Paul Bley
Solo In Mondsee
ECM, 1786, 2007
Distribuzione: Ducale



Paul Bley: pianoforte

L’11 settembre del 1972, raggiunta oramai una piena quanto riconosciuta maturità artistica, Paul Bley si accingeva a incidere a Oslo uno dei gioielli storici della scuderia ECM: il classico e acclamato disco “Open To Love”.
Prima opera incisa dal pianista di Montreal in piano solo, il lavoro sarebbe poi divenuto un punto di riferimento cardine del pianismo moderno, influenzando intere generazioni di musicisti che prima di allora si erano confrontate o con la tradizione classica del jazz o con la contemporaneità legata più che altro all’espressione post free.
Trascorsi trentacinque anni da quell’opera, Bley ritorna a incidere per l’etichetta bavarese dopo una serie non indifferente di lavori registrati in solitudine - circa una ventina – licenziati per varie label e alternatisi con una intensa girandola di collaborazioni tra le più svariate: Evan Parker, Kenny Wheeler, Tony Oxley, John Surman, Gary Peacock, Paul Motian, senza per nulla tralasciare l’intramontabile trio - oramai disciolto - costituito da Jimmy Giuffre e Steve Swallow.
Ma ora che il cerchio si è chiuso, ora che l’uomo è placato (Bley compierà settantacinque anni il prossimo 10 novembre), ritroviamo qui, tra queste tracce immensamente solitarie, un musicista infine sereno, capace d’infondere magia eterea e profonda spazialità compositiva.
Bley è questo e non si discosta tutto sommato dai punti cardini espressi da quella mitica incisione. Le sue teorie, i suoi sterrazzamenti di note che scaricano blues dolenti, onde malinconiche di poesie avvicinabili forse solo a quelle del grande Josif Brodskij, appartengono indelebilmente alla storia universale del jazz.
Il pianista incanta per il suo modo di scarnificare un tema, abbandonarlo nel puro ricordo di una nota, riprenderlo con la calma e la classe di un pittore che si riavvicina a una vecchia tela lasciata in un angolo per anni.
Le dieci variazioni di Mondsee - cittadina austriaca di 2000 abitanti ad una trentina di chilometri da Salisburgo) rischiarano tematiche espresse qua e là in altri dischi storici del Bley solitario come “Sweet Time”, “Blues For Red”, “Solo Piano” e “Tears”.
Magnifica è l’apertura della variazione I, morbida di una serenità che si abbandona alla memoria delle cose, dei ricordi lontani, di certi avvenimenti che mai più forse ritorneranno intatti alla luce.
Le variazioni IV e VII mantengono inalterate la portata semantica della romanticità bleyana costituita da un senso immenso di magia e colloquialità, gioco per la decostruzione, volatili magnifici incantamenti.
Altrove, la tensione drammaturgica di VIII e IX è in realtà un continuo richiamo al blues inscenato e poi abbandonato, soprattutto nella traccia VI.
Si perché alla fine di tutto nel disco è proprio questo il tema principale del progetto: un’infinita ruota di riproposizioni e di appunto abbandoni. Un prendere o lasciare che il Maestro si diverte a gestire con la sua proverbiale carismatica nonchalance. Fino all’ultima intensa variation X, quasi un girotondo sui modi portentosi del blues, decretando infine un austero quanto impenetrabile decalogo fiologico della materia trattata, anzi manipolata dalle sapienti dita di un grande e geniale artista come Paul Bley.

Gianmichele Taormina - Jazz Convention year 2007