IPOTESI SPETTINATE N°4

FU MAI PIÙ VISTA LA RIVISTA ? 
(Vario Il Varietà… Dicono)



La mia memoria si perde nello Stige dei miei 41 anni. Con l’illuso e birichino riaffiorare di ruderi di reminescenze catodiche non del tutto metabolizzate. Il varietà : forma illustre* di quella sorta di spettacolo d’arte varia (un grazie a Paolo Conte per le illuminanti definizioni), in cui trame sovente tenui e pretestuose legavano il sistematico avvicendarsi di numeri musicali o di prosa o di quelchevolete voi.
Il varietà italiano è stato sempre fatto così.
Ecco la memoria. Antonello Falqui, Guido Sacerdote. Studio Uno.
Finalmente anche i figli di un popolo troppo spesso ridotto a subumanità, carne da cannone e da gloria (altrui), non avendo mai avuto i soldi per Wanda Osiris** dal vivo (o Elena Giusti***, sua rivale/omologa), assistevano grazie ai vagiti della nipote visiva dell’EIAR all’oh : esclamazione foriera di meraviglie fino ad allora possibili soltanto ad un pubblico abbiente.
Il varietà televisivo dava lustro e sdoganamento culturale all’avanspettacolo e rendeva popolare il varietà.
Che scherzi ti fa il jazz… E soprattutto che scherzi ti fa un significante, quando ha due (o più) significati.
Sì, perché tutto questo l’ho pensato riascoltando dopo dieci anni (essì), un aureo CD : Reviews di Klaus König****.
 Ronald Shannon Jackson Reviews come ‘recensioni’. Capirete dopo perché.
Reviews come plurale di review, ossia ‘rivista teatrale’.
Con un organico vario di ben 18 musicisti (14 + il quartetto vocale THE BOBS), dove spiccano bei nomi del jazz d’oggidì quali Ray Anderson al trombone, Mark Feldman al violino e Gerry Hemingway alla batteria, questo magnifico disco che è capace di riconciliarti col creato, rappresentava, fino a quel momento (A.D. 1996) l'ultima parte di un ciclo di cinque suite (König dixit), tutte pubblicate dalla ENJA.
Inoltre presentava una buffa (e creativissima) caratteristica : i testi erano stati realizzati con brandelli di recensioni (in inglese, per l’appunto, reviews) che le quattro suite precedenti avevano raccolto (subìto ?).
Il risultato è che codesti strali d’ermeneutica musicale, dopo essere stati accuratamente sbocconcellati e sconnessi, danno vita ad una sorta di bizzarro libretto d’opera, dove, orfani della contestualità che li aveva fatti sorgere, risultano comicamente appartenenti a quella twilight zone in cui il grottesco ama fondersi col ridicolo. E poi c’è la dedica a Frank Zappa. Quello stupendo ed inventivo uomo di Baltimora che sosteneva che il giornalismo musicale è fatto da persone che non sanno scrivere che intervistano persone che non sanno parlare : il tutto per persone che non sanno leggere. Chissà il buon Frank cosa pensava di Lester Bangs***** quando costui scriveva sui magazine ‘Creem’ e ‘Rolling Stone’, o sul Village Voice ? Ma questa è un’altra storia.
Per me, invece, questo esemplare disco, oltre a rappresentare un simpatico paradigma di come memorie kentoniane e hermaniane sappiano trovare inaspettate consonanze con la creatività europea più dada e folle, permette oltremodo a chi scrive di farsi (come già detto) un tuffo nel suo passato di fruitore, nonché, amante di spettacoli (figura, quest’ultima, che Platone nella Repubblica contrappone a quella del ‘filosofo’).
I Bobs come il Quartetto Cetra della situazione. Siparietti vocali che introducono piani sonori di inaudita foga narrativa. Master of Ceremonies della situazione il buon David MOSS******, che qui, nei panni di narratore, dà sfogo a quella vena cartoonistica che lo contraddistingue (ascoltare Avantgarde Noise Pollution per farsene una soddisfacente idea, visto che il nostro cambia tante di quelle voci – mezzosoprano lirico compreso – da indurre a pensare che la schizofrenia non è poi così brutta come la si descrive). A me, per un attimo, sembra di riascoltare (e vedere) Paolo Panelli, Walter Chiari e l’ebbro Mac Roney, in salsa postmoderna. Ed ecco che la mia memoria mi regala brandelli di Mina con Totò, con Vittorio De Sica, con Sordi. Milly che canta penombre di malinconie milanesi, archetipo di tutte le Marianne Faithfull che avremmo poi conosciuto. Le gambe delle Kessler che, flaubertianamente, offrono scorciatoie d’educazione sentimentale. La volteggiante gaiezza di Don Lurio. Le lezioni di galanteria gershwiniana di Lelio Luttazzi e Pino Calvi.
Mi sento come il Woody Allen di Radio Days. Lì le memorie radiofoniche di un ragazzino della periferia nuovayorkese scandivano la Storia. Quella con la S maiuscola.
Mi sento, anzi, come Arthur, il personaggio che chiude il libro Guida Galattica per gli Autostoppisti del compianto Douglas Adams. Sta leggendo una guida, anzi ‘la’ guida per autostoppisti galattici, e visto che per varie vicissitudini è destinato a vivere tra le stelle, pensa che sia saggio informarsi un po’ sugli usi e sui costumi della galassia. E s’imbatte in una registrazione che dice : ‘La storia di tutte le maggiori civiltà galattiche tende ad attraversare tre fasi distinte e ben riconoscibili, ovvero le fasi della Sopravvivenza, della Riflessione e della Decadenza, altrimenti dette fasi del Come, del Perché e del Dove’.
Ronald Shannon Jackson Va da sé che uno dei dischi della pentalogia könighiana, nobilitato dalla presenza di personalità come Kenny Wheeler, Louis Sclavis e Jane Ira Bloom si chiama At the End of the Universe. E sulla copertina si legge chiaramente Hommage à Douglas Adams. Il cerchio si chiude. Anche i miei occhi. E per un attimo torno bambino. E felice.

