Paul Motian Band
Garden Of Eden
ECM, 1917, 2006
Distribuzione: Ducale



Chris Cheek, Tony Malaby: sax tenore 
Steve Cardenas, Ben Monder, Jakob Bro: chitarra
Jerome Harris: basso acustico
Paul Motian: batteria

Da dietro i tamburi rigidi e austeri, così come le sue braccia, meccaniche nel gesto, apparentemente irregolari da sembrare talvolta imprecise, quasi appartenessero all’automa di un altro mondo, Stephen Paul Motian, nato a Philadelphia il 25 marzo del 1931, dirige un’orchestra di sette elementi compreso (difficile da credere), anche se stesso. Risolti finalmente i noti problemi cardiaci, il cuore poetico e anticonvenzionale dello storico drummer di Bill Evans si dispiega ora sugli spartiti del nuovo progetto di band, come sempre in continua e mai statica evoluzione.
L’idea suona come una sorta di costola della gloriosa Electric Be-Bop Band, costituita quasi tre lustri addietro eppure densamente moderna di tematiche che, degli anni Cinquanta, rubava solo le regole antiche, per poi rivisitarle e rivoltarle sottosopra a proprio inusuale piacimento. Di quelle storiche sedute Motian rispolvera in apertura e chiusura del lavoro fondamentali “operette morali” come le mingusiane Pitecantropus Erectus e Goodbye Pork Pie Hat e, in coda, Cheryl di Charlie Parker ed Evidence di Monk (già presente col nome fantasma di Justice in “Monk In Motian” del 1988).
In questi episodi, forti sono i riferimenti alla già citata Electric Be-Bop Band della quale Chris Cheek, Steve Cardenas e Ben Monder ne restano i membri più assidui: le dinamiche solari e divertite, il be-bop come inestirpabile dna, la manipolazione del colore nel ridare forma e sostanza a composizioni ingiustamente perdute nel tempo.
Al centro del disco (a parte la dimenticata ninna nanna di Bill, scritta da Jerome Kern), navigano diversamente sette splendide composizioni del leader, che suonano sinfoniche, raggianti e ricche di paralizzante fascino.
Etude, ad esempio, sostenuta da splendide armonie sospese dalle tre chitarre ed un leggero ricamo dei fiati, soffia come un lento e antico lamento orientale che non tradisce le origini armene del drummer.
Anche Mesmer nel tema, appare come un millenario canto popolare reiterato (quasi una nenia corale), dove nel substrato, il drumming del leader è alle stelle, frizzante ed esplosivo come non mai.
Di seguito giunge l’immancabile Mambo Jumbo (potete riesumarla in altri dischi immancabili del batterista come “Motian In Tokio” e “Sound Of Love”), che evidenzia diversamente spirito e carattere epico e struggente.
Meravigliose poi le ballad Endless, Prelude 2 Narcissus, Garden Of Eden e Manhattan Melodramma, tutte estremamente notturne, drammatiche, introspettive di un suono lunare e spogliato, disposte consecutivamente come una piccola immensa suite.
Sentire suonare Motian e i suoi partner è una delizia per l’orecchio (e per il cuore di cui sopra). Il canto e la costruzione sinfonica della melodia emanata dai quei tamburi, da quei piatti luccicanti senza confini, è di certo una delle più belle conferme della musica jazz di oggi.

Gianmichele Taormina - Jazz Convention year 2006