IPOTESI SPETTINATE N°2

MARINARE LA SCUOLA 
(NO PARTICULAR PLACE TO GO)



Cuddlin' more and drivin' slow
With no particular place to go 

(Chuck Berry, 1964)

Han Bennink Nell’intervista ad Han Bennink encomiabilmente realizzata da Filippo Bianchi su ‘Musica Jazz’ (Dicembre 2004), il ‘Jacques Tati del Jazz’* riflettendo sui pro ed i contro dell’essere un musicista definibile come (Massimo Miroglio docet) NOL (non orientato alla lettura) e susseguentemente sullo stato attuale della più nobile musica afro-americana, citava la seguente frase dell’immenso Sidney Bechet, contenuta nel bel libro di Nat Hentoff ‘American Music Is’ : “Sai, la musica ha come una specie di umore suo, un bisogno di muoversi; non la si può mettere a sedere o inchiodarla a terra. Quei musicisti dixieland hanno provato : hanno tentato di scriverla e arrangiarla. Ma così hanno finito per congelarla. Non avevano più un posto dove mandarla : per questo l’hanno persa”. Questo come chiosa di un discorso, benninkiano, che lamentava il fatto di come il jazz sia oggidì giunto ‘agli imitatori degli imitatori di Coltrane’.

Già, non c’è più un posto dove far giungere la musica che si fa. Un telos più metafisico che corporeo. Un telos che, o tempora o mores, nel frattempo s’è fatto target.
Allora per chi si fa(ceva) musica ? Per cosa?

Ho la fondata convinzione che ogni musica, diciamo così, extracolta, prima di tutto nasca come esigenza-urgenza espressiva di un popolo, di un gruppo, di un clan, di una tribù.
Quando nasce (e comincia a crescere) non c’è ancora nessun Alan Lomax** (o Roberto Leydi***) pronto lì col suo bel magnetofono a rendere testimonianza al mondo intero della new thing. Gli ‘Alan’ (Lomax o Freed****), vengono quando una forma espressiva, dopo la primordiale necessità impellente, passato qualche lustro, ha codificato i suoi canoni.

Insomma, per farla breve, prima ci sono i Minstrels, i Medicine Show, le Jug Band, i Buddy Bolden, gli Scott Joplin, i King Oliver, i W.C. Handy, etc. e dopo, solo dopo, la testimonianza discografica che, parallelamente, si fa inesorabilmente industria.

Ma che tempo si dà ora all’arte per svilupparsi e farsi tale?
Per carità, Coltrane e prima di lui Armstrong, Ellington, Basie, Parker, Gillespie, Monk, etc., svilupparono le loro own thing in pieno avvento dell’industria discografica. E persone come Zappa si sono mantenute (in ogni senso) prolificamente creative senza mai fare a meno del vinile e del CD (anzi). Ma ora, Bennink docet, siamo agli imitatori degli imitatori di Coltrane. L’idiot bastard son (tanto per citare ancora Zappa, ma in questo caso il titolo del suo brano è allusione alle origini meticcie del jazz e per sineddoche al jazz stesso), cresceva ed allignava perché sapeva chi raggiungere. Proprio perché i.b.s.; privo di malizie sciovinistiche; pura gioia del gioire. Pianto per piangere. E sovente improvvisa ed inconsapevole ‘art for art’s sake’. Anche perché ancora non c’erano paladini della scolasticizzazione (scolarizzazione ?) del jazz come la coppia Crouch/Marsalis.

Il Jazz ha detto cose sempre nuove (per carità le dice pure adesso; ma la quantità qualitativa si è molto ridotta) fin quando la ricerca del musicista era autoctona e non c’erano le scuole.
Insomma non aveva ancora vinto il modello americano, per il quale uno deve essere bravo a fare tutto. E raramente diventa sé stesso.
Sfortunatamente per tale infausto modello, inutilmente attenderemo il perduto disco ‘heavy metal’ di Sinatra con gli Slayer.
Sinatra sapeva soltanto fare Sinatra.
Come dire : per lo scat chiama Ella, per lo struggimento chiama Lady Day.
In effetti, tutti coloro che hanno portato il loro contributo alla crescita di questa musica, non sempre sono stati o erano dei Benedetti Michelangeli (o dei Tatum, fate voi). Monk ne è la più perfetta formulazione fenomenica. Gente che aveva una propria tecnica, che non sempre (Franco D’Andrea dixit) coincideva con una sfavillante ‘meccanica’ strumentale. Insomma unicità con pregi e difetti del caso.

Aspetto ancora di ascoltare qualche scala eolia in sessantaquattresimi, 200 b.p.m., delle ‘lost recording sessions’ di Steve Lacy (c’è qualche Dean Benedetti***** della situazione in giro ?). Ma invano. Sono gli oggettivi ‘limiti di velocità’ ed il timing ‘perfettamente caracollante’ di Lacy a fare grande Lacy. Il suo soffiare, da monaco zen, meditando ogni singola nota, era e resta vibrazione emozionale di ogni cellula del suo essere. Ed anche lui, tanto per riallacciarci all’inizio, aveva iniziato come musicista di dixieland. Ma non andava da nessuna parte. Poi incontrerà Cecil Taylor, Don Cherry, Thelonious Monk e Gil Evans. Cambierà la sua vita. E neanche la nostra, di avidi ascoltatori, sarà più la stessa.

