Le nuove strade di Tom Harrell PDF Stampa E-mail
Scritto da Marco Buttafuoco   
Martedì 02 Maggio 2017 00:00


Foto: Pietro Bandini – PhocusAgency



Le nuove strade di Tom Harrell
Parma, Crossroads 2017 @ Casa della Musica - 26.4.2017

Tom Harrell: tromba
Danny Grissett: pianoforte
Ugonna Okegwo: contrabbasso
Adam Cruz: batteria

Troppo spesso si associa la vicenda artistica di Tom Harrell alla sua straziante condizione esistenziale. Troppo spesso si fa riferimento a lui soltanto come a un ottimo musicista portatore di un grave disturbo bipolare. Una vulgata superficiale fa addirittura pensare a lui come a un altro Chet Baker. La sua vicenda artistica è, invece, molto più complessa e interessante.
Nato nel 1946 Harrell si è formato come musicista nell'età d'oro del jazz, quella fra gli anni '60 e '70 in cui, come diceva Phil Woods, non solo quasi tutti «i giganti camminavano ancora sulla terra» (la citazione è ancora efficace...) ma anche quella in cui le carte cominciavano a mischiarsi. L'hard bop aveva toccato il suo culmine, la New Thing furoreggiava e Miles aveva, ancora una volta, rovesciato il tavolo con Bitches Brew. Weather Report, giusto per fare un altro esempio, è del 1971, quando Harrell aveva solo venticinque anni.
Il trombettista dell'Illinois non aderì a nessuna delle correnti innovative. Rimase al contrario sempre fedele alle sue matrici bop, al suo linguaggio trombettistico influenzato da Clifford Brown. Non per questo può essere nemmeno definito un hard bopper e nemmeno si può giudicarlo secondo il metro della "tradizione", La "restaurazione" di Winton Marsalis non l'ha certo coinvolto.
Una situazione, la sua, efficacemente sintetizzata da Joseph Hooper in un articolo sull'Observer di quasi vent'anni fa: «Mr. Harrell è troppo giovane per entrare nelle leggende del bop e troppo vecchio e troppo strano per essere compreso dai disinvolti reboppers dei nostri tempi. Ha un'attitudine all'invisibilità.»
A settantuno anni, Harrell continua a cercare nuove strade. Nel 2015 ha inciso ad esempio il pregiato First Impression, premiato da Downbeat, come disco dell'anno, nel quale si misura con brani di Ravel e Debussy.
A Parma ha presentato un quartetto formato dal pianista Danny Grissett, dal bassista Ugonna Okegwo e dal batterista Adam Cruz. Una formazione su cui, parole sue, vuole proporre la sua capacità di elaborare nuove, fiammeggianti idee.
In effetti, quello che ha brillato nella serata parmigiana è stato il talento di Harrell come compositore. Come trombettista ha distillato i suoi interventi, facendo sentire solo a tratti quel suono che l'ha reso giustamente famoso. A catturare la scena è stata la sua band che filava veloce e sicura come un treno, alle prese con brani ben costruiti, sempre interessanti, ritmicamente morbidi, talora dall'andamento danzante. Una proposta davvero funzionante, quella di questo quartetto, basata su una scrittura jazzistica tesa ed efficace, limpida, avvincente, mai manieristica, difficilmente inquadrabile sotto i canoni classici dell'hard bop o di qualche altra formula scolastica, che il pubblico ha molto gradito.
Più che i singoli, del resto sempre all'altezza, durante la serata ha brillato proprio il gruppo, abilmente condotto dalla "penna" del leader. È l'Harrell compositore quello che ha entusiasmato, il musicista che, dalla sua posizione defilata, non rinuncia, nonostante le difficoltà (è parso, in effetti, fisicamente molto provato) a cercare una sua cifra personale. Lo si è visto soprattutto quando ha diviso, per alcuni minuti, il palco con Danny Grissett, proponendo un dialogo teso e interessante, intriso di un lirismo tanto essenziale quanto toccante. Si capiva bene, in quella sequenza, cosa intenda il suo, quasi, coetaneo Franco Ambrosetti quando afferma: «Tom è uno dei pochi che ancora è capace di raccontare i suoi sentimenti con i suoni.»
 
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