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IPOTESI SPETTINATE N°3
CLAUSTROFOBIA
The Man in the elevator/Der Mann im Fahrstuhl
Si insegna alle persone
come ricordare;
non si insegna mai loro
come svilupparsi.
(Oscar Wilde, 1854-1900)
Bisogna, prima d’ogni cosa, che io mi scusi
Innanzitutto per non aver onorato la presente rubrica per oltre quattro mesi. Chiedo umilmente venia.
Poi perché qui tolgo all’amico Gianmichele Taormina un pezzettino (neppure tanto) della sua rubrica sulla casa discografica ECM (ma lui lo sa, gliel’ho detto, come direbbe Catarella, di pirsona pirsonalmente).
A tal riguardo tengo a precisare (ma lo sanno pure i trichechi) che il suono ECM, solitamente, è legato a sonorità terse e cristalline. Di queste e dell’indiscussa qualità delle intuizioni di Monsieur Manfred Eicher,![]()
cantore eccellente è l’ottimo e succitato Taormina.
Ma il disco del quale distrattamente parlerò, con tali suoni ha poco a che fare e per di più non è recente (anche se recente è la sua offerta a prezzo più abbordabile fino a marzo 2006). È del 1988 ed appartiene ad un musicista che, a rigor di logica, non si assocerebbe al jazz. Difatti, Heiner Goebbels (ecco il nome !), tedesco del ’52 nato il 17 agosto a Neustadt Weinstrasse ma francofortese d’adozione (lì ha compiuto studi musicali e sociologici), ha un background come autore di musiche per la Frankfurt Schauspielhaus ed ha costruito la sua fama di compositore, prevalentemente, per cinema, teatro e balletto.
Prima pubblicazione sotto suo nome per la prestigiosa label ECM*, ‘Der Mann im Fahrstuhl’ (L’Uomo nell’ascensore) registrato nel marzo del 1988 a New York, con musicisti favolosi quali Don Cherry (sapete chi è), George Lewis (il suo trombone in giro avreste dovuto già ascoltarlo), Fred Frith (Henry Cow e Naked City, mai sentito parlare ?), Arto Lindsay (superfluo presentarlo…comunque DNA, Veloso e Lounge Lizards vi dicono niente ?), Ned Rothenberg (il suo sassofono a New York conta tanto), Charles Hayward (batterista capace di suonare con Frith, Bill Laswell e – credeteci o no – con gli ‘Everything But The Girl’ nei loro primi due album) ed Ernst Stotzner (notevole attore tedesco, qui voce recitante), è un bel disco corredato da un ‘booklet’ di 21 pagine illustranti una storia kafkiano-buzzatiana firmata da Heiner Müller ** (tratta dalla sua pièce teatrale “Der Auftrag”, in italiano La Missione) nella quale un tizio avendo preso l’ascensore per conferire col suo ‘capoccia’, vede il tempo accelerare, va in una sorta di ‘trance’ nella quale il poveretto crede di essere testimone di un certo numero di fenomeni che, nei fatti, non esistono. Allucinazioni spazio/temporali, per essere più chiari.![]()
Su questa trama l’ensemble sopra enumerato, più che suonare, brucia un caleidoscopio sonoro, di prevalente (ma magmatica) ritmica binaria, nel quale all’interno dei complessivi ventuno brani che prendono i nomi dai salienti momenti della storia mülleriana, gli sketches musicali si susseguono con una logica eterogenea in cui le personalità degli esecutori sono fondamentali alla riuscita del lavoro.
Ma che c’entra un concerto scenico col jazz ?
C’entra perché è stato, nei fatti, il pretesto affinché una bella porzione della ‘seminalità’ del nuovo jazz si rivelasse, portando avanti un invidiabile ‘patchwork sonoro’ omogeneo nella sua eterogeneità. Ossia un sound ‘globale’ sì, ma rispettoso di tutte le componenti costitutive di esso. La stessa cosa a me succede ascoltando e vedendo Prince, non a caso assai stimato dal Signor Goebbels, (ed il buon vecchio Pino Candini, se fosse vivo, mi darebbe ampia ragione di ciò, visto che sulle pagine di ‘Musica Jazz’ fece un acuto parallelismo tra la giungla di Ellington e quella nuova di Mr. ‘Tafkap’ Nelson). Anche lì musica che ingloba tutto. Ma se in Ellington (jazz) e Prince (funk), le pronunzie sono definite pur nell’ideale omnicomprensivista, nell’opera di Goebbels non si opta per nessun tracciato base sul quale fare scorrere il magma policromo. O, se si vuole, il tracciato base è il suono ‘discograficizzato’ (e grazie a tale supportizzazione reso globale).
Poi perché tale disco rappresenta l’ufficialità dell’incontro tra due mondi che seppur vanno facendosi da anni ampi cenni di saluto e reciproca deferenza, alle spalle si sparlano come velenosissime comari : l’art rock ed il jazz.
L’ho detto e ripetuto molte volte. Per me l’art rock di stampo, specialmente, canterburyano è già jazz (domandatelo a Tim Berne, che spesso – nei fatti – chiede a Craig Taborn di ricalcare atmosfere tipiche di Matching Mole, Henry Cow et similia).
Ma anche le più blasonate riviste di jazz (Musica Jazz in primis), negli ultimi tempi ammettono tale identità alla luce del sole (magari facendo recensire a Jonathan Coe *** un concerto dei redivivi Hatfield and the North). O dando spazio (ecopertine) ad artisti validissimi, ma non esattamente annoverabili nel jazz canonico come Robert Wyatt ed Annie Whitehead.
Per chiudere diciamo che tra le tante esperienze accumulate negli anni dal signor Heiner Goebbels, si ricordano con piacere quelle con i ‘Cassiber’ insieme a Chris Cutler (creativissimo batteur, tra gli altri, degli Henry Cow, toh) e Christoph Anders, ai quali si aggregò non molto tempo dopo il sassofonista Alfred Harth.
Ora, però basta scrivere, facciamo fluire nelle stanze delle nostre anime, questi sheets sonori in cui sassofoni post parkeriani (sia nel senso di Charles Christopher, che di Evan), sussurri tropicalisti, eretici rumorismi chitarristici ed ancestralità africane (Don Cherry coi suoi doussn’gouni e pocket trumpet) ci invitano a pretendere dalla musica di più.
Quindi, basta restare chiusi in casa, claustrali claustrofobici che siamo diventati. Meglio prendere l’ascensore e scendere in strada. Ed iniziare a passeggiare in mondi, non soltanto sonori, in cui ci si rifanno polmoni, udito, gusto, olfatto, tatto (massì) e la vista.
Legenda/rimandi :
* Essì, ne ha fatti altri per la prestigiosa etichetta bavarese ma per saperlo dovete necessariamente andare agli ‘occhi spettinati’.
** Drammaturgo tedesco di non secondaria importanza (praticamente il più importante prodotto dalla fu RDT) nato nel 1929 a Eppendorf e morto a Berlino nel 1995.
*** Scrittore britannico di non pochi pregi, che ha reso omaggio, nel 2001, agli Hatfield and the North intitolando un suo libro The Rotters’ Club, giulivamente tradotto nell’edizione italiana come La Banda dei Brocchi. Sì, perché The Rotters’ Club è il titolo del secondo disco di quella band. Ma lo sapevate. Lo so.