Enrico Rava, nella sua autobiografia scritta con Alberto Riva, ricordava che l’immenso João Gilberto, quando erano insieme a New York, gli raccomandava di suonare soltanto le ‘note necessarie’ e di astenersi dal suonare ‘le altre’.

A proposito del guardarsi da tali ‘altre’ note, gustoso è l’aneddoto raccontato da Sonny Rollins sulle ultime gig dal vivo del suo maestro Coleman Hawkins, l’indimenticato Bean.
Newk sosteneva che Hawkins, sebbene fisicamente (anche per colpa dell’alcool) fosse in stato di inesorabile declino e non avesse più il fiato da mezzofondista dei tempi d’oro, in quegli ultimi anni (1966 e ’67) suonava bene come non mai. Sebbene suonasse soltanto note essenziali.
Dico, Lui, Bean, Mr. Arabesco che, giocoforza la salute ed il decadimento fisico, suona più che minimal : essential. (Oy vey, baby !)

Han Bennink C’è dunque una road to essentiality and uniqueness? E dove trovarla?
Jamie Muir, percussionista eclettico e folle del gruppo King Crimson nei mid-seventies, nell’aureo libro di Derek Bailey ‘L’Improvvisazione – Sua natura e pratica in musica’, così si esprimeva sui territori di ricerca : ‘Bene, mettiamola in altro modo; preferisco di gran lunga i rigattieri ai negozi di antiquariato. Non c’è niente da trovare in un negozio di antiquariato : tutto è già stato trovato; mentre da un rigattiere è stato solo raccolto. Ma un deposito di immondizie, un deposito di immondizie non è stato né trovato né raccolto e questo è il territorio non scoperto/non identificato/non richiesto/non esplorato, il futuro, se solo si riesce a vederlo. Ora c’è qualcuno (…) che prende un deposito di immondizie e lo trasforma in un negozio di antiquariato. (…) Egli civilizza vaste porzioni di territorio inesplorato, costruisce ovunque “safari club”, così che si possono vedere le bellezze delle terre selvagge con ogni lusso e comodità, e da una distanza di sicurezza; una soluzione assai brillante ma ci si ritrova sani e salvi, pari pari, nel negozio di antichità dove, puoi scommetterci, di nuovo tutto è già stato trovato… e verrà catalogato ’.

Essenzialità, note necessarie e tenere a debita distanza tutto ciò che comincia ad assumere i connotati di ‘situazione’, sembrano essere gli ingredienti della ricetta.

Ma, prima di tutto, marinare la/e scuola/e. Bighellonare su un’auto che inghiotte lentamente la memoria di perduti pentagrammi, stretti stretti alla propria musa.
With no particular place to go. Sarà la strada a dirci dove andare. Almeno si spera.



Legenda/rimandi :

* Jacques Tati (1908-82) : Cineasta francese (attore e regista) con la stessa abilità estetica, esemplificabile come impassibile coinvolgimento emotivo per ogni ‘fenomeno’, tipica dell’olandese percuotente. La ‘garzantina’ dice che ‘dopo il cabaret, realizzò film comici di malinconica satira’. Quali? Andate agli ‘occhi spettinati’. Ingordi.

** Alan Lomax (1915-2002) : Un pazzo armato di magnetofono. Etnologo, antropologo, produttore discografico ed autore di testi radiofonici. Abbiamo memoria di tutta l’esperienza musicale afro-americana grazie a quest’uomo. Di lui Tom Waits ha detto : “Poteva entrare in un negozio e catturare il suono del registratore di cassa o di qualche macchinario in via d’estinzione che non avremmo mai potuto ascoltare”.

*** Roberto Leydi (1928-2003) : Altro pazzo, non meno importante, armato di magnetofono. Etnomusicologo, docente, critico, studioso e divulgatore della musica popolare. Italiana soprattutto.

**** Alan Freed : Ennesimo pazzo, abbastanza importante, armato però di microfono. Insomma, un disc-jockey. Da alcune stazioni radio, passate, ovviamente, alla storia, lanciò quello che venne chiamato rock’n’roll. È morto poco tempo fa (teh, un paio d’anni al massimo) in odore di miseria.

***** Dean Benedetti : Ulteriore pazzo, forse meno importante dei due precedenti dissennati armati, come lui, di magnetofono.
Devoto a Bird, nei locali dove quest’ultimo si esibiva, registrava soltanto le evoluzioni strumentali del suo idolo, sovente fottendosene del resto del brano. Per Benedetti, Parker splendeva soltanto negli assolo. Al diavolo tutto il resto.


Ernesto D'Angelo - Jazz Convention year 2005