La storia del jazz vista dalla sponda del fiume... Riverside al Teatro Giordano di Foggia PDF Stampa E-mail
Scritto da Fabio Ciminiera   
Martedì 12 Dicembre 2017 00:00


Foto: Fabio Ciminiera



La storia del jazz vista dalla sponda del fiume... Riverside al Teatro Giordano di Foggia
Foggia. Teatro Giordano - 28.11.2017

Dave Douglas: tromba
Chet Doxas: sassofoni, clarinettto, clarinetto basso
Carla Bley: pianoforte
Steve Swallow: contrabbasso
Jim Doxas: batteria

Riverside è un progetto relativamente nuovo, condotto da Dave Douglas insieme al sassofonista e clarinettista Chet Doxas. La storia di questa formazione nasce infatti nel 2014 con un disco, omonimo, realizzato in quartetto, ispirato alla figura di Jimmy Giuffre e prosegue ora con un secondo lavoro, The New National Anthem, concentrato sulla figura di Carla Bley. La scelta di ospitare nei concerti anche il pianoforte di Carla Bley arricchisce di possibilità espressive e semantiche il percorso del gruppo. Innanzitutto, per l'ulteriore omaggio reso alla pianista e compositrice statunitense: la sua figura iconica e, allo stesso tempo, capace di influenzare in modo concreto il corso e il significato del pensiero musicale che promana dal palco. In secondo luogo, per quanto gli interventi di Carla Bley siano molto discreti e puntuali, l'inserimento di un pianoforte in un meccanismo sonoro pianoless determina, gioco forza, una diversa distribuzione delle dinamiche. La terza conseguenza è quella di enfatizzare maggiormente il confronto generazionale della formazione con l'impatto giovanile ed emergente dei fratelli Chet e Jim Doxas, la figura carismatica e centrale del trombettista e l'esperienza e l'eleganza di Carla Bley e Steve Swallow: tre prospettive differenti di guardare al jazz e, in particolare, a un jazz che guarda alla composizione e alla scrittura per trovare le strade verso cui evolvere il linguaggio.
Il quintetto esibisce sul palco foggiano del Giordano in Jazz Winter Edition la sintesi di enfasi e camerismo, di forza ed intellettualità raggiunta in questi anni. Da una parte, Douglas accantona la dimensione più canonica della successione di temi e assolo per proporre una filo narrativo aperto e capace di fluire in modo diretto, senza necessariamente approdare a derive modali o svicolare verso passaggi del tutto informali o liberi. Accoglie, inoltre, nella scrittura tutta una serie di elementi che vengono stratificati e utilizzati con oculato equilibrio. In alcuni passaggi, gli aspetti più cerebrali costringono la musica in un gioco di rimandi autoreferenziali o comunque più involuti. Il disegno di Douglas e dei musicisti resta però sempre solido: prendere le mosse da una presupposto meno scontato o idiomatico per andare verso nuove soluzioni. Jimmy Giuffre, Carla Bley e, se si vuole, lo stesso Douglas hanno giocato nella costruzione del loro mondo sonoro con uno scambio tra tradizione e novità, attingendo tanto all'attualità quanto alla storia. E se, durante il concerto, il trombettista ricorda quanto sia stata importante per lui la figura di Carla Bley si capisce come ci sia un legame stretto tra tutti i vari elementi coinvolti nel progetto: senso dell'esplorazione e attenzione per i passi già percorsi dai grandi maestri del jazz. Avere con sé sul palco due grandi figure come Swallow e Bley, "evocare" un nume tutelare come Jimmy Giuffre, offre la cornice più adatta per la forte personalità del trombettista e per la sua lucida visione del jazz contemporaneo. La dimensione acustica mette ancora più in risalto la compattezza sonora del quintetto e la competenza tecnica dei singoli musicisti.
Spazi e impulsi si intrecciano in maniera del tutto naturale. Una musica non condiscendente, le scelte del quintetto non cercano soluzioni necessariamente facili e richiedono un ascolto concentrato. Se in questo modo si può incorrere in una possibile barriera tra la proposta del gruppo e la comprensione da parte di quel pubblico meno avvezzo a certe coordinate sonore, resta altresì la strada necessaria per cercare di "muovere le acque". E se il nome della formazione rimanda a The Train and the River - brano di Giuffre contenuto nel primo disco, omonimo, della formazione - ancora una volta ci troviamo di fronte al dialogo tra i vari elementi: la proverbiale immagine dell'uomo seduto sulla riva del fiume ad osservare l'evoluzione della storia e dei singoli fatti, unisce calma e spavalderia, furore e controllo, impatto e capacità di leggere in modo preciso, essenziale e quasi clinico le conseguenze di quell'impatto.

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