N. B. : Duke Ellington consolida la sua fama al Cotton Club, locale raffinato di Harlem inaugurato nel 1923, situato tra Lenox Avenue e la 142^ Strada, celebrato da un bel film di Francis F. Coppola del 1984. In questo night club il musicista di Washington D.C. si trova, oltre a suonare i suoi classici jungle, a fare da perenne soundtrack ai balletti di ragazze, alle esibizioni dei tap dancers, agli spogliarelli, alle danze acrobatiche ed ai vari numeri esotici.
Insomma, parte del suo lavoro è imparentata con la rivista. Come dire : uno dei genitori del jazz è il teatro di rivista. Sebbene Broadway Style. Mai sentito parlare di Ziegfield ?


Legenda/rimandi :

* Quella bassa ed ordinaria si chiama(va) ‘avanspettacolo’.

** Realmente, il suo nome era Anna Mencio ed era figlia di un palafreniere di Re Umberto (sì, proprio quello ucciso al velodromo di Monza, il 29 luglio 1900, dall’anarchico Gaetano Bresci), anche se nacque qualche annetto dopo ‘il’ tristo episodio. Fu semplicemente la regina del nostro teatro di rivista. Sorta di corrispettivo italico di Josephine Baker (della quale riprendeva – edulcorandole di molto – alcune sgraziate e sensuali movenze), resterà nella storia per il suo pezzo forte : la divina entrata in scena, scendendo da scalinate riproducenti quelle famose di ‘Montmartre’ o ‘Trinità dei Monti’. Terrà a battesimo tutta una stagione di grandi comici come Dapporto, Sordi e Bramieri, Per lei il grande Orio Vergani conierà il nomignolo di Wandissima. Perché allora non ero ancora nato ?

*** Ragazza di buona famiglia che nei primi anni della II Guerra Mondiale entra nel disdicevole (meminisse iuvabit) mondo del varietà, contro la volontà familiare. Diverrà la soubrette che incarnerà al meglio, in Italia, il campione dell’eleganza classica, facendosi, tra l’altro, confezionare a proprie spese, da un famoso stilista dell’epoca, abiti raffinatissimi che costavano il classico occhio della testa.

**** Compositore ed arrangiatore tedesco, nato nel 1959. Inizia a studiare pianoforte e trombone sin dall’età di 8 anni. Dal 1975 al 1985 studia composizione, trombone classico e teatro musicale contemporaneo nella terra natìa. In quegli anni, a Colonia, lavora ad un’opera di Mauricio Kagel. Nel 1987, dopo essersi finalmente deciso per il jazz, fonda il suo primo ensemble, un settetto chiamato Pinguin Liquid. Nel giro di un paio d’anni si deciderà a dare vita alla Klaus König Orchestra. E ne siamo lieti.

***** Che ne pensate di un ragazzo, passato attraverso una rigida educazione materna (Testimone di Geova), che cambia il volto del giornalismo musicale pop americano (e non) con una carica iconoclasta a cui non era estranea una notevole sapienza/conoscenza dei temi che via via affrontava ? Io, tutto il bene possibile. O brother, where art thou ?

****** Rispettabile percussionista jazz di ispirazione europea e contemporanea, che canta, incastonandoli nel suo convulso magma ritmico, alcuni fonemi. Prende così gusto a tali eterodosse modulazioni, fino al punto di diventare uno degli attuali maestri del vocalismo creativo.

Ernesto D'Angelo - Jazz Convention year 2006