Terje Rypdal
Vossabrygg
Ecm 1984, 2006
Distribuzione Ducale


Terje Rypdal: chitarra
Palle Mikkeborg: tromba, synth
Brugge Wesseltoft: piano elettrico, synth
Ståle Storløkken: organo Hammond, piano eletrico, synth
Marius Rypdal: elettronica, samples, giradischi
Bjørn Kjellemyr: basso eletrico e acustico
John Cristensen, Paolo Vinaccia: batteria


Dopo lo strano vocabolario orchestrale di “Lux Aeterna” torna su disco l’eroe di “Afric Pepperbird” e di altri indimenticabili classici ECM come “Sart” (entrambi ascritti a Jan Garbarek) e “If Mountains Could Sing” alternati, nel corso della sua lunga storia artistica, a momenti di monumentale bellezza ma anche di sature intemperanze e strane perturbazioni climatiche.
Qui la verve implacabile dell’infaticabile chitarrista norvegese si esplicita nell’ennesima opera elettrica (la n° 84, commissionata e registrata dal vivo nel 2003 dal Vossa Jazz Festival), ricca di suoni post moderni, di un riconoscibilissimo fascino stellare e dionisiaco, incentrato all’interno di Ghostdancin, rappresentativa composizione di diciotto minuti che apre magistralmente il lavoro.
Il turnaround decisamente davisiano getta un ponte tra tradizione settantina e ascesi elettrica dalla quale Rypdal notoriamente mai si è discostato.
L’interplay è poi esemplare e molto rimanda di quei meccanismi presenti più su “Bitches Brew” (modello ispiratore dell’intero progetto) che su “In A Silent Way”. Lo stesso Rypdal dichiara nelle note di essersi ispirato per la stesura del brano proprio a Pharoah’s Dance, firmata per quel disco da Joe Zawinul.
Di seguito, giungono gli archi e i cori di Hidden Chapter (scritta insieme al figlio Marius) in un mix di elettronica e sostenuto hip-hop sviscerato (forse anche troppo), in gran parte della suite, che in seguito sviluppa e procede per sfaccettature, per la verità poco diversificate nella loro interezza.
Spezza il clima il bel Waltz For Broken Hearts con protagonista l’affascinate e incantevole tromba di Palle Mikkeborg (davisiano D.O.C. e vero ideatore di “Aura”, che per motivi economici fece produrre proprio a Miles).
Le atmosfere cibergjazz con giradischi e batteria elettronica annessi ritornano subito dopo con piglio epico e discorsivo fino a raggiungere la lunga That’s More Like It, che insieme alle sobrietà flessuose di You’re Making It Personal e la conclusiva placida A Quiet Word, rappresentano altri vistosi ma sostanzialmente ottimi omaggi al Miles Davis elettrico degli anni Settanta.

Gianmichele Taormina - Jazz Convention year 2006