Ipotesi spettinate (presentazione della rubrica) Spiegare ciò che vorrebbe dire, o parlare, o disquisire la presente rubrica è facilissimo. Per questo non trovo le parole. Ci provo. Dunque…
Il Jazz lo amo. E questa è già una cosa.
Ma cosa è Jazz ? E cosa non lo è ?
Che poi vuol dire ‘cosa mi piace del Jazz’ e ‘cosa, secondo me, è solo rappresentazione del Jazz’.
Il Jazz si è da sempre nutrito di altri materiali sia colti che extracolti, durante la sua secolare storia. Ed ha avuto sempre degli innovatori che hanno, più o meno, recuperato radici primigenie o accettato nel suo grembo figli illegittimi o spuri (ad esempio il Funk o lo stesso rock).
In altri casi è divenuto magico ricettacolo del proteiforme folklore del popolo presso il quale questa musica si è generata. È in tal senso che va intesa l’intero percorso artistico, per esempio, di Frisell o di Don Byron, nelle cui musiche blues, country, hillbilly, kletzmer e afrori latini sono più che semplici spezie della pietanza base.
Poi buona parte dei figli degeneri ed ereticali del Jazz hanno in non pochi casi arricchito la ‘casa madre’ con frutti che magari all’origine erano (o erano stati presi per) delle ‘vulgate’, o peggio per dei pastiches, ma che poi il tempo (notoriamente galantuomo) ha fatto riscoprire, o ha fatto in modo che divenissero pietre fondanti della nuova epifania del verbo. (Vedi alla voce SoftMachine, HenryCow, MatchingMole, NationalHealth, vere e proprie condicio sine qua non di una cospicua parte del suono ‘Thirsty Ear’).
Ovviamente, non avendo lo scrivente mai amato il pensiero o la filosofia di carattere sistematico (tipo Hegel, quello della filosofia nottola di Minerva, cioè mai ispirante la Storia, dolorosamente smentito, nei fatti, dal seguace Marx) cioè tutto ciò che nella storia del nostro ‘malato’ occidente ha preteso (sbagliando) di spiegare tutto dall’arché al telos, ossia dall’alfa all’omega, e non essendo oltremodo il sottoscritto detentore di verità assoluta alcuna, tenterà in maniera sghemba, antiscolastica (non adeguatamente pettinata, dunque) e con distrazioni ed errori che hanno origine soltanto nella sua plebea formazione autodidattica, di spiegare (o meglio di spiegarsi) in maniera non sempre consequenziale e logica (tradotto : passando sovente da palo in frasca) alcuni più o meno perdonabili lapsus che la storia della più importante musica afro-americana commette con irregolare cadenza.
Per concludere, un noto e validissimo musicista nostrano di jazz (non faccio nomi, lo stimo troppo) così si esprimeva su un sassofonista d’oltreoceano nel 1963 (se ricordo bene) su ‘Musica Jazz’ : “Le pernacchie non sono musica. Soprattutto gli rimprovero di eseguire i primi quattro chorus regolarmente, anzi magnificamente, secondo le regole dell’hard bop con accordi sovrapposti, e di abbandonarsi poi a divagazioni che non hanno più nulla di musicale”. Il sassofonista oggetto di tale critica si chiamava John Coltrane.
Un’ultima domanda : a quale genere, secondo chi legge, andrebbe ascritta la musica di Dr. John alias Malcolm ‘Mac’ Rebennack, senza levarsi d’impiccio additando un generico ‘Nawlinz Sound’ ?
A presto.
P.S. : Il titolo della rubrica, per chi non lo sapesse, è stato da me mutuato dai ‘Pensieri Spettinati’ dello scrittore ebreo-polacco Stanislaw Jerzy Lec, raccolta di satirici aforismi e di pungenti sentenze brevi, edito la prima volta in Polonia nel 1965 ed il cui manifesto programmatico è stato dallo stesso autore così descritto : “Vi servo pillole amare, ricoperte di zucchero. Le pillole sono innocue, il veleno si nasconde nel dolce”.
N.B. : nella presentazione alla sua monumentale rubrica, l’amico Gianmichele Taormina, invita gli avventori del suo regno-ECM a mandare e-mail, suggerimenti, spunti, opinioni e critiche in virtù dello scambio propositivo e della crescita reciproca. Bella idea. Quindi, come dice mia figlia Gabriella, ‘pure a me, pure a me’.
Ernesto D'Angelo - Jazz Convention Year 2005