La terra trema. Alfio Antico racconta la tradizione attraverso la modernità PDF Stampa E-mail
Scritto da Fabio Ciminiera   
Venerdì 20 Marzo 2020 00:00


Foto: Julia Martins (per gentile concessione dell'ufficio stampa dell'artista)



La terra trema. Alfio Antico racconta la tradizione attraverso la modernità


Alfio Antico ha pubblicato a metà marzo "La Terra trema", un lavoro dove il percussionista e cantante rilegge le radici più ancestrali del canto e della propulsione ritmica attraverso una stratificazione di suoni e possibilità espressive di diversa provenienza: una gamma di soluzioni che abbraccia da una parte il richiamo la lingua siciliana e i ritmi della tradizione e dall'altra, le pulsioni più moderne, le manipolazioni elettroniche e le suggestioni provenienti dalla contemporaneità. Abbiamo chiesto allo stesso Alfio Antico come sono nati i brani e come si è sviluppato il racconto complessivo del disco.
Alfio Antico: Io ho l'esigenza di fare incontri, di miscelarmi con idee e suggestioni. Le mie canzoni nascono nei ricordi della mia mente e in quello che vedo intorno a me. Nascono con un tamburo e una chitarra. Da qui poi ragiono su come possono uscire e grazie soprattutto a Cesare Basile siamo arrivati a concepire questa cucitura per i brani. Ci sembrava la soluzione migliore per parlare di qualcosa di arcaico.

JC: "Trema la Terra" è il titolo del tuo disco e, in questi giorni, il nostro pianeta è scosso da una vicenda del tutto straordinaria ed imprevedibile: qual è stato, invece, il punto di partenza del racconto di questo disco?
AA: Sì, è ovvio che ora assume una dimensione particolare, ma ovviamente il mio lavoro è stato concepito tanto tempo fa e ha tutta un'altra storia. "Trema la Terra" parla di un mio ricordo specifico: tanti anni fa vidi un trattore smuovere una montagna, mi fece uno strano effetto; anni dopo ripassai da quelle parti e mezza montagna non c'era praticamente più. Questo disco parla della natura, di come la vedo adesso, di come la ricordavo, di quello che non c'è quasi più.

JC: Anche in un lavoro stratificato come questo, il tamburo e la voce restano sempre il centro espressivo della tua musica. Puoi spiegarci come hai lavorato sulle sonorità che ascoltiamo nel lavoro?
AA: Credo di aver già risposto nella prima domanda, posso aggiungere che il tutto è partito dal Tamburo che spesso e volentieri era il vero metronomo del brano, era la linea guida. Dal Tamburo si muoveva tutto il resto, registravo addirittura la voce solo con il Tamburo; è stato tutto sincero, tutto vero. Inoltre molte parti di Tamburo sono state filtrate in maniera analogica e praticamente dal vivo, torno a dire che è qualcosa di vero, di sincero.

JC: Tra l'altro, tu hai da sempre costruito i tuoi tamburi. Immagino che questa sia una maniera per conoscere e indirizzare il loro suono verso le tue intenzioni espressive. Puoi raccontarci il percorso di realizzazione dei tuoi strumenti e le scelte che hai fatto nelle diverse occasioni?
AA: A me spesso piace scherzare dicendo che io ho creato il Tamburo, ma anche il Tamburo ha creato me. Non costruisco un Tamburo in funzione di una canzone, il mio è un lavoro umano, costruisco il Tamburo, lui prende vita e da lì nasce e si trasforma qualcosa. Quindi non ci sono scelte fatte in base alle canzoni e alla scrittura, nasce tutto insieme, sullo stesso livello.

JC: Tradizione e sguardo al futuro. Come hai conciliato nelle tracce del disco questi due elementi?
AA: Mi piace dare valore a ciò che mi ha formato, i miei sono ricordi di un mondo che praticamente ormai non esiste più. Ho la necessità di raccontarlo e di suonarlo, per fare questo non ho bisogno del folklore da cartolina, ma mi piace miscelarmi e raccontarlo attraverso la modernità. Poi alla fine vince sempre il Tamburo, vero protagonista (ride - ndr)

JC: In generale, tradizione e sguardo al futuro rappresentano due linee guida fondamentali per la ricerca artistica: quali sono gli elementi che la prima non deve perdere e quali quelli a cui il secondo non deve mai rinunciare?
AA: La tradizione non deve perdere la ricerca, la voglia di trasformarsi, di essere viva anche nel contemporaneo. Come dicevo prima, il suono rimane arcaico e si trasforma miscelandosi con il resto.

JC: Da sempre, la tua carriera è stata ricca di collaborazioni, soprattutto con i musicisti delle generazioni più giovani. In generale, cosa cerchi nel dialogo musicale con gli altri interpreti? E, nello specifico, per quanto riguarda gli incontri con i musicisti più giovani, magari provenienti da altri mondi espressivi, quali sono gli elementi che ti sorprendono maggiormente e i punti di contatto che cerchi di stabilire?
AA: Ho collaborato con tanti artisti, penso di aver dato tanto e ricevuto tanto, è sempre stato uno scambio umile e sincero, da parte di tutti. Con le generazioni più giovani cerco di avere uno scambio: in fin dei conti, camminiamo tutti sulla stessa Terra e dove trovo sincerità e voglia di raccontare ci si può incontrare molto facilmente.

JC: Quando verranno portati dal vivo, con quale tipo di formazione suonerai questi brani? E le varie sonorità che hai utilizzato nel disco come si trasformeranno in concerto?
AA: Mi fai queste domande in un periodo un po' complicato, non solo per me, ma ovviamente per tutto il pianeta. Quando ci sarà l'occasione la band sarà formata, oltre che da me, da Mattia Antico che ha preso parte al disco sin dal principio, Piero Bittolo Bon e Luca Chiari. Ci saranno i miei tamburi e, come mi piace dire a me, dietro si muoveranno oscillazioni, onde, chitarre elettriche e fiati bassi. Anche in questo caso cercheremo di miscelare tanto. Speriamo di poter suonare presto, quando tutto sarà passato.

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