Massimo Barbiero dal duo al solo PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianni Montano   
Mercoledì 31 Marzo 2021 00:00


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Massimo Barbiero dal duo al solo

Gojn (Autoprodotto, 2020)
Massimo Barbiero: marimba, vibraphone, timpani, steel drum, gong, batteria
Giovanni Maier: contrabbasso

Foglie d'erba (Autoprodotto, 2020)
Massimo Barbiero: marimba, vibrafono, glockenspiel, timpani, gong, percussioni


Massimo Barbiero nel 2020 pubblica due dischi in un certo senso in continuità uno dell'altro, principalmente per le motivazioni che stanno dietro alle due incisioni. Il primo album è "Gojn", registrato a distanza, in piena pandemia, in compagnia di Giovanni Maier, come tentativo di elaborare musica, di proseguire a comunicare idee e stimoli, malgrado la situazione di smarrimento e di chiusura che si viveva in quel periodo. Il secondo disco è "Foglie d'erba" ed è una sorta di riflessione «su quello che dovrebbe fare l'arte», come si legge nelle note di copertina, per interpretare il disagio, il malessere «di un mondo che non sa guardarsi dentro», non sa interpretare i segnali che gli arrivano da un ambiente diventato ostile, a causa di un contagio arduo da dominare e da debellare. Il percussionista eporediese, d'altra parte, è abituato a volare alto, oltre i suoni, gli accordi, che distende con il suo polistrumentismo. La sua proposta è concettuale per indole se non per definizione, insomma. In "Gojn" il dialogo con Giovanni Maier, storico bassista di Enten Eller, si sdipana su 15 improvvisazioni, lunghe da uno a cinque minuti. Nel disco Barbiero utilizza la marimba, il vibrafono, oltre a svariati tipi di percussioni. I due avevano già licenziato in coppia nel 2011 "Code talkers", ma in quell'occasione il musicista friulano si era dedicato esclusivamente al violoncello.
In "Gojn" lo scambio fra i due co-leaders è condotto su melodie dal carattere sobrio, essenziale, sviluppate proprio nell'intefaccia fra i due compositori istantanei, in un colloquio che va a rivoltare le pieghe interiori dei temi portati avanti insieme su lunghezze d'onda contigue. Si percepiscono, nelle quindici tracce, richiami ad un suono primitivo, lontano nel tempo, filtrati da una sensibilità moderna, nell'incedere dei metallofoni o di altri strumenti messi in campo da Barbiero, mentre il contrabbassista risponde cercando di portare il discorso in un'area contemporanea, con un linguaggio libero da sovrastrutture, convenientemente eterodosso. Solo una conoscenza, una frequentazione reciproca e profonda fra i due artisti ha potuto produrre un'opera così suggestiva, provvista di una logica e di un senso compiuto, come "Gojn".
"Foglie d'erba" è, invece un nuovo disco in solo, per l'esattezza il sesto, a cinque anni dall'uscita di "Mantis". La musica del cd racchiude i tratti tipici della poetica del musicista piemontese. Anche qui si ritrova quel lirismo ruvido, opaco, che viene fuori in ogni brano. Perchè a Barbiero piace far cantare, a modo suo, il suo arsenale percussivo, per raccontare un altro capitolo della sua storia, delle sue considerazioni sulla vita e su sé stesso o meglio dello "stato d'animo" situato a monte o a valle della produzione artistica, come precisa lui stesso nella presentazione dell'opera. I tempi sono dilatati, rispetto ad altri dischi, perché il leader di "Odwalla" ha necessità di quella determinata durata per sviscerare le cellule motiviche e allargare il raggio d'azione ad ulteriori approfondimenti. Rinveniamo, ancora, nelle dieci tracce, che richiamano nei titoli elementi della natura o sensazioni, emozioni esistenziali, quel tipico procedere molto ritmico, a volte meditativo e altre volte quasi aggressivo, già riscontrato in altre incisioni di Massimo. In certe sequenze, poi, il multistrumentista lascia vibrare le pelli o i metalli per costruire un riverbero, una eco funzionale all'evoluzione del pezzo. In altre fasi, le bacchette corrono sul vibrafono o la marimba per disegnare figure, rappresentare un qualcosa di recondito e di intimo, all'interno del flusso di coscienza sottostante o sovrastante l'incisione in solitaria.
A questo punto ci si può chiedere se valeva la pena pubblicare un altro disco in solitudine, dopo i precedenti cinque. La risposta non può che essere affermativa poiché stiamo parlando di un musicista progettuale, che utilizza i vari tipi di formazione, dal solo al gruppo composto anche da più di dieci elementi, per realizzare le varie tappe del suo percorso artistico con serietà, costanza e gratificante fatica, la fatica dello slancio creativo.

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