Claudio Filippini - Tintura Madre PDF Stampa E-mail
Venerdì 30 Aprile 2010 00:00


Claudio Filippini - Tintura Madre

Cinik Records - CNK 010 - 2009

Claudio Filippini: pianoforte


Claudio Filippini si misura con il piano solo e sceglie una strada molteplice. Gli standard - Caravan, Lazy Bird, I loves you Porgy e Beatriz di Chico Buarque - si intersecano con i brani originali e le tre Tinture, improvvisazioni in studio. Allo stesso modo i toni e le atmosfere del disco alternano lirismo, spigolosità, invenzioni, attitudine narrativa.
Tredici temi brevi - ad eccezione di Kiev e Caravan che superano i cinque minuti - e, in alcuni casi, come l'iniziale Fireworks, intorno ai due minuti. Il ventaglio di idee e di soluzioni messe in atto dal pianista rende equilibrato Tintura Madre: la naturalezza dell'approccio rende possibile accostare l'attenzione agli standard e le influenze classiche, le attitudini personali e il confronto con le derive moderne del jazz. Mancano, per fortuna, tesi da dimostrare o la necessità di mettere in evidenza la tecnica e così Filippini si concentra sulla musica, sull'interpretazione, sulla tensione emotiva: Tintura Madre è un disco di spazi, il pianista riesce ad escludere pressione e fretta dalla propria musica.
La scelta ritmica di Filippini si sgancia dalle matrici statunitensi e pone in risalto la connotazione intima e notturna dei brani. Un lavoro costante di sottrazione, come nelle pause sottolineate Fireworks, ma anche l'intenzione di adeguare il discorso ritmico alle necessità della scrittura e dell'interpretazione. Sono diversi i passaggi in cui temi e improvvisazioni avvicinano la dimensione della sonata o comunque si permeano di un atteggiamento meno sincopato. La mancanza di pressione e la pacatezza si riflette sulla scrittura e sull'esecuzione, in un percorso coerente all'interno del quale, anche le forme più indirizzate verso il canone del jazz - Lazy Bird, Pineto - prendono un colore più sfumato.
Un mosaico elegante composto da piccole tessere, posizionate con cura. Il piano solo di Claudio Filippini supera i confini stilistici del jazz senza perdere il piglio espressivo e, anzi, accogliendo nel proprio vocabolario sonoro nuove possibilità.
 
Banner
Banner
Banner
Banner