| Silvia Donati & Standhard 3io | | Singin In The Brain |
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Abeat - ABJZ027 - 2004
Silvia Donati: voce
Alfonso Santimone: pianoforte
Alessandro Fedrigo: basso elettrico, effetti
Gianni Bertoncini: batteria
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Standhard... Rendere duri, difficili gli standard?... Silvia Donati & Standhard 3io cercano una strada diversa nell'esplorazione del materiale solitamente proposto da una formazione costituita da una cantante accompagnata dal piano trio. Se si può essere tratti in inganno dalla presenza di brani come Invitation o All Blues o ancora On green dolphin street, che farebbero pensare al solito cimento, e dalle canzoni pop, che uno potrebbe pensare rivisitate con swing e ironia accattivante... bene siamo fuori strada. Il gruppo impegna le sue energie in una operazione di scomposizione e di ripensamento del brano originale, cercando attraverso nuovi ritmi, interpretazioni scardinanti, attraverso l'ironia, sì, ma volgendosi verso quella graffiante, di rendere personali e di proporre una nuova visione questi brani celeberrimi.
Il fatto sta come al solito nell'atteggiamento con cui ci si accoste e rivolge agli standard: il lavoro di Silvia Donati e dei suoi musicisti viene ad evidenziarsi sin dalla denominazione del trio (Standhard può essere interpretata come una dichiarazione di intenti: non ci vogliamo accomodare sulle facili, conosciute armonie e sui riscontri immediati che potrebbe darci suonarli nel solito modo) e, se questo non dovesse essere sufficiente, dalle prime note del disco: una stridente introduzione di Invitation, uno dei classici più accattivanti, e più eseguiti nel repertorio delle cantanti, sospesa tra gli effetti elettronici e le note delicate, staccate, dal pianoforte, con la voce che s fa sempre più aspra.
L'aspetto che in ogni operazione del genere diventa sostanzialmente l'ostacolo più arduo è la capacità di condurre lo svolgimento del disco con coerenza, convinzione e leggerezza, senza eccedere, cioè, nella foga di perseguire il risultato che ci si è prefissi. Il disco risulta sicuramente compatto, quasi non si notano le pause tra un brani e il seguente, a dimostrazione dell'attenzione rivolta al concetto generale del disco, e la tensione, la misura non viene meno neanche negli episodi che convincono meno nel corso del lavoro. Il gruppo, in qualche caso, richiama la tradizione, suoni e temi più usuali, ma è un appoggio che non distoglie i nostri dalla direzione di marcia intrapresa: servono a non estremizzare la ricerca e a dare respiro e contesto al disco. Sarebbe senz'altro interessante vedere su un palco come il percorso che si sviluppa nel disco viene interpretato dal vivo.
Singin' in the brain, altro riferimento, distorto, agli standard... si comprende che la scelta di alcune soluzioni, la scelta dei suoni degli effetti, gli accenti posti su alcune tensioni, siano frutto di arrangiamento, di pensiero e non solo sedimento di esecuzioni successive dal vivo. Soluzioni che in modo vario sono applicate nel corso dei brani. Il gruppo, spesso, si concede episodi liberi, fughe estreme in avanti che hanno riuscita differente a seconda dei brani: On Broadway e Lonely Woman sono trattati dal gruppo in maniera libera, free, ma se nel brano di Ornette Coleman questo lavoro giunge con naturalezza a dare il senso della malinconia, a rendere l'atmosfera del brano, On Broadway, probabilmente anche per il confronto con l'originale, perde la sua fluidità, a favore di un ipotetico traffico metropolitano che potrebbe rappresentare il caos newyorchese. In All Blues il gruppo si misura con una esecuzione più ligia all'originale, anche se accompagnata da una ritmica più sincopata.
La scelta infine di accostare tre brani provenienti dal mondo della musica pop-rock, allarga ulteriormente lo spettro sonoro delle derivazioni, delle matrici, dei ragionamenti. Lo sviluppo delle ritmiche movimentate di Sign o' the times e Slave to the rhythm verso la grammatica dello standard jazz è operazione che il gruppo non opera in modo canonico: il brano di Prince viene privato della fluida linea durante la strofa lasciata al solo lavoro della cantante con il gruppo a lanciare fendenti più che accompagnare e viene swingata nel ritornello; Slave to the rhythm viene interpretata facendo leva sugli accenti tesi della strofa per liberarsi nell'interpretazione del ritornello e dell'assolo di Alfonso Santimone; Village of the sun, di Frank Zappa, rappresenta, per alcuni versi, il momento più disteso e sereno di Singin in the brain, anche se, come per tutte le tracce del lavoro, non mancano frasi, ricami, ricerca di sonorità che divergono e sorprendono.
Da sottolineare la disposizione a giocare con i testi e creare ulteriori temi da sviluppare: il blues, in dialetto, di Blusgat, la prova offerta con Peyote che trae il testo da una poesia di Gregory Corso, musicata da Silvia Donati, l'introduzione di On green dolphin street con il testo cantato in portoghese. Will be, infine, è una canzone introspettiva e lirica, condotta sui silenzi e sulle pause, in un gioco di sottrazioni.
Elementi importanti e sviluppati nel corso di Singin in the brain sono i suoni e la tensione emotiva. Il suono è caldo ma non accattivante, partecipe ma non ruffiano: a partire dalla voce di Silvia Donati, il suono del gruppo è, di volta in volta, graffiante in alcuni tratti, sopra le righe nei momenti più aperti e liberi del disco, calibrato e misurato in Sign o'the Times, Village of the sun e All Blues, forte ed espressivo in Slave to the rhythm; il gruppo rischia, prende alcune curve un po' larghe, ma il punto di riferimento principale della formazione è quello di tentare una performance particolare, personale, creando suoni, impasti, effetti elettronici che diano una risposta a questo impulso. Impulso che viene anche affrontato cercando una sorta di trance espressiva, che cerca di avvolgere con il suono, con la voce, l'ascoltatore, indugiando ostinatamente su alcune frasi, crescendo di intensità e danno libero sfogo alle personalità musicali dei quattro.
Fabio Ciminiera - Jazz Convention Year 2005