taormina - Jazz Convention year 2008